Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2021 “La Sartina di Firenze” di Maria Pia Acquistucci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2021

Gisella era una ragazza dolce e carina. Di lavoro faceva la sarta in una nota casa di moda. Nel suo lavoro era imbattibile, raffinata e sempre attenta. I suoi giorni trascorrevano uguali, pieni di stoffa e punti da mettere. Non si stancava mai. Fare la sarta le piaceva e le permetteva di conoscere gente ricca e facoltosa. La sera usciva dal laboratorio tardi e andava a passeggiare in centro e lì s’incantava ad ammirare i negozi sognando di diventare stilista. Ritornando in se entrò in un caffè. Questo succedeva tutte le sere.
Una mattina andando presto al lavoro decise di cambiare strada. Da lungo Arno s’incamminò verso Piazza della Signoria. Qui incrociò un noto personaggio e salutandosi, gentilmente si misero a parlare.
Era presto e Gisella poteva ancora passeggiare un pò.
Il distinto signore la invitò a fare colazione e lei accettò con gentilezza. I due sedettero fuori del caffè, la mattina c’era un bel sole e si godeva della città ancora non invasa dai turisti. Parlarono del più e del meno. Lui però non si espose molto, mantenendo l’anonimato.
Poi si salutarono e Gisella ritornò verso il laboratorio. Entrando salutò l’amica che era nel salone e che le disse: “Gisella è ancora presto. Ti hanno buttato giù dal letto?”
“No Cinzia volevo passeggiare e godermi questa splendida città ma sai ho incontrato un tipo molto elegante che mi ha offerto pure la colazione”, ribadì Gisella.
“Ah però”, rispose l’amica.
Intanto le sartine cominciarono ad arrivare ed ognuna di loro prese posto come ogni scolaretta. Entrò la direttrice che mise sul tavolo da lavoro una stoffa magnifica. Tutte a toccarla con le mani. Era una nuvola di seta, i suoi colori ondeggiavano e andavano da un blu ad un azzurro polvere molto delicato.
Poi rivolta a noi disse: “Ragazze dobbiamo confezionare un abito per una nobildonna. Serve prontezza e meticolosità nel mettere punti, non sbagliate, lavorate con accuratezza. Io vi seguirò.”
La direttrice uscì.
La tagliatrice cominciò il lavoro e ad ognuna di noi diede il suo compito. Chi smacchinava e chi faceva gli orli. Era tutta una baraonda.
La direttrice s’affacciò sulla porta e mi chiamò: “Gisella vieni con me, andiamo al magazzino delle stoffe.”
Il magazzino era molto grande, c’erano bobine e bobine di tessuti colorati, a fantasia, pizzi e ecc.
Prese quello che cercava e lo portò in laboratorio.
“Signora direttrice posso iniziare il mio lavoro?” Disse Gisella.
Presi la stoffa e iniziai a montare l’abito con sveltezza e passione. Si vedeva che avevo l’arte di accostare pezzi di stoffa e farne un capolavoro di vestito. I gesti di prendere la stoffa tra le mani erano innate in me. Questo la direttrice lo sapeva.
Un giorno nel laboratorio capitò un agente di teatro. Dovevamo confezionare degli abiti di scena per una commedia. Il lavoro era molto impegnativo, ma nello stesso tempo interessante economicamente. Ne valeva la pena, il nostro atelier sarebbe stato conosciuto anche come abiti teatrali.
La direttrice accettò e con l’agente andarono in magazzino a scegliere le stoffe. Cominciarono a srotolare le bobine dei velluti e delle sete. Era magnifico, una già immaginava la scena e l’attrice che lo avrebbe indossato.
L’agente di teatro era rimasto affascinato, fece così una bella ordinazione e cominciò il grande lavoro.
Venne il pomeriggio tardi, uscita dal lavoro feci la solita passeggiata e rividi il signore elegante. Questa volta mi fermò e ci dilungammo nell’incontro. Poi finalmente si presentò. Si chiamava Leonardo e veniva dalla collina di Fiesole. Continuando mi raccontava che i suoi genitori erano appartenuti ad un nobile casato fiorentino ed era proprietario del caffè dove la mattina andavo a fare colazione.
