Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Lisa” di Linda Ariano

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Quel giorno Lisa si era svegliata presto, aveva grandi progetti.

Si era stiracchiata come Biancaneve nel film di Walt Disney, con lo stesso sorriso sul volto, mentre osservava il sole battere sulle foglie dell’albero vicino e ascoltava le rondini garrire di lontano. Era rimasta qualche secondo immobile a contemplare la giornata e poi era schizzata giù dal letto.

Piedi nudi sulle maioliche vietresi leggermente ruvide e via nel bagno a lavarsi. L’attendeva la solita colazione da rivista: cornetto caldo e cappuccino, il fascio di fiori colorati che non mancava mai al centro del tavolo, lì sulla tovaglia all’uncinetto fatta per lei dalla cara nonnina tanto tempo addietro, la vestaglia di raso che scivolava da un lato scoprendole le gambe.

Decise rapidamente cosa mettersi, tirando tutto fuori dall’armadio, agitando le stoffe più varie e rinfilando i vestiti alla rinfusa dove capitava: sete leggere, cotoni coloratissimi…scartò il tubino lilla, col ciclo le si vedeva troppo la pancia, e si infilò una camicetta leggera con tanti fiorellini delicati, una gonna azzurra lunga e piuttosto larga, che però le cingeva bene la vita, la collanina col pesciolino d’oro dall’occhio di corallo, la cavigliera d’argento sottilissima, i sandali bianchi, il trucco col lipgloss rosato, il fermaglio che le manteneva minimamente in ordine i riccioli biondi e morbidi che non stavano mai al loro posto e giù in strada.

Si sentiva benissimo, il sole sul viso le dava il giusto ottimismo per affrontare la giornata che, ne era sicura, sarebbe stata ricca, come sempre. Era entusiasta del nuovo lavoro, guadagnava bene, si divertiva, era molto apprezzata ed era in contatto con un mucchio di persone interessanti. Dopo aver fatto diversi piccoli lavori, si era licenziata, undici anni addietro, dall’ultimo, quello che aveva ricoperto più a lungo, come baby sitter presso la più importante agenzia di servizi di Napoli e si era gettata a capofitto nell’organizzazione di matrimoni. Le piacevano tanto i bambini, ci si perdeva e sapeva che la amavano, sicuramente ne avrebbe avuti anche lei, almeno tre, e avrebbe dedicato loro tutto il tempo e l’amore possibili, ma non ora, ora era il momento di mordere la vita e doveva rinnovarsi. Così scelse i matrimoni perché voleva avere a che fare sempre con persone allegre e felici come lei, infatti poteva conoscere tanta gente magnifica, anche se alcuni erano strani. Come la sposa che aveva voluto uno strascico talmente lungo che occorrevano tre persone a guidarlo mentre si muoveva, ma lei voleva tre gemelle uguali e pianse e urlò che non se ne faceva nulla finché non si riuscirono a trovare tre bambine molto simili, due sorelle e una cuginetta, da dare in pasto agli isterismi sempre più frequenti della donna, oppure un testimone che si ostinava a volere organizzare uno scherzo nel pieno della funzione e alla fine si riuscì a fargli “solo” fingere di non trovare l’anello per lunghi interminabili minuti (come si era poi arrabbiato il padre di lei!), tipi stravaganti, come la sposa che doveva continuamente rifarsi il trucco, perché “era così infelice” o lo sposo che subito dopo il ricevimento, nel pieno della consegna delle bomboniere, si era gettato sul divano a giocare col telefonino, e poi i tradimenti, di tutti i tipi, in tutte le fasi e lei che non riusciva a non riderne.

Il lavoro le piaceva, la divertiva, tutto le piaceva. Le piaceva anche fare i servizi a casa, pulire, riordinare, lo trovava un modo per prendersi cura di sé e delle sue cose, e ne aveva molte perché amava circondarsi di “cose belle”, “un po’ artistiche” come diceva la mamma, ci teneva, ma non poi così tanto. Quando si rompeva qualcosa restava un secondo a guardare i cocci, come persa nel vuoto, le passava un velo di tristezza sugli occhi e poi scrollava platealmente le spalle e gettava via tutto senza rimpianti e senza vedere se si poteva risistemare qualcosa: le cose rotte non si riparano, perché non sono più quelle di prima! Diceva sempre.

