Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “Liberi” di Monica Ascani

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Ho sempre desiderato volare, sfrecciare tra le nuvole come uno di quegli aquiloni colorati che, temerari, sfiorano il vento. Oggi sono qui, sul tetto della città, a godermi il panorama migliore, quell’aria fresca che accarezza il viso, quella luce del tramonto che gioca con le finestre e le vetrine. Non mi pare vero: quell’orizzonte è così vicino da poterlo toccare e, allo stesso tempo, tanto lontano da volerci tutta la vita per raggiungerlo.

Vorrei che i miei mi vedessero: il desiderio di sempre e l’istinto primordiale alla libertà che si fondono in un istante di perfezione assoluta. Assaporo in un respiro quella sensazione di vita che solo gli uccelli e le nuvole possono provare. È come mangiare un bignè alla crema appena sfornato, come rimpinzarti di patate fritte o, a sentire chi è più grande di me, è come fare l’amore. Certo, non posso saperlo, ma deve essere una gran cosa perché tutti parlano di questo fare all’amore come se fosse il segreto di lunga vita … Persino mio fratello dice che quando lo proverò sarà come scalare l’Everest senza bombola d’ossigeno: ti toglie il fiato e ti stronca le gambe. Per la verità, non è che l’ho tanto capita, ma cosa volete che ne sappia un ragazzino di dodici anni.

Sono timido, da sempre schivo, qualcuno dice asociale, ma nessuno sa che in realtà sono un giullare di corte, un barzellettiere provetto. Non lo immaginano perché danno per scontato che sia disperato, arrabbiato perché relegato su questa carrozzina. Anche se non è una malattia contagiosa, è come se lo fosse: quando mi vedono i sorrisi si spengono, le labbra perdono la favella e gli sguardi si piegano in quella smorfia di tristezza e disgusto che fa passare la voglia di ridere persino a me. A volte, mi viene voglia di gridare che sono intelligente, simpatico e strafottente come ogni ragazzino della mia età, ma a cosa servirebbe? Se nemmeno le pubblicità progresso e le assemblee studentesche riescono a raggiungere l’obiettivo, cosa posso fare io in questo mondo dove ho lo stesso peso di un colibrì?

Non dovete farvi l’idea che l’handicap abbia trasformato il mio carattere. No, non è stata la mia condizione a precludermi le amicizie: sono stati gli altri a decidere per me. Fanno tutto loro, a volte senza nemmeno che lo sappia: è sufficiente la parola paraplegico a metterli a disagio, a far tremare quella parvenza di perfezione che è più fragile di un bicchiere di cristallo.

Sono nato così, ma non se ne sono accorti subito. Pensavano che fossi svogliato, troppo pigro per muovere le gambette paffute: strillavo, piangevo e mi dimenavo come faceva ogni altro coetaneo. Erano solo le gambe a non rispondere ai comandi e, dopo qualche giorno, mia madre si accorse che qualcosa proprio non quadrava. Ah … Grande cosa le mamme: il vero dono del cielo, il solo appiglio in un mondo che non meriterebbe di esistere se non ci fosse quel sorriso così perfetto da far dimenticare anche la giornata peggiore.

Il ricordo di lei mi svuota i polmoni e l’aria trattenuta involontariamente si mescola in quel marasma di vento e follia che mi sta schiaffeggiando il viso. Guardo ancora l’orizzonte e penso che mia madre è stata la sola a comprendere che, per quanto diverso, meritassi lo stesso trattamento e la stessa vita di ogni altro.

Non è stato facile all’inizio: questione di abitudine e di adattamento a quella scuola piena di scale e perniciosi angoli da evitare con perizia. A quel tempo, ero ancora felice: un po’ sfasato a causa dei compiti, ma nulla che non provasse ogni altro studente alle prime armi. Quello che mi mancava era la possibilità di liberarmi dalla mia sedia a rotelle e gettarmi in una corsa a perdifiato. Come invidiavo i compagni che giocavano a pallacanestro, che tiravano calci a un pallone senza capire che ogni infortunio era il segno che le gambe sentivano il dolore come segno di vita vissuta.