All’improvviso rivolto a me disse: “E lei cosa fa? Come si chiama?”
“Mi chiamo Gisella e lavoro come sartina in una casa di moda”, dissi.
Ormai ero diventata amica di Leonardo, non mi interessava se era ricco e apparteneva alle famiglie più “IN” di Firenze. Quel signore dai modi così distinti mi cominciava a piacere.
Rimanemmo ancora a parlare un pò. Gli raccontai dell’impresario teatrale e dell’ordinazione dei vestiti per la recita che doveva fare.
“Gisella sai le stoffe fiorentine sono le migliori al mondo, sono le più pregiate. Abbiamo il primato fin dal tempo rinascimentale, da quando i Medici ci hanno menzionati nella storia. I migliori stilisti da tutto il mondo si rivolgono a noi”.
Gisella la storia la conosceva molto bene e fu orgogliosa di far parte di quel mondo privilegiato e dorato della moda.
Finirono di bere l’ultimo aperitivo e si salutarono. Ognuno poi per la sua strada.
La mattina era domenica. Un sole luminoso brillava nel cielo e i raggi entravano nella camera. Gisella si alzò e vestitasi uscì di casa. Voleva dedicare la domenica all’arte. Prese la strada che portava a Palazzo Pitti.
Mentre aspettava l’entrata visitò i giardini, belli con le loro piante fiorite che emanavano un profumo inebriante e i loro colori vivaci. Sembrava di essere in un quadro dipinto da pittori famosi.
Finalmente i portoni si aprirono e con lei entrarono i turisti.
Gisella cominciò a guardarsi intorno. Presa da quell’arte magnifica stette li per un pò di ore godendo di quella bellezza che nutriva la sua anima, sete del sapere.
Verso le due uscì con la sua macchina e prese la strada che portava a Fiesole. Aveva pensato che una gita tra le colline avrebbe completato la sua giornata.
Appena arrivata a Fiesole parcheggiò e si incamminò verso la piazza. Qui trovò una cantina caratteristica chiamata Il Gallo d’Oro. Dall’altra parte della piazza un famoso caffè e fuori incontrò Leonardo.
Lui le venne incontro e le chiese: “Come mai a Fiesole, Gisella?”
Lo salutò e gli rispose che era venuta per mangiare e distrarsi un pò.
I due entrarono al Gallo d’Oro. La cucina della cantina era buona e godeva di una notorietà incredibile, che tutti, compresi i turisti, almeno una volta avevano visitato e gustato.
Leonardo guardava di sottecchi la ragazza. Aveva una certa simpatia ed era dolce e esile, metteva tenerezza e somigliava ad una figura dipinta dai maestri fiorentini.
Gisella di tutto questo non s’accorgeva, era presa da altre cose. Pensava a farsi un nome come sarta e poi sfondare nel mondo della moda. Leonardo in questo settore poteva aiutarla, essendo conosciuto nella città.
Uscirono dal Gallo d’Oro e andarono a passeggiare lungo l’Arno. Ad un tratto le prese delicatamente il braccio e parlando arrivarono fino a Ponte Vecchio.
Tra i due si era instaurata qualcosa di più di una bella amicizia.
La mattina del lunedì Gisella andò al lavoro e come sempre passò al solito caffè per la colazione ma non trovò Leonardo. Domandò al barista: “Oh Luchino si è visto il signor Leonardo?”
“E’ fuori per lavoro”, rispose il barista.
Gisella rimase impensierita, bevve il suo caffè e tornò al laboratorio.
Le ragazze dell’atelier erano laboriose e parlavano sotto sotto dei pettegolezzi della città. La discussione cadde proprio su Leonardo. Dicevano che era innamorato di una nobildonna fiorentina e che era andato in vacanza con lei. Gisella al discorso rimase di stucco. Luchino le aveva raccontato una bugia. Dunque cosa voleva da lei Leonardo?
La direttrice entrò nel salone e passò in rassegna ogni lavorante. Controllò che tutto andasse alla perfezione poi si fermò davanti a Gisella, la scrutò e le disse: “Gisella muoviti ad attaccare le ruches all’abito, sei piuttosto distratta.”