Le piaceva fare i servizi, anche i più noiosi come spolverare o stirare, durante i quali di solito cantava, ma aveva assunto una domestica perché non aveva più tanto tempo e non voleva sprecare i momenti liberi. Si chiamava Inoka, era una donna del Bangladesh, minuta e piuttosto avanti negli anni. Lisa la adorava. Sapeva sempre dire una parola buona, ma aveva una piega triste ai lati degli occhi e non parlava mai del suo passato. Viveva sola, col figlio ventenne che lavorava in fabbrica, in provincia. Inoka spesso la accompagnava nei giri di acquisti, se le sue amiche non potevano, specie a natale, quando lei diventava davvero bambina e si perdeva a fare regali a tutti che bisognava trattenerla e ad addobbare la casa come più non si poteva: luci, pupazzi, festoni, sorprese.

I due figli del fratello saltavano di gioia ogni volta che entravano a casa sua a natale! Faceva trovare pacchettini nascosti in ogni recesso dell’abitazione.

Quella mattina doveva organizzare un matrimonio di un’attrice famosa, quindi riservato ma in pompa magna! Ed era un matrimonio a tema: pulcinella. Si era faticato non poco a convincere il futuro marito che no, il prete non avrebbe potuto travestirsi, neanche se era un amico e che magari sarebbe stato opportuno evitare la chiesa e spostare la festa nel locale. Passò la mattinata al pc a cercare il personaggio che recitasse la parte, i tessuti con cui preparare i tavoli, il maestro di San Gregorio Armeno per le bomboniere. Gli occhi le si erano riempiti di bellezza.

All’ora di pranzo, risolto l’ultimo inghippo burocratico col gruppo di musica napoletana classica che avrebbe dovuto suonare e salutati i suoi simpatici colleghi, andò a casa della madre.

Era una persona affettuosa, forte, ma piegata dagli anni, quasi letteralmente, e dal dolore. Non si era mai ripresa del tutto da vari colpi che il destino le aveva riservato, specie il suo, e dalla morte del marito che, nonostante fossero trascorsi ormai diversi anni, le faceva avvertire soprattutto la solitudine in casa. Così lei ci andava ogni giorno e la madre le faceva trovare i suoi piatti preferiti: la lasagna al radicchio o le fettuccine ai funghi, il pesce al cartoccio, le patate al forno…Era una gioia tenera infinita già entrare nella casa che è stata della tua infanzia ed è rimasta identica, così rassicurante e familiare, ed essere investiti dai profumi dei cibi che erano l’ennesimo messaggio di affetto.

Si sedevano l’una accanto all’altra, a tv spenta per non farsi distrarre, e iniziavano le schermaglie giocose con la mamma per evitare di diventare un’oca all’ingrasso…proprio ora no, che la linea era ritornata perfetta e lei ne era molto soddisfatta quando si rigirava davanti allo specchio alzandosi sulle punte, aveva perso gli ultimi due chili di troppo e non intendeva riprenderli! Ma mangiava con gusto, senza esagerare, lentamente, assaporando bene ogni cosa e beveva mezzo bicchiere di vino rosso del vecchio cugino della madre che, ogni tanto, spediva dalla Toscana qualche bottiglia dalle sue magnifiche terre. Si tratteneva un po’ dalla mamma per farle compagnia, a volte scambiando qualche parola anche con l’anziana vicina di casa, ma soprattutto le piaceva sprofondarsi nella vecchia poltrona di velluto, ricordo antico di famiglia, esposta al sole della finestra vicina e carezzare Stregatta, la micia di quando era ragazza, ormai molto invecchiata. Non riusciva più a saltare bene e allora la sollevava prendendola delicatamente sotto la pancia e se la metteva in grembo.

Stregatta si accoccolava dopo un po’ di indecisione, sempre uguale, e si addormentava nella identica posizione del giorno prima, lasciandosi grattare e lisciare la testa. Era molto indispettita quando poi Lisa le dava dei piccoli colpetti per farle capire che doveva alzarsi, che era ora di andare.

