Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti per Corti 2021 “Delirio in terza rima” di Giuseppe Ciarallo

Categoria: Premio Racconti per Corti 2021

Personaggi (in ordine di apparizione):

 Signora Elvira, donna sulla cinquantina (moglie del protagonista)

 Simona, ragazza ventenne (figlia del protagonista)

 Agente di polizia

 Infermiere

 Pardo, uomo sulla sessantina (protagonista)

 Dottore

 Professor Cavalcanti (psicanalista)

 Prima scena

 Interno giorno. In un’ampia sala, che appare completamente a soqquadro, un agente di polizia ha di fronte a sé una donna sulla cinquantina e una ragazza (sono madre e figlia). Su una parete, in bella evidenza è appeso un quadro, mezzo storto e con il vetro rotto, raffigurante Dante Alighieri di profilo, classicamente in cappello e vestito rosso. La ragazza stringe a sé la madre tenendole un braccio sulle spalle. La donna è agitata e si asciuga gli occhi con un fazzoletto.

 Signora Elvira (rivolta all’agente): “Questa mattina, ero ancora a letto, nel dormiveglia ho sentito un forte rumore di vetri rotti e di mobili rovesciati a terra. Mi sono precipitata qui in sala e ho visto mio marito che come una furia stava sfasciando ogni cosa, sbraitando come un folle. Parlava in modo strano, diceva cose senza senso, che non capivo”.

 Il poliziotto rivolge lo sguardo verso la ragazza, invitandola a dire la sua.

 Simona: “Anch’io mi sono svegliata di soprassalto e sono corsa qui in sala. Vista la scena, dopo un attimo di smarrimento sono corsa al telefono e ho chiamato prima voi e poi il 118”.

 Agente (rivolto alla donna): “Mi dica, signora… suo marito è una persona violenta? Già in passato ha mostrato segni…”

 Signora Elvira: “Ma no, ma no… Pardo è sempre stato un pezzo di pane. Gran lavoratore… fa il farmacista, sa? È un uomo mite, poco incline alle chiacchiere. Non ha mai litigato in vita sua. Non beve…”

 Seconda scena

 Interno giorno. Corsia d’ospedale. In prossimità di una camera dalla porta spalancata (nella quale, si capisce dalle urla, è ricoverato il marito della signora Elvira) ci sono la madre e la figlia a colloquio con un infermiere.

 Signora Elvira (rivolta all’infermiere): “Come sta mio marito?”

 Infermiere: “Lo sente anche lei, signora. È agitato e confuso.”

 Dall’interno arriva la voce dell’uomo.

 Pardo (urla fuori campo): “IN QUAL DANNATO POSTO M’HAI CONDOTTO? / MALNATO, MISERABIL VILE E RIO / DESIAVO STAR IO NE LO MIO SALOTTO / E NO IN CODESTO ANTRO SENZA DIO! …”

 L’infermiere chiude la porta e le urla giungono attutite, tanto che le parole non sono più comprensibili.

 Infermiere (allargando le braccia): “Gli abbiamo dato dei calmanti e presto verrà visitato da un dottore.”

 Terza scena

 Interno giorno. Studio medico. Il paziente, Pardo, è seduto sul lettino, ha il capo chino e guarda verso terra. Sembra tranquillo, forse è sedato. Il dottore, alla scrivania, dopo aver ultimato la compilazione di un modulo tira su la testa dalle scartoffie e si rivolge al paziente.

 Dottore: “Allora, signor Pardo, va meglio?”

 Il paziente annuisce, sempre con lo sguardo rivolto a terra.

 Dottore: “Ora le chiedo di dirmi un po’ di cose di lei – nome, cognome, luogo e data di nascita, il nome di moglie e figlia, mestiere, passatempi – così diamo una controllatina alla sua memoria. Le va? Dopodiché, ricevuti gli esiti degli esami, se va tutto bene la rimandiamo a casa.”

 Il paziente squadra il dottore con sguardo torvo. Abbassa nuovamente il capo. Sta immobile per qualche secondo, poi scende dal lettino, si para di fronte alla scrivania, gonfia il petto e guardando il dottore in tralice comincia a parlare.