“Ma cosa dice madame?”, Disse Gisella
“Questi sono vestiti di scena, devono essere consegnati al costumista giovedì pomeriggio.”
“Va bene Madame lavoreremo di lena”, dissero tutte.
La direttrice uscì dal salone.
Venne l’ora dell’uscita, un’altra giornata trascorsa con fatica ma piacevole perché Gisella adorava cucire.
Lei voleva capire tutti i trucchi del mestiere della Maison De Mode però allo stesso tempo nel cuore aveva Leonardo anche se lui la faceva soffrire.
Tornata a casa la mamma le comunicò di una telefonata avuta durante la giornata.
“Mamma ma chi era”, disse Gisella.
“Non so figlia mia”, rispose la mamma.
“Ha detto che richiamerà.” Poi prese le sue cose ed entrò in bagno per una doccia. Si sentiva lo scrosciare dell’acqua e il canto di lei. La mamma la chiamò per dirle che la cena era pronta. Uscì dal bagno tutta profumata, si mise il pigiama e scese a cena.
In quel mentre il telefono squillò.
“Pronto”, disse lei.
Dall’altro capo una voce maschile la fece sussultare.
“Cerco la sartina dell’atelier del centro, vorrei parlare di lavoro. Abbiamo visto qualche modello di vestito, c’è piaciuto e vorremmo offrirle di lavorare con noi.”
Poi l’uomo ribbattè: “Siamo un’azienda americana e la vorremmo con noi in America”.
Gisella era rimasta muta ma con prontezza gli rispose: “Senta signore non posso decidere. Il mio lavoro è di gruppo e devo confrontarmi con le altre e con la direttrice.”
“Mi faccia sapere signorina, noi aspetteremo una vostra decisione. Lavorando con noi diventerà stilista e firmerà i suoi capi”, ribadì l’americano.
Era quello che voleva ma le dispiaceva lasciare Firenze, la madre e Leonardo.
Posò la cornetta del telefono e finì di mangiare.
Subito la madre si mise a dire: “Gisella avresti il coraggio di lasciare l’atelier per andare in America? O grulla!”
“Mamma ancora non lo so, ma questa è la mia occasione, sono stata notata e ora voglio dare sfogo alla mia creatività.”
“Intanto finisci di mangiare che poi andiamo a letto”, disse la mamma.
In mente avevo sempre Leonardo. Come l’avrebbe presa questa cosa? Spensi la luce sul comodino e mi addormentai.
La mattina mi svegliò mia madre con il caffè, si sentiva un profumo per la casa che anche i muri rimanevano inebriati.
Quella mattina non andai al lavoro, gli americani volevano una risposta da me, dovevo pensare, meditare per quello che sarebbe successo nel laboratorio. Dovevo informare anche i superiori.
Girai per la casa senza fare niente.
“Mamma buongiorno, questa mattina andremo al mercato, non voglio andare a lavorare, devo meditare sul mio futuro.”
“Figlia mia hai già un futuro, stai lavorando in una casa di moda importante, cosa vuoi di più dalla vita?”
“Ma mamma io voglio diventare stilista.”
“Ma hai la possibilità di diventarlo?”, fece la mamma.
Poi ritornò alla carica: “Lo so che sei ambiziosa ma così puoi perderti per strada.”
“Mamma se tu non mi fai provare”, disse Gisella.
“Io sono preoccupata per te, non voglio perderti”, continuò la mamma.
Gisella andò in bagno per prepararsi.
Finalmente madre e figlia uscirono dirigendosi verso il mercato.
“Mamma guarda che bella stoffa per farci un vestito.”
“Si figlia mia, non mi serve un vestito ora.”
“Ma mamma! Io voglio che tu sia elegante e ci tenessi un pò.”
La madre di Gisella apparteneva a quella categoria di donne semplice e modesta, la figlia la voleva trasformare in una donna fatale ma non ci riusciva perché a farla rinsavire era proprio la mamma.
Andarono poi a prendersi un caffè al solito bar. Si sedettero e il discorso cadde sul suo lavoro. In quel momento entrò Leonardo. Era tornato pensò tra se Gisella.
Poi verso la mamma disse: “Mamma non ti girare c’è una persona che conosco.”
Non fece in tempo a dire l’ultima parola che se lo vide davanti.