La madre la salutava sempre con un viso malinconico, allora Lisa le diceva a bassa voce “dai mamma! Ci rivediamo domani a pranzo!”, ma la madre sembrava non sentirla e quasi si asciugava una lacrima, allora Lisa la abbracciava forte, poi le prendeva le mani a braccia tese e le faceva fare un mezzo giro di ballo, si staccava, le mandava un bacio da lontano mentre, sorridendo scendeva agile le scale.

Il pomeriggio era per lei. A volte passava per casa, per cambiarsi o riposare o leggere un libro e ci rimaneva, se si sentiva stanca, a volte invece chiamava qualche amica per darsi agli acquisti e poi magari cenava con lei in ristorante o a casa di una delle due. Aveva tante conoscenze, ma poche amiche molto care, alcune single, altre sposate, ma i mariti li incontrava raramente. Viola era la sua amica più cara, veniva spesso a trovarla, si sedeva accanto a lei e cominciava lunghi monologhi sulla sua vita, sulle sue avventure e disavventure, a volte piangeva.

Lisa la ascoltava in silenzio, sapeva di non poterla aiutare che con la sua sola presenza e a lei andava benissimo così, Viola ci si era abituata e raramente le chiedeva esplicitamente un parere.

In genere agli acquisti andava con un paio di altre amiche a turno, comprava soprattutto vestiti, piccoli gioielli d’argento e cianfrusaglie per la casa, per sé o per regalo, ma ad ogni spesa metteva da parte una piccola percentuale che andava al welfare, come diceva lei. Periodicamente faceva versamenti per buone cause e, benché guadagnasse bene, non riusciva a stare dietro a tutto ciò che le sembrava “buona causa”, dalle più svariate organizzazioni ai singoli casi che la cronaca restituiva periodicamente…il male del mondo era davvero tanto!

Da un po’ di tempo poi aveva preso l’abitudine di frequentare cinema e teatri, ma solo quando qualcosa la seduceva, non voleva perdere il suo tempo “giusto per far vedere che ci andava, che lei c’era”…sceglieva accuratamente cosa andare a vedere e difficilmente ne restava delusa, perché aveva buon occhio. Del resto anche la cultura non le mancava, aveva frequentato il liceo classico ed aveva una splendida preparazione, specie nel campo umanistico, all’università aveva potuto frequentare poco, ma aveva avuto dei buoni voti anche lì. Soprattutto, i docenti avevano notato la sua incredibile vitalità, fantasia, capacità di immaginare.

Ma la vita l’aveva portata altrove, c’era stato l’incidente, tutto era cambiato e ora c’era anche Luigi. Lo aveva conosciuto da due mesi e subito l’aveva colpita. Era dolce e sensibile, un po’ più grande di lei e faceva un lavoro interessantissimo: era un consulente per una importante ong che si occupava di ricostruzione degli ospedali e dell’assistenza sanitaria nei luoghi che erano stati devastati dalla guerra. Lo chiamavano a volte anche in paesi che stavano investendo per sviluppare un sistema sanitario più efficace. Così Luigi viaggiava spesso all’estero e lei a volte lo accompagnava. Da qualche anno aveva preso gusto a viaggiare, aveva deciso di girare un po’ tutto il mondo e così, quando poteva, le piaceva organizzare un viaggio in un paese estero. Aveva già visitato diverse città europee ed era stata in America. Le era piaciuto molto vedere dal vivo tutte le attrazioni che aveva conosciuto da ragazza in immagini sui libri o in rete. Di ogni posto ricordava perfettamente le strade soprattutto, in cui amava perdersi, senza evitare i vicoletti, spesso più caratteristici, dove scattava foto artistiche e che la aiutavano qualche volta anche per il suo lavoro, perché sempre più spesso le capitava di lavorare per persone anche di nazionalità diverse.

