Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “Devo dirti una cosa” di Antonella Arcangeli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Elena fu svegliata da una fitta lancinante al polpaccio, uno dei suoi soliti crampi dovuti alla stanchezza accumulata. Aprì gli occhi e un brivido la percorse. Si era addormentata di nuovo sul divano, era ormai buio e l’unica fonte di luce era quella azzurrina della tv, rimasta accesa. Rabbrividì di nuovo, la finestra era socchiusa ed anche se era ormai primavera inoltrata le notti erano ancora fresche. Si alzò zoppicando, passò davanti allo specchio dell’ingresso e si guardò: gli occhi verdi erano cerchiati da profonde occhiaie. I solchi lasciati dagli occhiali protettivi si erano attenuati un po’ ma erano ancora ben evidenti. La sua pelle da sempre sensibile era arrossata, un arrossamento che non faceva in tempo ad attenuarsi, i turni erano massacranti. Prese il cellulare, trovò 10 messaggi da sua madre ed altrettante chiamate perse. Altri messaggi da sua sorella e dalle amiche. Era tardi, decise che avrebbe risposto il giorno dopo. Poi quel messaggio, arrivato tramite social.”Eccolo, anche oggi.” Un sorriso illuminò il suo viso stanco. Era un mese ormai che questo Francesco le scriveva, non lo conosceva personalmente e non sapeva nemmeno il suo cognome. Un giorno era apparso così, ma contrariamente ai tanti messaggi di uomini che ci provavano, quelli di Francesco erano garbati. Era simpatico, aveva sempre la battuta pronta e sapeva farla ridere. Parlavano di tutto, era diventata una bella presenza per lei. Le faceva piacere e quando lui non le scriveva, un po’ le mancava. Non sapeva che aspetto avesse, la foto del suo profilo era di spalle, sapeva che lavorava in una palestra come personal trainer ma lei non gli aveva mai chiesto di mandarle foto, perché in quel momento non aveva intenzione di approfondire. Abitavano nella stessa città e ci sarebbe stato tempo. Francesco da qualche giorno aveva azzardato; le aveva chiesto il numero telefonico, ma Elena non se l’era sentita di darglielo. Era una po’ come aprire la porta di casa sua. “Dai, Elena cosa vuoi che ti faccia?” Al massimo posso invitarti per un aperitivo in centro quando sarà possibile. Conosco un bar bellissimo vicino a Piazza della Signoria . Giuro che offro io !”

“Francy, ascolta. Ora non è il momento. Non ho tempo e credo che se tu mi vedessi ora cambieresti idea e chiuderesti pure il profilo pur di non sentirmi più!” Non aveva mai rivelato particolari relativi alla sua vita privata, lui non sapeva quale fosse il suo lavoro e dove lavorasse. Era rimasta riservata ed un po’ diffidente nei confronti degli uomini e faticava non poco ad allacciare relazioni durature, aveva paura di innamorarsi di nuovo e di rimanere scottata come era successo solo un anno prima con il suo ex. Rispose al messaggio di Francesco anche se era notte fonda e si buttò a letto. L’aspettava una giornata durissima. La sveglia suonò alle 6 precise, facendola sobbalzare. Si preparò di fretta, fece una veloce colazione, consapevole che sarebbe stato l’unico pasto sicuro per molte ore e raggiunse l’ospedale. Salutò i colleghi di turno insieme a lei ed iniziò la vestizione. Camice, sovrascarpe, mascherina, occhiali, visiera e guanti. Come sempre prestò la massima attenzione affinché tutto fosse fatto secondo le regole imposte dalle autorità sanitarie. L’ultima cosa fu quella di farsi scrivere il nome sul camice, sia sulla schiena che sulla parte anteriore. Pensava fosse importante che i pazienti, almeno quelli coscienti, conoscessero i loro nomi. Per far comprendere loro che sotto quelle protezioni c’erano delle persone con le loro vite, i loro sentimenti e le loro fragilità. Elena entrò quindi in reparto sperando in cuor suo che i letti lasciati vuoti fossero dovuti a miglioramenti e non a qualcuno