Premio Racconti nella Rete 2010 “Tra i rami del salice” di Titti Di Vito
Di Titti Di Vito • Categoria: Premio Racconti nella Rete 2010Proprio stamattina, mentre la fotografa in ufficio mi scostava i capelli dal collo e mi chiedeva di sorridere a bocca chiusa per dare al ritratto un’idea di maggiore professionalità, ho pensato che questo genere di foto si trova sui quotidiani, nelle pagine di cronaca, spesso per ricordare la vittima di qualche tragedia.
Mi diceva di guardare l’obiettivo e di sorridere seriamente, come se sia possibile unire questi due paradossi. Poi si è arresa, “Lei ha una faccia che ride, non c’è niente da fare”, mi ha detto, a metà tra la rassegnazione e il biasimo.
Certo, ora ho ben pochi motivi per sfoderare il mio consueto sorriso aperto, buttata così, come un sacco vuoto, in un angolo buio e solitario di questa città.
Mi sono trasferita sul lago non appena mio marito mi ha lasciata. Fortunatamente i nostri figli non hanno sofferto troppo di questo trauma familiare, perché da tempo hanno preso strade diverse, attraversando l’oceano per un dottorato in America, nel caso di Marta, e trasferendosi al sud per lavorare in un’azienda agricola, nel caso di Guido.
Hanno sempre saputo loro, più saggi e lungimiranti dei genitori, che noi due non saremmo invecchiati insieme. Lui se ne è andato finalmente con l’altra, che per anni ho avuto come coinquilina nel cuore di mio marito e che per convenienza ho accettato finchè necessario.
Mi sono stabilita sul lago, in quella città in cui avevo lavorato da giovane e dove era rimasto un pezzo della mia anima.
Ho ritirato i soldi del premio della mia assicurazione e ho comperato un monolocale vicino alla stazione. E’ luminoso ed essenziale, sufficiente per me, i miei libri e le mie ombre. Dietro la poltrona c’è un’improbabile scaletta a chiocciola che si apre su un terrazzino minuscolo, ma meraviglioso. Da qui vedo il lago. Ogni mattina, quasi all’alba, mi arrampico lassù per salutarlo, per respirare il suo profumo intenso e inconfondibile.
Anche oggi sono salita, ma francamente non credo di avere le forze per poterlo fare, domani.
Ecco, tra tutto l’orrore e l’angoscia di questa notte, ciò che più mi rattrista è il timore di non poter guardare il lago dal mio terrazzino.
Lavoro in una grande città a parecchi chilometri da qui, e parte dei giorni lavorativi degli ultimi trent’anni l’ho trascorsa viaggiando verso l’ufficio, da posti diversi, ma con la stessa destinazione e lo stesso mezzo di trasporto. Credo di essere uno dei pochi pendolari che accoglie i ritardi e le attese infinite come benedizioni. Un regalo inaspettato, tempo libero per chi tempo non ha mai.
Oggi ho preso l’ultimo treno di ritorno perché avevo la lezione nel negozio di profumi.
Da quando sono tornata “libera” posso finalmente dedicarmi alle passioni che gli impegni e le restrizioni familiari del passato mi hanno impedito di seguire.
Questo corso dei profumi l’ho cominciato da poco, in onore delle mie capacità olfattive che mi permettono di riconoscere un aroma in mezzo a mille altri senza scarti di errore.
Il treno l’ho quasi perso perché mi sono fermata a parlare con quel tizio, un po’ strano, che da qualche giorno mi guarda di nascosto, pensando di non essere visto. Gli uomini sono così ingenui, a volte. Lui dice di avere un negozio di fiori, ma di non essere in grado di distinguere le note di una rosa tea da quelle di un geranio, così sta cercando di affinare il suo terzo senso.
Cerco di muovere piano le gambe, di raccoglierle contro di me, ma ogni centimetro guadagnato mi provoca una scarica di dolore insopportabile.
Durante il viaggio verso casa non mi sono resa conto di essere quasi da sola nel vagone. A malapena ho registrato la presenza di altri esseri umani in stazione, tuttavia non mi sono curata di loro e tantomeno mi sono sentita in pericolo.
Dal piazzale ho imboccato la strada che scende al lago, ma sentivo uno strano pizzicore alle spalle, come se una parte del mio corpo avesse iniziato a lanciare messaggi di allarme.
Non mi sono voltata quando ho sentito le voci dietro di me, ma c’era una nota fuori posto in ciò che ho sentito, un accento che mi ha terrorizzata. Ho aumentato il passo, invasa dai brividi di panico, frugavo nella borsa, ma non ho fatto in tempo a toccare il cellulare che una mano mi ha tappato la bocca, mentre qualcuno mi piombava addosso.
Mi hanno spinta contro il muro e poi nel vicolo che si apre su un cortile abbandonato, usato di giorno dai pendolari come parcheggio incustodito e di notte per qualche incontro illecito. Stasera però era vuoto.
Uno mi immobilizzava, spingendomi avanti, e l’altro ci precedeva con la voce arrochita, dando indicazioni al compagno sul punto in cui portarmi.