Luigi era abbastanza colto, ma non come lei, amava tanto la musica e ogni tanto le metteva le cuffiette e le faceva sentire qualcosa, dei più diversi generi perché evidentemente non aveva ancora capito cosa le piacesse, povero caro! Lei ascoltava in silenzio, invece si annoiava tanto quando, spicciando qualche faccenda nella camera, si metteva a parlarle di calcio. Era tifosissimo del Napoli e, specie il lunedì, ad ogni vittoria o sconfitta non poteva che corrispondere un monologo infinito, uguale nella sostanza, ma diverso nei toni. Smettila, non mi importa nulla della Iuve e del Napoli! Avrebbe voluto dirgli, ma poi non voleva ferirlo, né stabilire una distanza e allora taceva, tanto comunque non l’avrebbe ascoltata a avrebbe continuato a sproloquiare su De Laurentis e l’arbitro e chissà che altro. Preferiva tacere e aspettare che si quietasse e le facesse qualche domanda d’altro o improvvisamente cambiasse argomento, supponendo finalmente di averla seccata, come spesso accadeva. A volte invece Luigi semplicemente taceva, talora lasciando persino la frase a metà, e si metteva a guardarla tristemente…continua! Gli avrebbe detto irritata, ma chissà che pensava in quei momenti, e poi riprendeva a sfaccendare in silenzio e lei, dispiaciuta comunque, si rimetteva dietro ai suoi pensieri. Ma di solito tra loro due tutto filava, c’era come un equilibrio magico, fatto anche dei silenzi, e trascorrevano insieme molti momenti, specie la sera e la cena.

Quel giorno infatti Lisa decise di riposare a casa per un po’ perché doveva incontrarsi con lui che aveva il turno di lavoro e quindi si sarebbero visti per cenare. Aveva deciso che sarebbero andati in un ristorante molto caratteristico sul lungomare e poi avrebbero passeggiato un po’ abbracciati. Camminare le piaceva tantissimo da quando si era ripresa del tutto dall’incidente, lì se l’era vista brutta davvero! Pioveva a dirotto quella sera di undici anni fa, la strada non si vedeva o forse il fondo era sdrucciolevole o forse l’amica neopatentata aveva sbagliato qualcosa e l’auto aveva sbandato. Lisa era quella che ne era uscita peggio, ma in qualche modo era ancora viva! Ed era stata una lezione di vita anche quella, la Lezione. Ora aveva imparato a non sprecare tempo, tanto meno per piangersi addosso, e così aveva fatto suo il motto banale di sorridere alla vita per farsi sorridere da lei e non ci pensava più. Vivere e basta.

Chi forse non si era ripresa invece era stata la madre, che la guardava sempre triste e con un velo di sospetto negli occhi, sembrava non riuscisse a non pensarci. Ma che poteva farci? Cercava di fare il possibile, di più non si poteva. Lei non ci pensava mai e mai voleva andare dai medici, trascurava anzi abbastanza la sua salute e spesso era Luigi che la accompagnava di peso a fare qualche controllo, altrimenti non ci sarebbe andata.

Lisa si gettò sul divano, nella penombra della notte che avanzava nella stanza illuminata dalla luce dolce di una lampada al sale di fianco, sul tavolino, e si mise a riposare provando a fare il vuoto nella mente, ma non riusciva. Era un’operazione che le era impossibile! La sua mente ed il vuoto non andavano d’accordo! Dove c’era l’una non c’era l’altro e allora accese una lampada e si mise a leggere il don Chisciotte. Dopo alcune pagine, seguite con un po’ di fatica, si addormentò.

