Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “Come una madre” di Veronica Nucci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Se tendo le braccia al massimo, perpendicolari al mio corpo, riesco quasi a toccare le pareti anche se mi fa un po’ schifo: sono fredde e bagnaticce, impregnate di umidità e delle esalazioni dovute alla presenza dei nostri corpi in un spazio così angusto.

Il soffitto per fortuna non posso toccarlo, sono alto un metro e settantatré. Ai miei compagni di cella, Mohamed e Sante, va peggio. Loro sono di una stazza diversa e soffrono di più la mancanza di libertà motoria.

Siamo rinchiusi in una cella spoglia di dieci metri quadrati, ci sono due letti a castello fragili per le corporature dei miei compagni, e grigi. Il grigio, in tutte le sue sfumature, è il colore dominante in prigione. Le inferriate dei nostri letti a castello sono acciaio, le coperte ruvide come carta vetrata antracite e le lenzuola grigio topo. Il tavolino nell’angolo a sinistra, che all’ora di pranzo spostiamo al centro della cella per mangiare più comodamente, è grigio fumo.

Purtroppo dal piccolo specchio sul muro vicino alla porta, scheggiato su tre lati e macchiato di puntini neri al centro, in un ordine che sembra quasi voluto, anche la mia faccia appare grigia. Grigia e tristemente stanca.

Quando sono arrivato qui sedici anni fa ero un’altra persona. Non credo che la reclusione mi abbia aiutato per il mio futuro reinserimento sociale. Ho solo avuto una fortuna che non meritavo. Ancora oggi mi chiedo come sia potuto succedere e lo considero un piccolo miracolo.

Sono stato educato da cristiano, mi hanno insegnato a non maltrattare gli altri e a rispettare le ragazze. E anche che il bene fatto agli altri in qualche modo ritorna al mittente. Ero stupido all’epoca e questi discorsi mi sembravano solo una manciata di sciocchezze.

Avevo vent’anni e mi interessava solo quello.

Fumavo marijuana già dalla mattina, roba buona, il pusher mi conosceva. Bevevo, mi piaceva la vodka e a volte alle feste sniffavo. A vent’anni il tuo corpo non fa una piega.

Il fatto è che a scuola me la cavavo e, tant’è, ai miei genitori bastava per permettermi di vivere indipendentemente a casa loro. Frequentavo la facoltà di Economia e Commercio a Pisa, avevo persino sostenuto qualche esame, ero furbo, sapevo cosa dovevo fare per continuare ad avere vent’anni per sempre, o almeno per un lungo periodo.

Padrone del mondo andavo in giro con altri quattro come me. Eravamo l’uno la copia dell’altro. Non lo siamo più da tempo. Adesso siamo solo quattro sconosciuti. Sono dieci anni che non li vedo, non so se siano usciti di galera, perché so che ci sono finiti, di quello sono sicuro. Ci siamo finiti insieme quella notte, seppure in carceri diverse.

Ivan ci sono visite.

Arrivo.

Zari è là, sola, lo sguardo vivo al di sopra delle occhiaie, i capelli scuri tirati sulla testa e raccolti alla base della nuca da un elastico dal quale spunta un codino mozzo. Non le dona molto ma è il modo che sceglie di dare ordine ai suoi capelli afro; una volta mi ha raccontato che da giovane portava le treccine (faceva parecchi chilometri, era difficile all’epoca trovare un parrucchiere per le donne africane in una cittadina come Pisa) o indossava parrucche di capelli veri, neri come i suoi, pettinati in morbide onde occidentali.

Alza gli occhi sentendo i nostri passi avvicinarsi.

Ehi.. Ti ho portato del parmigiano e due etti di crudo buono. Avrei voluto cucinare qualcosa ma mi è mancato il tempo.

Attacca lei con quel suo accento straniero ancora così marcato nonostante viva in Italia da decenni.

La tranquillizzo.

Il prosciutto crudo è il mio preferito lo sai, te l’ho detto poi che Mohamed non mangia il maiale? Per via della religione dice. Almeno non devo dividere niente con lui.

Ti hanno già dato la data dell’esame?

Sì, tra due venerdì, ho un permesso di due ore per andare in facoltà.

Bene.

Minuti di silenzio. Le nostre conversazioni sono spesso così, piccoli botta e risposta su cose futili, alternati a momenti in cui entrambi ci allontaniamo con i pensieri. D’altronde viene da chiedersi cosa avrei io da raccontarle e cosa lei da dirmi dopo quello che ho fatto.

Viene a trovarmi una volta alla settimana, nel giorno di visita. Porta sempre qualcosa da offrirmi. Come farebbe una madre. E’ lei che mi ha spinto a iscrivermi di nuovo all’Università. Anche mia madre viene spesso e io cerco sempre di non farle incontrare proponendo orari diversi. Bisognerebbe spiegare la delicatezza di questo equilibrio che si è creato tra me e Zari e credo che le parole siano difficili da manipolare. Vanno scelte con cura e dosate e io spesso quando parlo sono un fiume in piena e vomito tutto quello che mi passa per la testa. Quindi scelgo il silenzio, più enigmatico forse ma anche più gestibile.