Ci siamo addentrati tra i rami di un salice, assurdo simbolo di una natura onnipotente che fa crescere i suoi fiori più belli nei posti più squallidi. I rami dell’albero, fitti e ricadenti fino a terra, sembrano il rifugio perfetto per due innamorati, purtroppo il convivio che si stava per consumare era di ben diversa natura.
Mi hanno spinta a terra, facendomi picchiare la schiena contro qualcosa, solo allora sono riuscita a cacciare una specie di urlo, ma lo schiaffo e il pugno che ho ricevuto in risposta, hanno smorzato ogni spirito di ribellione. Ho girato la testa da una parte per non guardare in faccia quei due, anche se il buio quasi totale non mi era di aiuto per distinguerne i tratti.
Si sono affacendati su di me, con una bestialità immotivata, per una donna della mia età. Non dico che una giovane affascinante debba essere vittima di maggiori brutalità, ma a quasi cinquant’anni non credevo di provocare tanto interesse, seppure in esseri disumani come quelli.
Il loro odore, la puzza dell’arroganza e della cattiveria erano insopportabili.
Avevo trascorso la serata a respirare da fialette profumate e costose, essere invasa ora da quel sentore orribile, misto al sapore del sangue che avevo in bocca, mi provocava la nausea.
Loro devono avere letto il disgusto sul mio viso, nonostante cercassi di stare ferma per facilitare le cose, nella speranza che finisse tutto il più in fretta possibile, per questo forse mi hanno colpita ancora. Mentre uno si dimenava su di me, con ferocia e impazienza, l’altro mi tirava per i capelli e mi offendeva, diceva che così avrei imparato a fare la snob.
Giuro che ho cercato di assecondarli, non solo per vigliaccheria, ma perché si stancassero di una donna di mezza età, stanca e inerme.
Cercavo di non pensare a come sarebbe potuta finire quella storia. Quante volte avevo letto di violenze sulle donne che poi terminavano con i cadaveri abbandonati da qualche parte. Già mi immaginavo la foto scattata questa mattina sul giornale locale dei prossimi giorni, poche righe per descrivere il mio corpo deforme ripescato nel lago.
Che ironia, la risata a malapena contenuta di quella foto, a contraddire la gravità della notizia. La mia faccia che ride, anche in quel momento assurdo e drammatico, si è un po’ distesa. Non posso farci niente – ho pensato – proprio come la fotografa ha dichiarato sconfitta dopo una decina di scatti e di suggerimenti inutili.
Dopo un tempo infinito sono riemersa dai pensieri per accorgermi che avevano smesso di aggredirmi, che a bassa voce stavano temporeggiando sul seguito da dare alle loro crudeltà. Uno dei due sembrava titubante e quell’incertezza di pochi istanti è stata la mia salvezza, forse, perché le voci di una coppia impegnata a litigare hanno messo fine ai dubbi dei miei carnefici, che si sono dati alla fuga.
Sono rimasta ferma, in silenzio. La coppia non si è accorta di nulla, non ha mai saputo di avere probabilmente salvato una vita umana, grazie ai suoi litigi. Che Dio benedica i tormenti di quei due innamorati.
Mentre resto distesa sotto questo salice, tra i germogli nuovi dei suoi rami, decido di non denunciare quanto è successo. Se riuscirò a trascinarmi in casa, senza farmi notare da nessuno, se riuscirò a isolarmi dal mondo per qualche giorno, andrà tutto a posto, da sé.
Non è necessario, per come sono andate le cose, allarmare i miei figli, la mia famiglia e le amiche. Non sopporterei le inevitabili critiche sulla mia scelta di stare da sola, in questa città di confine.
Quello che mi interessa non è la giustizia o peggio la vendetta, seppure mi chiedo come possa mai vendicarmi delle ferite e delle lacerazioni che hanno aperto nel mio spirito oltrechè nel mio corpo, quei due.
Più di ogni altra cosa, quello che mi importa, ora, è trovare la forza per salire a guardare il lago, domattina.
Titti Di Vito e'
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i sentimenti che ho provato leggendo questo racconto, la paura, il dolore, la solitudine e sopra ogni cosa la forza per dimenticare mi hanno fatto pensare a quanto noi donne siamo deboli ma allo stesso tempo forti, come i giunchi che si flettono ma non si spezzano quando il vento li scuote.
grazie Titti
Semplicemente toccante. La futura “Zafòn” italiana..
Caro Betto, sei romantico e ingenuo, proprio come me :-). Confido nella comprensione degli altri scrittori e lettori della rete: è giovane e - soprattutto - mio fratello…
Grazie comunque del complimento e del tifo!
Titti
Ben scritto. Sono una serie di immagini di cui si percepiscono anche i colori. Sai che potrebbe essere oltre che un bel racconto, un bel racconto per cortometraggio? grazie!
Cara Silvia, sono io che ringrazio te per avere letto il mio racconto e per il prezioso complimento! Sono felice di suscitare emozioni, di qualunque genere, con i miei racconti, una consapevolezza che è già un premio enorme per me. Questa in particolare è una storia triste, l’argomento è scomodo, ma come dice Nadia - che abbraccio e ringrazio per le sue parole - si può superare tutto, anche quando ad aspettarci e a motivarci c’è “solo” un terrazzino…
Buona giornata. Titti