Quando si svegliò fu di botto, saltò letteralmente su e si rese conto che era tardi. Non seppe mai neppure lei come fece a lavarsi, vestirsi per la sera, truccarsi e agghindarsi in meno di quindici minuti, ma ci riuscì. Al ristorante tutto fu delizioso, l’atmosfera, i cibi, anche se un po’ troppo speziati per lei, mentre Luigi continuava a sostenere che erano perfetti così ed ebbe da ridire sul cannolo che riteneva fritto male quando a Lisa era sembrato invece buonissimo, allora lui si era quasi irritato in nome della sua genetica, dato che il nonno materno era siciliano. Piccola scaramuccia su cui poi si fecero tante risate e coccole. La serata però fu impegnata a definire i dettagli dell’imminente prossimo viaggio, il pomeriggio dell’indomani, dopo il pranzo a casa della madre, sarebbe dovuta correre a casa a preparare un bagaglio leggero perché sarebbero partiti per una decina di giorni in India e lei friggeva dall’entusiasmo. Il giorno dopo tutto si sarebbe svolto pressappoco alla stessa maniera, con la differenza che al lavoro sarebbe stata svogliata e con la testa tra le nuvole perché nella sua mente impegnata a dettagliare cosa portare e cosa no e sicuramente sarebbe andata via prima per non far tardi dalla madre. Così quella sera si ritirarono prima del solito e, fatte tutte le funzioni prima di mettersi a letto, Lisa crollò in un sonno profondo, ma un po’ turbato dal pensiero della giornata successiva così impegnativa.

Luigi aveva trascorso quella stessa mattina con la fidanzata, erano tre anni e ogni anno si aggiungeva un motivo di tensione e di divergenza. Dapprima era la squadra di calcio, ma che cazzo, proprio con una iuventina!, non faceva che dirsi, poi era stata la scelta di lei di non proseguire gli studi e fare la parrucchiera. Quest’anno le liti vertevano essenzialmente sulla decisione di non cambiare più lavoro. Tre anni prima aveva pensato di aprire un negozio di vestiti con lei o un centro estetico, preso dalla sua bellezza e dai suoi entusiasmi, ma con il passare del tempo quegli entusiasmi gli erano sembrati sempre più futili e la bellezza della donna non un motivo sufficiente per mandare all’aria anni di studio e il suo lavoro. Aveva deciso poi definitivamente, quando, due mesi prima, aveva avuto il trasferimento a Napoli città, finalmente in un grande ospedale e con il ruolo di caposala, nonostante la giovane età. Era un reparto duro, dove occorreva essere sempre vigili e l’assistenza da fare era davvero tanta, spesso più umana, psicologica, che fisica.

La mattinata era trascorsa a casa dei genitori della fidanzata, col padre che continuava a dirsi pronto a cedergli l’attività commerciale perché la convertisse e lei che lo guardava in cagnesco, ma già un po’ rassegnata. Luigi andò via di malumore e tornò a casa per cercare di distendere la nervatura e ritrovare un po’ di serenità, ma non ci fu verso. Il Napoli sprofondava in classifica, la sua vita era mediocre da tutti i punti di vista e non trovava un senso. Si attaccava allora sempre più al lavoro che era tutto quello che sembrava restargli e dargli un ritorno. Cenò da solo, guardando la tv e ingoiando quello che era riuscito a rendere commestibile dal congelatore. Poi andò a dormire, l’indomani aveva turno e aveva deciso di anticiparsi rispetto al solito perché c’era molto ancora da sistemare.

Il giorno dopo, infatti, pur di evitare la fidanzata e la sua famiglia, invece di attaccare verso le cinque come doveva, si presentò in reparto all’una e mezza, con un sole battente che non dava tregua. Sudato e irritato, si cambiò, indossò il camice che si incollò addosso, le scarpe e salutò i colleghi di turno, poi si mise a fare il solito giro di ispezione nelle stanze.

Quando entrò, il sole batteva sul letto, Luigi guardò la ragazza distesa da così tanto tempo. Nella stanza aleggiava l’odore del cibo che la madre ogni giorno le portava, sperando di trovarla prima o poi in condizione di mangiarlo. Lo aveva sempre riportato indietro, tranne una piccolissima parte che mangiava sul letto della figlia, non per fame, ma per affetto.

Aveva appena terminato e non si voltò neanche a salutarlo, forse in due mesi non aveva ancora messo a fuoco il volto del nuovo caposala, pensava lui, o forse la sua mente era altrove, restava come sempre in silenzio. Luigi ebbe una stretta e si avvicinò cauto, poi, come a far sentire la sua presenza disse “Lisa, ti dà fastidio il sole? Oggi batte forte, chiudo un po’ la tenda” e fece scorrere la pesante tenda sugli anelli. Il viso inespressivo di Lisa rimase in penombra e la madre guardò Luigi come se non lo avesse mai visto, un po’ stranita e tentò un mezzo sorriso sterile. Lui fece qualche passo indietro a sistemare il carrello dei farmaci che era quasi sempre nella stanza, ma in realtà per guardare quelle due donne. Si chiedeva cosa pensasse e provasse la vecchia che non parlava mai, che non mancava un giorno, curva, triste e che accoglieva le parole dei medici annuendo in silenzio o al massimo ponendo svagata poche domande, a volte senza una logica precisa.