 Pardo:

 “Pur se ‘l mio nome a voi non dirà niente

 né tantomeno quel del mio casato,

 mi chiamo Pardo e sì, tra la mia gente

 lignaggio degli Spina è rinomato.

 Frentana terra vide ogni mio passo,

 Larino è il borgo antico in cui son nato.

 Da quel Natal, pel mondo vado a spasso,

 del Millenovecentocinquantotto,

 pacatamente senza troppo chiasso.

 Da un tempo antico assai e ininterrotto,

 spartisce il mio destin madonna Elvira,

 che con la sua beltà il cor mio ha sedotto.

 Del nostro amore il frutto ognuno ammira:

 Simona, cheta e fragile donzella,

 fa fuoco e fiamme se però s’adira.

 Non sono un che spignatta e che spadella,

 non faccio il cariolaro da mondezza,

 non vendo vino né torcibudella.

 Bottega ho di speziale e con destrezza,

 melissa, belladonna, assenzio e menta,

 trituro, doso, mischio, e con saviezza

 io creo ‘l rimedio ch’ogni male annienta.

 Per ciò ch’attiene invece i passatempi,

 io leggo, scrivo e più nulla mi tenta.”

 Al dottore cade la mascella. Guarda il paziente con occhi sbarrati.

 Quarta scena

 Interno notte. Pardo, la moglie e la figlia sono seduti a tavola, in sala. Su una parete, in bella evidenza è appeso il quadro, questa volta dritto e con il vetro integro, raffigurante Dante Alighieri di profilo. Il desco è imbandito e ognuno dei tre personaggi ha un piatto di tortellini in brodo davanti a sé. Niente vino, solo acqua, in tavola. Pardo ha gli occhi fissi nel piatto e un cucchiaio nella mano destra ma non sembra intenzionato a mangiare. La signora Elvira e la figlia si scambiano un’occhiata. La donna sospira.

 Signora Elvira: “Dai Pardo, mangia qualcosa. Non puoi andare avanti così. Ti devi rimettere. Fai un piccolo sforzo.”

 Simona: “Su, papà. Non fare i capricci. I medici l’hanno raccomandato tanto. E poi lo sai che le medicine non le puoi prendere a digiuno…”

 L’uomo, dopo qualche attimo comincia a mangiare voracemente, senza interruzione tra una cucchiaiata e l’altra porta il cibo alla bocca in modo meccanico. Inghiotte quasi senza masticare. La donna e la figlia guardano preoccupate quei gesti da automa. Alla fine del pasto la figlia si avvicina al padre, lo abbraccia da dietro e gli porge due pastiglie.

 Simona: “Prendi queste papà.”

 L’uomo inghiotte le pastiglie, poi beve un sorso d’acqua.

 Signora Elvira, con fare forzatamente energico: “E ora a nanna, Pardo. Cerca di dormire bene, mi raccomando. Domani mattina abbiamo la visita con il professor Cavalcanti.”

 Quinta scena

 Interno giorno. Studio di uno psicanalista. Alle pareti, per il resto spoglie, solo un ritratto di Sigmund Freud. Una scrivania in mogano, con una lampada art déco, una serie di stilografiche perfettamente allineate, un portapipe con svariate pipe e volumi sparsi sul pianale. Tra questi oggetti, non in evidenza (ma la macchina da presa dovrà individuarlo e indugiarvi brevemente), un piccolo busto di Dante Alighieri. Dietro la scrivania, una poltrona a rotelle, in pelle, con braccioli; di fronte, due sedie. Contro la parete opposta a quella della scrivania, un lettino in pelle marrone, di fianco al quale, dalla parte della testiera c’è una sedia modello Luigi XVI con braccioli.

 Nello studio c’è il professor Cavalcanti, seduto alla scrivania. È un tipo alto e magro, sulla cinquantina. Ha capelli di media lunghezza, brizzolati, barba lunga, curata e baffi a manubrio. Occhiali dalla montatura nera, massiccia. Indossa un abito (giacca aperta, pantaloni a sigaretta, gilet abbottonato) in stampa scozzese, colore dominante il rosso, cravatta perfettamente intonata, camicia bianca e gemelli ai polsini. Ai piedi porta scarpe inglesi, di cuoio, alte coi lacci. 

 Bussano alla porta.

 Professor Cavalcanti: “Avanti!”

