Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “Il ritratto di Gloria Mei” di Brunella Botte

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Entrati, videro, appeso al muro, uno splendido ritratto del loro padrone come lo avevano visto l’ultima volta, in tutto il prodigioso nitore della sua bellezza. A terra giaceva un uomo morto, in abito da sera, con un coltello piantato nel cuore. Era sfiorito, rugoso, ripugnante nel volto. Solo esaminando i suoi anelli riuscirono a riconoscerlo.”

Un giorno anche lei, magari per mano mia, farà la stessa fine.

Guardandola, in tutta la sua bionda bellezza, non posso fare a meno di pensare che da qualche parte, ben nascosto, c’è un quadro come quello uscito dalla penna di Oscar Wilde, brutto quanto la morte subitanea, specchio della sua anima nera.  Anche ora, mentre si prodiga in mille occhiatine languide all’indirizzo del nostro assai poco intelligente capo, il quadro, al posto suo, si degrada. Il tempo lavora sul solco dei suoi zigomi tracciati sulla tela, l’incarnato del viso si increspa, le labbra avvizziscono, lo sguardo sprofonda in generose occhiaie rivelatrici. Ma non voglio pensarci, non devo. Non ora che la riunione è finita e sono in pausa. No. Per cinque minuti, niente Gloria Mei. Prendo una rivista. Ecco qui, per non pensare, finisco il test, sono arrivata alla domanda n…

No, non va bene. Lei se la gode fin troppo. Povero quadro.

Sono trascorsi quattro mesi da quando sono inciampata nuovamente nella sua amena e perfettissima persona. Quattro mesi, e quel momento è così ben scolpito nella mia mente che non di rado, e senza un’apparente ragione, mi metto a rievocarlo, come in effetti sta accadendo anche ora, come continuerà ad accadere, a meno che io non ritorni al mio Test.

Dove ero rimasta? Ah, sì: Domanda n.5.

Il momento in cui avevo rivisto Gloria Mei, avrebbe dovuto segnare, come dire, un nuovo corso, una nuova vita e non, come invece era accaduto, una rinnovata inimicizia.

Dopo parecchio tempo passato a cercare lavoro ero finalmente approdata al mio primo colloquio serio. Sara, mia sorella, mi aveva vestita per bene, ed era riuscita persino a mettermi un filo di trucco. Le mie veementi proteste nulla avevano potuto.

– Ma non vedi che sembro un travestito?

Avevo domandato senza ironia, e con un filo di genuina disperazione.

– Non ti lamentare e stai ferma. Pensa positivo. Se va male il colloquio ti puoi fermare sulla Togliatti e tirare su qualche soldo.

A volte provavo dell’astio nei confronti del sangue del mio sangue.

Uscii di casa determinata. Avevo deciso che, nonostante la mia faccia esprimesse un’ambigua sessualità e il mio equilibrio sui tacchi fosse precario come il governo in carica, avrei dato il meglio di me, li avrei stupiti con effetti speciali e avrei avuto finalmente un lavoro degno di questo nome. Facile, no?

Non voglio pensare a cosa è accaduto dopo. Voglio distrarmi, adesso, subito. Domanda n. 5

Uscendo dal colloquio ripensai alle parole di Sara e decisi che, visto come erano andate le cose, forse prima di tornare a casa un salto sulla Togliatti era il caso di farlo. Prima però volevo un altro caffè: se fossi sopravvissuta al collasso, allora uno sfortunato automobilista avrebbe potuto avere il mio corpo per denaro. Ovviamente senza diritto di recesso.

Ma quel momento avrebbe dovuto attendere: il tempismo di mia sorella nel chiamarmi, con la complicità delle mani sudate, mi permise di concludere la mia performance in quel luogo con un fuori programma.

Il bicchiere del caffè finì ai miei piedi, non prima però di avermi svuotato addosso il suo contenuto.

– Cazzo!

– Ma una volta non era “pronto”?

– Eh…? Ma porca miseria! Ciao, scusa. Ho appena completato una nuova pagina dell’album delle figuracce.

– Beh, sono soddisfazioni. Ma come è andata? Almeno hai tirato su qualcosa così andiamo al McDonald?

Mia sorella aveva un certo difettoso sesto senso nel capire il momento di riattaccare e, soprattutto, di abbandonare la pericolosa Via del Sarcasmo in favore della più tranquilla Piazza dell’Accondiscendenza.

– Senti, sulla mia camicia si sta consumando un dramma caldo, marrone e zuccherato. Posso richiamarti?

Guadagnai la via del bagno e lì cercai di lavare via la macchia. Almeno quella sulla camicia. A quella sulla dignità avrei rimediato più tardi con una birra. O forse due. Strofinai e strofinai e strofinai, come solo una massaia cantonese può. Controllai il risultato delle mie fatiche, rimirando la mia immagine nello specchio: la macchia era quasi sparita.

E così il travestito.

Al suo posto c’era un panda.