Ho pensato, qualche volta, di scrivere una lettera a entrambe. Seduto davanti a quel tavolinetto in cella, con la biro in mano, mi perdo nel caos della mia testa, i pensieri si sovrappongono e finisce sempre che non riesco a tirar giù una riga.

Quando l’ego prende il sopravvento non c’è niente che possa fermarlo. E’ andata così quella sera di fine giugno. Ciondolavamo in piazza delle Vettovaglie, smezzandoci uno spinello seduti sul marciapiede all’angolo, vicino al tabacchino e bevendo un miscuglio di vodka e succo d’arancia da una bottiglia di plastica. Ci annoiavamo, come si annoiano forse troppo spesso i ragazzi a quell’età. Cercavamo l’avventura o almeno qualcosa che temporaneamente spezzasse la routine delle nostre serate. In piazza c’era gente ma non tantissima. Pisa è una città universitaria e la maggior parte degli studenti viene dal sud, così le abitudini toscane lasciano il posto a quelle meridionali, cadenzate da giornate spesso afose e lente. Escono tutti tardi a Pisa, prima di mezzanotte la piazza non si riempie.

Così, quando abbiamo saputo della festa organizzata in Piazza dei Cavalieri, non ci abbiamo pensato due volte.

Ci siamo persino messi a cantare lungo il tragitto e, tra uno spintone e l’altro, non abbiamo perso occasione di urlare alle ragazze come eravamo soliti fare noi, vitelloni toscani degli anni Zero. Mollammo persino un ceffone a un tizio con gli occhiali che leggeva da solo seduto sugli spalti del Lungarno. Leggeva Pastorale Americana di Philip Roth, me lo ricordo ancora adesso, un libro che non conoscevo all’epoca ma che poi, a distanza di anni, ho imparato ad amare.

Quando siamo arrivati l’umidità tipica delle giornate estive in città ci aveva impregnato le camicie e la festa era già cominciata. Sempre spingendo e buttandoci addosso agli altri, abbiamo raggiunto l’entrata. Suonava un gruppo live, la cover band degli Smiths. Il cantante somigliava incredibilmente a Morrissey nell’aspetto e nella voce. Mi ricordo che questo fatto mi esaltò parecchio. Era uno dei miei gruppi preferiti al tempo.

Take me out tonight,

when there’s music and there’s people and they’re young and alive..

Ormai la droga e l’alcol erano in circolo. La festa per noi era cominciata.

Ci avvicinammo rumorosamente al bancone per negoziare quattro bevute al prezzo di due. Lo facevamo sempre. Io e Carlo eravamo fisicamente ben piazzati e spesso funzionava. Pensavamo che non ci rimettevano un granché a regalare due bevute visti gli incassi di quelle serate e poi sicuro che se non lo facevano con noi l’avrebbero fatto con le prime due ragazze carine disponibili. Eravamo incuranti di tutto.

Quella sera però il barman era nuovo e faceva finta di non sentirci. Continuava a servire gli altri clienti, una massa indistinta di giovani alcolizzati pigiati l’uno sull’altro contro il bancone. Non reagiva alle nostre provocazioni e continuava a guardare dalla parte opposta fieramente. Era alto e magro con il naso grosso e l’aria infantile. Aveva gli occhi neri di fuoco, dalla camicia sbottonata un grosso tribale si intravedeva sul collo, ma soprattutto aveva la faccia di un bravo ragazzo.

Cominciammo a insultarlo, quasi per gioco, finché Carlo gli tirò con forza la bottiglia di plastica ormai mezza vuota che ci portavamo dietro da tutta la sera. Il ragazzo ebbe il riflesso di scansarsi. Il colpo non gli avrebbe fatto praticamente niente anche se la bottiglia lo avesse raggiunto e questo ci fece imbestialire. Invece che frenarci il gesto provocatorio di Carlo alimentò la nostra ferocia. I nostri corpi si misero in tensione, i pugni si chiusero da soli pronti a colpire. Nelle nostre teste scorreva solo sangue liquido di un rosso vivo che ci offuscava il cervello e colava sugli occhi. Eravamo animali pronti a combattere senza una causa, solo per il mero piacere di provocare dolore.

Fu Dario a partire. Scavallò con agilità al di là del bancone per mollargli un cazzotto. Il bello, lo ricordo ancora adesso, è che la folla intorno a noi non si mosse. Registrò quello che stava accadendo come banale routine. E mentre noi seguivamo Dario nella sua follia picchiando quel ragazzo, vidi altre persone venirci incontro per infierire su di lui. Ho ancora l’immagine dell’indifferenza davanti agli occhi: quella sera nessuno si prese la briga di difendere quel ragazzo né di provare a separarci.

So solo che un tizio, in lontananza e al riparo dalle botte, a un certo punto si sentì eroicamente di chiamare la polizia.

La prima volta che Zari è venuta a trovarmi erano passati otto anni dalla mia incarcerazione. Inoltrò la domanda al penitenziario più volte prima che io accettassi di vederla. Non mi era chiaro perché volesse incontrarmi; cercavo da tempo di convivere con quello che avevo fatto, di provare a perdonarmi ma ci riuscivo solo finché non chiudevo gli occhi la sera.