 Entrano la signora Elvira e, al seguito, il signor Pardo, sguardo basso e non particolarmente entusiasta di trovarsi in quel luogo.

 Signora Elvira: “Buongiorno professore, mi chiamo Elvira Lozzi. Ho accompagnato mio marito Pardo per la visita…”

 Il professore con un gesto della mano invita i due a sedersi. La donna porge al professore una cartella contente referti medici, risultati di esami, cartelle cliniche. Il professore dà un’occhiata per qualche minuto alle scartoffie, poi si alza, fa il giro della scrivania e invita la signora a uscire.

 Professor Cavalcanti: “Bene. La prego, signora, ci lasci soli.”

 La accompagna alla porta e la invita ad accomodarsi in una piccola sala d’attesa, sui muri della quale, incorniciate, ci sono delle stampe che riproducono scene dell’Inferno dantesco, incisioni di Gustave Doré. Contro una parete c’è una poltroncina imbottita, con schienale trapuntato, in pelle marrone. Un tavolino basso al centro della sala, con su pile di giornali.

 Il professore invita Pardo a sdraiarsi sul lettino. Pardo, come non avesse volontà propria, esegue. Il professore, dopo aver preso dal pianale della scrivania un block-notes e una stilografica, va ad accomodarsi sulla sedia Luigi XVI. Incrocia le gambe.

 Professor Cavalcanti: “Dunque, signor Pardo. Si senta libero di dire tutto quello che le passa per la testa. So per esperienza che l’inizio è sempre la parte più difficile da affrontare, per cui stia tranquillo e proceda pure a ruota libera. Penseremo poi a indirizzare il tiro…”

 Pardo, dietro l’apparente calma mostrata fino a quel momento, freme, ha urgenza di esternare ciò che lo tormenta, quindi si mette a sedere e rivolto al professore comincia a parlare con frenesia.

 Pardo:

 “Mi dica professor, son forse pazzo?

 La mente mia è per sempre obnubilata?

 Di luce nel mio ciel non v’è più sprazzo.

 A udire ciò che dice la vulgata

 son preda ormai della schizofrenia,

 ma l’alma mia giammai fu sì appagata.

 Perché la gente irride la poesia?

 Si cela in me l’afflitto rimatore

 sul qual si scaglia amara sorte, e ria.

 Più non sopporto il viver nel rumore,

 né la bugia come semente sparsa.

 Della malvagità io provo orrore.

 Di cenere la testa mia è cosparsa,

 domando venia, più non appartengo

 alla mia gente, a questa terra riarsa.

 Che voglia di mandar tutto a ramengo,

 nel mar dell’utopia nuotare al largo,

 tornare alla placenta da cui vengo.

 Cercar divino amor, in sfida ad Argo,

 tutto fuorché vagar la vita invano.

 Oppur dormir, sognare, ire in letargo.”

 Ora Pardo è stremato, ha occhi febbricitanti.

 Il professore è sbigottito. Non crede alle proprie orecchie. Mai gli era capitato un caso simile, e per quanto a sua conoscenza, non erano frequenti tali casi di totale scollamento tra la vera natura di un individuo e la figura che la società gli ha cucito addosso. Si alza, va alla porta, apre uno spiraglio, si assicura che la signora Elvira sia sulla poltroncina – è lì, sta leggendo un giornale -, richiude la porta e torna a sedersi di fianco al lettino.

 Il professore guarda intensamente Pardo. Ha quasi le lacrime agli occhi. In uno slancio di entusiasmo, lo abbraccia e comincia a parlare.

 Professore:

 “Ma cosa dici amico mio, fratello?

 Dimora in te uno spirto superiore,

 sta la follia nel non vedere il bello.

 Insano è chi è incapace di stupore,

 chi ha scelto di non esser, ma apparire,

 chi scambia il mercimonio per amore.

 Recidi, mio sodal, le atroci spire

 del vano ciacolar di certa gente,

 e fiero sii di questo tuo bel dire.

 Soddisfa la tua sete alla sorgente

 della cultura, e più non ti curare

 di quei che seguon solo la corrente.”

 …

 Sul finire della quarta strofa sfuma l’audio. Dissolvenza.