Non solo era sfumata anche l’ultima possibilità di guadagnare qualche euro, ma adesso ero anche in via di estinzione. Bene, benissimo. Rimasi immobile per un po’, china sul lavandino. Provai a racimolare avanzi di autocontrollo e rimasugli di amor proprio, ma prima di riuscirci scoppiai in una risata isterica che, squassandomi tutta, mi ridusse, se possibile, in una postura ancora più strana: ero il Panda di Notre Dame. Fantastico. Il lavoro, la sua possibilità, la chimera lontanissima di una sua possibilità, l’avevo perso, del decoro non ne parliamo. Non mi rimaneva che trascinarmi fino a casa: sembrava un’impresa alla mia portata. Avevo toccato il fondo, il che era, in qualche oscuro modo, consolante. Cos’altro mi sarebbe potuto succedere?

– Tutto bene? – disse una voce flautata alle mie spalle, facendomi sobbalzare.

Ecco, nello specifico, cosa mi sarebbe potuto ancora accadere quel giorno infausto di quattro mesi fa: lei. Cerbiatta e bionda come sempre, appariscente come un fascio di luce da proiettore cinematografico sparato a tradimento nell’antro buio di un bagno pubblico senza finestre, bagno in cui un panda, ex travestito, aveva appena finito di avere una crisi isterica.

– Ma… Ale?

– Ci conosciamo?

Scelsi la via della vaghezza.

– Ma no, dai! Non mi riconosci?

Mei, Gloria Mei. Lei, non il suo ritratto. Lei, la bionda del Liceo, classe 1998, seconda fila, compagna di banco di Mariotti Francesco, atomico cesso da ella sedotto in cambio di una versione di latino.

– Scusami, ho avuto una giornata difficile, magari se mi dai qualche indizio mi ricordo.

Gloria Mei sorrise. Da qualche parte, ne ero convinta, la tela si arricciava in un ghigno grottesco ma davanti a me le labbra ben disegnate si piegavano dolcemente in cenno di saluto.

– Sono Gloria! Gloria Mei! Eravamo nella stessa classe al Liceo. Ero la compagna di banco di Mariotti. Francesco, non ti ricordi? Comprensibile, era abbastanza insignificante. Ci provava come un disperato. Ahahahah, quanti ricordi.

Ricordavo benissimo, ma mi guardai bene dal dirglielo.

– Ma cosa è accaduto alla tua camicia? Che disastro.

Improvvisamente ripresi consapevolezza del mio “stato interessante”.

– Ah sì, la camicia. Un piccolo incidente.

– Oh, guarda, non me ne parlare. Ogni giorno devo fare lo slalom tra gli stagisti, sembrano dei piccoli furetti impazziti con quei caffè in mano.

Gloria prese qualcosa dalla borsa e specchiandosi cominciò a ritoccarsi le labbra. Il modo in cui riusciva a mettersi il rossetto senza smettere di parlare aveva un non so che di prodigioso.

– E qual buon vento ti porta qui? – chiese lei, in un ingiustificato moto di interesse verso la sottoscritta. – Cosa ti porta nella nostra gloriosa azienda. Eri per caso nella tornata di potenziali nuovi assunti di oggi? Nooooo dai! Ma è favoloso! Quando inizi?

In un attimo, nella sua testa, eravamo a prendere il thè insieme, in un pomeriggio di ottobre, godendoci la pensione, frutto di anni e anni di lavoro gomito a gomito. L’idea della Togliatti mi si riproponeva con tinte sempre più rosee.

– In realtà pare stiano valutando anche altri candidati… non so quando…

Si girò di scatto e mi parve di percepire della corrente d’aria generata dal rapido sbattimento delle sue lunghe ciglia. Avrebbe dovuto brevettarle.

– Cosa!?!? Ma assolutamente non esiste! Vieni con me! Una mente brillante come la tua non può non essere parte del mio team!

Mi prese per il polso e mi trascinò fuori dal bagno con la forza della furia che passa e che porta con sé.

– Questa è una mia carissima amica! – disse a qualcuno che non conoscevo. E la questione fu decisa.

Ma dov’ero rimasta? Sì. Ecco. Al mio Test, meglio pensare al mio Test. Eccolo qui. Domanda n.5…

– Ale! Ale!!

La voce di Gloria mi richiama alla realtà. Me e credo buona parte dei cani del circondario.

– Oh, eccoti. Ti prego racconta a Fabrizio di come ho affrontato brillantemente l’affare Mozzi, non vuole credermi!

Mentre mio malgrado mi unisco alla loro conversazione, penso che non ho finito di rispondere al mio Test. Non ci riuscirò finché lei mi gira intorno.

Ma troverò quel quadro. Ah, se lo troverò.

TEST: domanda n.5

È lunedì mattina e la tua voglia di stare in ufficio misura valori prossimi a quelli della temperatura dell’inverno siberiano. Inoltre, ti senti grassa, brutta e la tua collega fa la gatta morta col tuo capo, rendendoti parte integrante dell’arredamento. Decidi che non ne puoi più e cerchi un modo per uscire da questa spiacevole situazione.

Che fai?

Risposta: Penso al ritratto di Gloria Mei.

2 commenti »

  1. Un racconto fresco e divertente, che si legge tutto d’un fiato. Il ritratto di un mondo del lavoro in cui troppo spesso non ci si afferma per i propri meriti, e in cui chi vale deve fare i conti con un’infinità di piccole e grandi frustrazioni. Dialoghi veloci, brillanti e con una punta di sarcasmo che non guasta mai.

  2. Grazie mille Giada, per aver letto e per aver lasciato gentili parole di apprezzamento 🙂

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.