Il difficile è arrivato alle medie. Quelli della mia età cominciano ad uscire, a divertirsi, a baciarsi nei parchi ricoperti di foglie gialle e marroni. A me non può succedere perché non mi invitano mai … All’inizio ho pensato che fosse perché non sono di gran compagnia, poi ho capito che la diversità causa timore ed estraniazione, a qualcuno addirittura paura. Non capisco perché mi guardino come se fossi un alieno: in fondo, sono uguale a tutti gli abitanti di questo strano pianeta, solo che mi muovo in maniera un po’ più complicata. So che non è facile uscire con me: bisogna camminare lenti, scegliere la strada più semplice, fermarsi di tanto in tanto per aiutarmi a superare una buca invisibile a tutti tranne che a me. Devono essere problemi insormontabili perché, alla fine, hanno smesso di chiamare praticamente tutti.

Chi è sano non può capire quanto è stato favorito dalla sorte. Non è solo un problema di spostamenti, di marciapiedi o di vicoli troppo stretti: le barriere architettoniche sono la punta dell’iceberg. Sono altre le complicazioni che m’impediscono di vivere al cento per cento la mia vita a metà. Nessuno pensa mai che quegli sguardi di commiserazione, quei sorrisi di disgusto e pena sono una coltellata in pieno petto.

Non è come si vede nei film … Lì pare quasi magia e persino lo sfigato di turno ha il momento di gloria. La vita, quella vera, è diversa. Non ci sono pigiama party, guerra dei gavettoni o serate romantiche in riva al mare. C’è il problema delle medicine, il costo delle attrezzature, l’insegnante di sostegno, il problema della fisioterapia e dell’accompagno. Lo sanno bene a casa mia. Sento spesso mamma piangere e mio padre dirle che il prossimo mese andrà meglio, che troveranno i soldi per sistemare la rampa del furgoncino o per cambiare gli occhiali. Quando mi trascino nella stanza, cambiano espressione e fingono quell’allegria fittizia che punge gli occhi peggio di uno schiaffo in pieno viso.

Perciò, scartate l’idea del bullismo, delle prese in giro, dei maltrattamenti che tanto vanno di moda in tv. Certo, ci sono anche quelli, ma non è questo il motivo per cui mi sono trascinato nel palazzo più alto per fare il salto. Non voglio che passi il messaggio che mi sono arreso, che non ce l’ho fatta a reggere la pesantezza delle battute o gli scherzi più feroci. Perché, credetemi, sono handicappato, ma non scemo. Certo, le difficoltà si sarebbero trasformate come la mia voce e mi avrebbero perseguitato per sempre, ma non è questo che mi spinge a fare il grande salto.

La ragione per cui lo faccio è perché sono stanco di sentire mia madre chiedere a mio padre chi si occuperà di me quando loro non ci saranno più. Sono stufo che si preoccupino per questo figlio che è nato normale solo per metà o di ipotecare il futuro di quel povero fratello che dovrà sopportare il mio handicap peggio che se fosse il suo. Già, perché non crediate, l’eredità che gli lasceranno è un fardello di responsabilità e sensi di colpa che lo trascinerà giù peggio di una zavorra.

Spero mi possano perdonare e capire: in un solo istante, con una semplice decisione, ho liberato tutti da una prigionia che nessuno ha voluto e che, invece di carcerare solo me, ha tenuto in ostaggio l’intera famiglia.

Ci siamo, l’asfalto è a meno di dieci metri: finalmente, siamo tutti liberi.

4 commenti »

  1. Ciao Monica, leggendo il titolo mi aspettavo tutt’altro, poi sono sprofondata in questa storia, vera e dolorosa al contempo. Il tema mi sta molto a cuore: il mio primo racconto inviato qui, dal titolo “La sorella minore” è molto attinente (se vuoi dare un’occhiata 🙂 ). “Liberi” secondo il suo punto di vista, anche se secondo me la sua perdita li imprigionerà per sempre in un dolore insanabile. Ti faccio i complimenti per come scorre il racconto e per il messaggio che hai scelto di lanciare.

  2. Bello il tuo racconto. Un crescendo di sensazioni drammatiche descritte a volte anche con ironia. Fino alla tragica decisione finale.

  3. Brava, hai saputo colpire al cuore. E’ un racconto che lascia il segno.

  4. difficile scrivere un racconto che ha come tema l’handicap.
    Ci sei riuscita, senza facili commozioni, una storia perfetta.
    Brava

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