La notte mi portava solo incubi, sudavo su quel materasso stretto e ingiallito contribuendo ad alimentare la comparsa di altre macchie. Mi rigiravo senza sosta in quel letto scomodo, oppure stavo sveglio per ore con gli occhi sbarrati al soffitto. Le pareti in quel momento non erano più bianche ma rosso sangue, di quello stesso sangue che era sgorgato dalla sua bocca la sera dell’incidente.

Ero giovane, troppo per sopportare il peso di ciò che avevo fatto.

Quando accettai di vederla fu perché, alla fine, accettai di vedere me.

Erano passati tanti anni ed ero deciso a guardare indietro a quella notte, a ricordare chi ero e come ero arrivato fino a quel punto, io che venivo da una famiglia ordinaria e benestante, figlio di un’insegnante di matematica e di un piccolo imprenditore, che mi avevano obbligato a frequentare il catechismo e iscritto ai boy scout.

Ero troppo giovane per non provarci, non tanto a perdonarmi ma a fare un percorso con me stesso che mi portasse alla convivenza con il mostro che ero diventato quella notte e che mi aveva fatto compiere il gesto più estremo che un uomo possa compiere: uccidere un altro uomo.

L’unica persona che mi ha permesso di essere oggi un uomo libero e pensante è Zari, che, finito il suo lutto, ha avuto la forza di guardarmi negli occhi come una madre. Penetrare con il suo sguardo profondo – lo stesso che mi perseguita ogni notte – carico di dolore, e scendere giù in fondo al mio cuore per parlarmi, imparare a conoscermi e a credere in me. Accettare di veder vivere me al posto di Martin, il ragazzo che una notte del 2008 ho ammazzato di botte senza motivo.

Mio figlio non c’è più, non l’ho visto laurearsi. Tra poco Ivan uscirà di prigione e spero di avere quell’opportunità con lui.

Mio figlio non si sposerà mai, non avrà mai una famiglia sua. Voglio essere vicina a Ivan quando questo accadrà per lui.

Così Zari ha parlato un giorno ad una giornalista in tv, fissando la telecamera con occhi lucidi e potenti, spiazzando non solo me ma una comunità intera.

Tra tante persone a cui appigliarsi aveva deciso di sciogliere il suo dolore perdonando l’assassino di suo figlio.

Guardo il calendario appeso al muro accanto allo specchio mezzo scribacchiato e apprendo che oggi è il 20 Dicembre 2016. E’ il compleanno di Zari e coincide esattamente con la data del mio rilascio. Ho scontato sedici anni, cinque abbonati per buona condotta. Sono cambiato, certo sì, e ho qualcuno che mi aspetta là fuori ma quello che ho fatto continua a essere per me come una lunga cicatrice di un’operazione al cuore. Parte dalla base del collo fino all’ombelico e mi divide in due, le due persone che sono stato e sono adesso; divide in due il mio passato e il mio futuro.

Come previsto, Zari mi aspetta fuori dai cancelli.

Non le avevo dato appuntamento ma la intravedo dalla vetrata mentre le guardie mi restituiscono il portafogli e altri piccoli oggetti insignificanti che mi appartengono. Mi fanno firmare i documenti di rilascio e sono libero.

Butto tutto nella sacca tranne gli occhiali da sole scuri di cui mi sono appena riappropriato. Sono un vecchio modello che avevo sedici anni fa, fuori moda, neri a mascherina.

Zari non ha bisogno di occhiali scuri. Accenna un sorriso che mi rassicura. Un sorriso con gli occhi.

Sono state dette tante parole dalla prima volta che ci siamo visti e in questo momento non c’è bisogno di aggiungere altro.

Ancora una volta i suoi occhi sono la prima cosa che mi colpiscono. Sono occhi buoni i suoi, occhi di chi ha saputo dare un significato assoluto alla parola “perdono”.

Andiamo a casa Ivan.

3 commenti »

  1. Un lento susseguirsi di fatti e di emozioni scorrono in questo racconto in cui il protagonista dopo anni di prigione per aver commesso un grave fatto si ritrova a pensare al passato, per fare i conti con la sua coscienza, per aprire gli occhi di fronte alla realtà e riprendere il cammino appena uscirà di prigione. Il personaggio di Zari la madre a cui è stato ucciso il figlio è emblematica e suggestiva nel voler aiutare Ivan il ragazzo che le ha distrutto la vita. Bello.

  2. Ciao Maddalena, grazie mille per il tuo commento! Perdonare e perdornarsi sono atti difficili e desueti che vale la pena raccontare.
    Corro a leggere i tuoi racconti 🙂
    Grazie ancora.

  3. Sarà che sono appassionata di intrecci e storie che riguardano madri e figli, quindi a maggior ragione mi sono sentita risucchiare in questa storia che genera un crescendo di emozioni. Non si può non empatizzare con Zari e con il personaggio principale; ci si augura un lieto fine che non risulta per nulla banale, ma solo il più desiderato e difficile. Molto bello!

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