“Buongiorno”, salutò Leonardo.
Come se niente fosse si sedette tra le due donne.
Poi Gisella chiamò il cameriere per portare il caffè.
“Leonardo come stai?” Disse.
“Bene”, rispose.
“E’ stata una bella vacanza?”
“Si Gisella”, disse lui, “Sa il posto dove sono stato è di un incanto sia per ritemperare il corpo che lo spirito.”
Intanto lui continuava con il racconto. La mamma lo ascoltava in silenzio.
Poi bevuto il caffè Leonardo si alzò e disse: “Gisella ci rivedremo” e uscì dal bar.
Poco dopo lo seguirono anche loro. Per strada la mamma fece mille domande.
“Ma guarda un pò hai un pretendente e non mi dici niente?”
“Mamma non farneticare, lo conosco da poco, può essere mio fratello maggiore. Avrà si e no cinquant’anni”, replicò Gisella.
“Sai figlia mia, dall’apparenza deve avere i soldini.”
“Si mamma, è il proprietario del bar dove abbiamo preso il caffè e abita sulla collina di Fiesole. Non posso dirti di più.”
Arrivate a casa misero a posto la spesa, poi prese la stoffa che aveva comprato e la provò davanti allo specchio. Sarebbe stato un bel vestito. La stoffa le scivolava dalle mani, una seta leggera. Sembrava una nuvola.
In quel mentre entrò la mamma: “Hai visto non volevi comprarla, secondo te. Sbagliavi!”
“Domani la porterò in laboratorio per farla tagliare di nascosto, Madame non vuole che facciamo questo.”
“Bene Gisella”, e la mamma andò via.
Gisella doveva dare la risposta agli americani, le era passato di mente con la passeggiata al mercato.
Passato qualche giorno riprese il lavoro.
La direttrice la salutò e lei rispose: “Madame devo dirle che gli americani mi hanno proposto di andare con loro a lavorare. Ho detto che non avrei tradito la fiducia dell’atelier, così vi ho messo al corrente.”
Disse: “Gisella tu sei stata sempre con noi e ci dispiace che tu vada via.”
“Io avrei una soluzione Madame.”
“Quale?” Rispose la direttrice.
“Perché non incontriamo qui nell’azienda gli americani. Possiamo proporgli un accordo.”
“Hai ragione Gisella, hai proprio pensato bene. Occupati tu di contattarli”, disse Madame.
Venne il fatidico giorno. Gli americani vennero all’appuntamento. Gisella quella mattina si era messa in tiro ed entrata nel bar salutò. L’incontro si svolgeva nel bar di Leonardo. Cominciarono a discutere d’affari.
“Sentano signori, io ho pensato di coinvolgere in questo progetto tutta la squadra dove lavoro e saremo felici di venirvi incontro.”
Poi gli americani misero quello che erano le loro idee: aprire un atelier di moda italiana in America.
La direttrice fu entusiasta. Fece visitare agli americani il laboratorio. Erano molto contenti, si era concluso un accordo di lavoro importante e redditizio.
Ognuno poi andò per la sua strada, con l’occasione di risentirsi.
Le altre ragazze volevano sapere come fosse andata. É andato tutto bene, i nostri capi sono stati accettati.
Chissà se questo sogno si sarebbe realizzato, diventare stilista in America, ce l’avremmo fatta? Mah! Pensava tra se Gisella.
Intanto riprese a lavorare, ad attaccare ruches sui vestiti di scena, quelli che avevano commissionato. Erano quasi pronti, mancava poco alla consegna. Erano molto belli e dovevano venire a ritirarli nel pomeriggio. Si presentò il responsabile, prese i vestiti, li caricò sul furgone e poi un altro signore che era insieme staccò dal libretto degli assegni una somma non indifferente. Insieme lasciò una busta che conteneva dei biglietti per la prima. La direttrice diede ad ognuna di noi il biglietto così saremmo potute andare a teatro.
Dopo un pò di giorni gli americani vollero definire la trattativa. Parlarono con il proprietario della casa di moda e fu firmato il contratto. Così avremmo avuto un punto moda in America.