Lisa era stata tra le prime pazienti che aveva notato in reparto, due mesi prima, appena trasferito, quando si aggirava pieno di ansia di dimostrarsi all’altezza. Viveva sempre un senso di smarrimento di fronte ai pazienti gravi, immobili nei loro letti, spesso anziani, che gli sembravano inutilmente vivi, in attesa della morte che a volte pareva non venire mai. Tutti spenti, con lo stesso incarnato, lo stesso respiro, lo stesso sguardo perso negli occhi, se aperti. Anche Lisa aveva quello sguardo, ma era diversa, così giovane e inerte, con i riccioli biondi che si ostinavano a brillare anche sotto la luce di quei neon deprimenti ed asettici, appesantiti dal sudore e dallo sporco che comunque si depositava. Dall’incidente d’auto, undici anni prima, Lisa aveva fatto sì qualche piccolo progresso, ma nulla che potesse consentire di fare previsioni, non solo sicure ma neanche probabili, quello che si notava era la sua incredibile resistenza, “è tenace a’ guagliona!” aveva commentato uno specialista e Luigi lo aveva guardato male, così quello aveva abbassato gli occhi sulla tastiera e si era messo a battere l’ennesimo referto con una lentezza esasperante e sbuffando ogni due tre parole.

A volte poi veniva l’amica di liceo Viola che, al contrario, non smetteva mai di parlare e lui doveva uscirsene per non rimanere frastornato, ma in fondo gli faceva piacere che ci fosse un po’ di vita intorno a quella ragazza, hai visto mai, si diceva, dovesse un giorno alzarsi e dirle “ma vuò sputà nu poco pe’terra, e che cazz!”, ma Lisa rimaneva in silenzio, sempre. Anche quando, poche volte all’anno perché abitava nel nord Italia, veniva il fratello con la famiglia, di solito a natale, e bisognava stare attenti ai bimbi che erano vivacissimi e toccavano tutto. Una volta avevano rovesciato il disinfettante che era stato un mezzo casino, con l’inserviente che non arrivava, loro che ci saltavano dentro e la madre che quasi piangeva dalla disperazione e dalla mortificazione e continuava a strattonare inutilmente i figli e buttare per terra a caso pezzi di fazzolettini. Il fratello si sedeva, la guardava, raccontava qualcosa, in genere le sue buone notizie che si vedeva da un miglio che stentava a trovare nella sua vita, le prendeva la mano, si asciugava le lacrime e tornava sei mesi o un anno dopo.

D’improvviso la vecchia si alzò, in silenzio come era stata, traballò un po’ nel rimettersi in piedi, aveva già raccolto le sue cose e messo il pranzo nella borsa di stoffa che portava sempre, e come al solito non si decideva ad andare via mentre si asciugava una lacrima, sempre la stessa.

“Dai, mamma, ci vediamo domani a pranzo! Tra poco devo partire, io e Luigi dobbiamo visitare il Taj Mahal!”. La vecchia si girò ed uscì lentamente, nel silenzio perenne della camera.

4 commenti »

  1. Questo racconto funziona in modo perfetto, con le giuste pause, le informazioni dosate nel modo giusto in modo da creare il colpo di scena finale

  2. Ti ringrazio per le belle parole e mi fa piacere che ti sia piaciuto!

  3. Avevo già sprimacciato bene la nuvoletta rosa quando mi hai tirata giù di botto! Una storia toccante, un personaggio positivo fino alla fine.
    Hai scritto una bella storia. Complimenti.

  4. Grazie per il tuo bel commento! fa piacere che il racconto, in qualche modo, “agisca”.

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