 FINE

20 commenti »

  1. Mi ha ribaltato la serata! Un felice pezzo di bravura e padronanza delle rime (ma chi segue Giuseppe su Buduàr lo sa), lanciate in un galoppo di comicità fra poesia e scena: tempi azzeccati, indizi sparsi con arguzia e un finale spettacolare. B r a v o !

  2. Grazie Marco, contento ti sia piaciuto. Dietro la costruzione dei dialoghi in rima (con la gabbia dell’endecasillabo e della terzina) c’è un grosso lavoro, ed è sempre bello “incontrare” qualcuno in grado di coglierne la portata. Grazie ancora. Giuseppe

  3. quasi dantesco e non aggiungo altro

  4. Grazie Raffaele, contento ti sia piaciuto.

  5. ‘ Tanto carino e divertente pare , lo verso tuo, quand’esso d’ altrui è letto, ch’ogne bocca deven ridendo muta. ed Occhi altro non desian guardare .
    Mostrasi sì buffo a chi lo intende , che intender non lo può chi non lo lesse. …’
    Messere , rider mi facesti di tutto core, altro non vò dir, se non : quand’è che diletterai il nostro spirto con simil novellare ? Aspetterotti speranzosa .Madonna LAURA .

  6. Splendido omaggio al Sommo per i 700 anni dalla scomparsa! Anch’io da tua follower buduariana conosco la tua abilità nel comporre rime, per cui non mi stupisco ?. Troppo divertente la trama, con il finale che definirei “fraterno”, tra medico e paziente! E siccome “sta la follia nel non vedere il bello” di questo corto, alzo la mia paletta a favore di una sua rappresentazione!
    Bravo, bravo, bravo, anche nella descrizione dei set.

  7. Ah ah ah. Grazie Laura. Se vuoi trovare altri esempi del mio novellare, cerca in rete “DanteSka: Apocrifunk (HIP HOPera in sette canti” e su Youtube “Alberto Patrucco legge DanteSka di Giuseppe Ciarallo”. Finito il piccolo spazio pubblicità.

  8. Grazie Silvia per le tue parole. Peccato che la formattazione del testo sia saltata, perché nel mio originale i dialoghi in endecasillabi erano divisi rigorosamente in terzine. In onore al Sommo. Grazie ancora.

  9. Mi sarebbe piaciuto commentare in rima ma, ahimè, non ne sono capace. Una cosa te la posso dire, sei molto bravo e mi sono divertita tantissimo. Spero di poterlo vedere realizzato.

  10. Grazie Pasqualina, per il commento e per l’apprezzamento. Sono contento che il mio testo ti abbia divertito.

  11. Complimenti, il racconto è bello, scritto con originalità e ricercatezza; si potrebbe realizzare un corto interessante.

  12. Grazie Nicola, sarei un bugiardo se dicessi che non ci spero. 🙂

  13. Lettura deliziosa! Certo questo è un pezzo di bravura. Spero tu possa vederlo realizzato… il divertimento sarebbe assicurato!

  14. Grazie per l’apprezzamento, Monica. Ho voluto raccontare il momento storico in cui la cultura è considerata devianza. Con ironia.

  15. Ciao Giuseppe, molto bello. E molto azzeccato oggi, con la cultura deviata, maltrattata. Potrei citarti Brecht ma… lasciamo stare.

  16. Grazie Luca. Ma le citazioni di Brecht lasciamole a chi ha tutto il diritto di farle, per affinità di pensiero col grande drammaturgo e poeta tedesco. 🙂

  17. Bellissimo! Il Prof. Cavalcanti è geniale (già dal cognome) “Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io…” e la vulgata e il cor, gentile d’amore. Bello, decisamente bello e con più livelli di lettura, fra quotidianità e citazioni, come dire, non citate, sottese. Complimenti!

  18. Grazie per le tue parole, Cinzia. La poesia e la bellezza sono sotto attacco. Era ora che qualcuno lo gridasse al mondo. Lo ha fatto, a suo modo, il signor Pardo. 🙂

  19. Il signor Pardo da ieri è il mio mito!

  20. Nell’arrossire come un’educanda / ringrazio Cinzia – col mio far da bardo – / che col suo verbo il capo mio inghirlanda. / Ricambio stima e ben. Firmato: Pardo.

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