La direttrice ci diede la notizia e rimanemmo sbalordite. I nostri vestiti in giro per gli Stati Uniti. Festeggiammo tutti insieme l’evento con una mega festa in un locale famoso di Firenze.
Quella sera io e le mie amiche conoscemmo molta gente importante nel mondo della moda.
Gli americani erano molto contenti.
Due tipi vennero al nostro tavolo, erano piuttosto carini.
“Signorine possiamo farvi compagnia?” Dissero.
“Volentieri”, risposi.
Così s’accomodarono. Erano due agenti della moda e avevano sempre lavorato in quel settore. Uno si chiamava Peter e l’altro John. Tutta la sera rimasero con noi. Finita la festa si congedarono e ognuno andò per conto suo.
Due mesi dopo partirono per Los Angeles i proprietari della nostra azienda con la direttrice. La città di Los Angeles era magnifica, la direttrice ci metteva al corrente di tutto quello che avveniva.
Il locale era di un lusso sfrenato, proprio sulla strada di Beverly Hills.
I nostri vestiti, che avevamo portato da Firenze, erano esposti in quelle vetrine così meravigliose che davano uno sfoggio pazzesco.
Avevamo fatto bene a collaborare con gli americani. La nostra casa di moda avrebbe avuto successo, e che successo!
Ritornata dall’America con un’agenda molto fitta d’impegni, la direttrice volle mettere in cantiere una sfilata. Questa richiedeva molto impegno e lavoro.
“Gisella vieni con me ad ordinare le stoffe per i vestiti della sfilata?”
“Si direttrice subito”, dissi.
Quando fummo in magazzino, scegliemmo le più belle. Così iniziammo a lavorare di brutto.
Una sera avevo fatto tardi e all’uscita c’era Leonardo.
“Buonasera Gisella, devo parlarti.”
“Dimmi.”
Gisella si scostò un momento.
Poi lui riprese il discorso: “Voglio conoscerti meglio e diventare il tuo ragazzo se così si può dire dato i cinquant’anni che ho.”
“Io sono ben felice di essere la tua ragazza anche se sei maturo. Anzi gli uomini maturi hanno più fascino”, disse Gisella. “Leonardo, voglio precisare che ho un sogno nella mia vita, voglio diventare stilista e non voglio essere intralciata.”
“Ma Gisella io non ti obbligo nulla”, rispose lui.
Poi l’accompagnò fino a casa.
Da quella sera Gisella era diventata più sicura, le cose le andavano bene, era felice.
Si prodigava più verso le sue colleghe. Aveva trovato l’amore.
Venerdì sera andarono a teatro, l’accompagnò Leonardo. Mise il vestito che doveva regalare alla mamma, era divina.
Salendo in macchina Leonardo le fece una carezza poi verso il teatro si incontrarono con le amiche e la direttrice.
Si salutarono, poi presero posto.
Le amiche la guardavano con una punta d’invidia e lei da lontano con la mano accennava un piccolo saluto.
Lo spettacolo cominciò e tutti rimasero estasiati dalla scenografia.
Leonardo cinse con delicatezza le spalle di Gisella, poi rivolto a lei disse: “Che bei vestiti amore.”
“Merito della nostra casa di moda”, Gisella disse, “Sai il nostro atelier è il migliore di Firenze.”
Finito lo spettacolo andammo a bere qualcosa nel nostro bar, quello che ci fece incontrare. Camminammo tutti e due abbracciati. Ad un tratto lui si staccò da me, tirò fuori dalla tasca una scatolina, prese il contenuto e me lo porse.
“Ecco Gisella mi vuoi sposare?”
Rimasi senza parole e ripresami dalla notizia gli dissi di si.
Ci sposammo e partimmo tutti e due per l’America. Così lavorai per gli americani ma sempre in contatto con la casa di moda che aveva visto nascere questa sartina.
Ero diventata ormai una stilista affermata. Firmavo i miei abiti ed i nuovi soci erano felici, però tornavo ogni anno a Firenze a trovare mia madre. Lei non voleva lasciare la sua città, le sue abitudini. Ma io ero felice così. Leonardo era molto premuroso, non avrei mai creduto che mi amasse così appassionatamente e dolcemente. Si! Un bel modo di vivere la vita regalandola a tutte le donne.

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