che non ce l’aveva fatta. La morte l’aveva vista fin troppe volte in quell’ultimo mese. L’aveva vista nello sguardo disperato della vecchia signora dai capelli immacolati che le chiedeva di vedere i suoi figli e i suoi nipotini e che se ne era andata serenamente solo dopo averli salutati un’ultima volta con una struggente videochiamata. E come lei, tanti altri, tutti con le loro storie ed il loro passato. Non ci si abitua alla morte. Si impara a conviverci ed in qualche modo ad accettarla. Doveva essere così. Lo doveva ai suoi pazienti. Non voleva che vedessero nei suoi occhi la disperazione. Già perché l’unica cosa che potevano vedere i pazienti erano gli occhi dei medici e degli infermieri. E molti di loro avevano imparato a leggere negli occhi quello che le parole non riuscivano ad esprimere. C’era stato chi le aveva detto: ” Sto morendo, vero?” E nonostante lei negasse, gli occhi dicevano altro. Il caro signor Attilio, un vecchino che ce l’aveva fatta, le disse:” Non la scorderò mai, Elena. E non scorderò mai nemmeno i suoi occhi verdi!” Glielo disse strizzando l’occhio maliziosamente, salutandola con un gran sorriso. Le giornate si susseguivano tutte uguali, differenziate solo dai turni di lavoro. Il turno che preferiva era quello della mattina, perché le permetteva di godersi l’alba coi suoi colori, il cinguettare degli uccellini e l’aria fresca che le accarezzava il volto. Abitava in una parte di colonica nella via in salita che dal Museo Stibbert portava alla Via Bolognese. La strada stretta costeggiata da alti muri di cinta e da imponenti cancelli nascondeva ville bellissime con panorami mozzafiato. Non sembrava possibile che fosse solo ad una manciata di minuti dalla città. In quell’ultimo mese il silenzio era assordante, anche in centro. Una mattina venne svegliata dal suono del telefono. Era l’ospedale. Per qualche tempo sarebbe stata in terapia intensiva. Ci aveva già lavorato e sapeva che sarebbe stata ancora più dura. Un pensiero le balenò all’improvviso. “Ma da quanto tempo non sento Francesco?”Come risvegliatasi dal torpore afferrò il telefono e guardò l’ultimo messaggio. Era passata più di una settimana. Era la prima volta che non lo sentiva per così tanto tempo. “Buongiorno Francesco, come stai?” premette invio e partì alla volta dell’ospedale. Insieme ai colleghi prese in carico le cartelle cliniche dei pazienti ed iniziò il suo lavoro. In terapia intensiva i pazienti erano sedati ed intubati. Erano tutte persone anziane, fuorché uno. Un uomo a cui Elena non dette più di 40 anni. I suoi parametri non erano buoni, il medico era visibilmente preoccupato. Fino a quel momento aveva lavorato con pazienti più avanti negli anni , come se la malattia fosse una loro prerogativa, ma questo giovane uomo dal fisico prestante e robusto, la spiazzava. Era un’eccezione alla quale non era preparata. Passavano i giorni ma lui non migliorava. Le avevano chiesto di parlare ai pazienti , anche se incoscienti, ed Elena gli parlò di Francesco, e gli chiese consiglio, proprio come se lui potesse sentirla. Francesco, tasto dolente. Non aveva risposto al suo messaggio neanche nei giorni seguenti. Era un po’ delusa. Forse avrebbe dovuto darglielo, il suo numero telefonico. Quel tarlo scavava gallerie lunghissime dentro di lei, si rese conto che teneva a lui molto di più di quanto potesse pensare. Dopo qualche tempo, con sollievo tornò in terapia sub intensiva. I pazienti ricoverati diminuivano, le persone si ammalavano di meno e soprattutto in maniera meno grave. Elena riuscì dopo molto tempo ad avere dei giorni di riposo e nel momento stesso in cui la tensione si allentò, Francesco tornò a fare capolino tra i suoi pensieri. Prese il cellulare . Era passato più di un mese e lui non aveva mai risposto. Non aveva nemmeno letto il suo messaggio. Le prese un groppo alla gola e le lacrime iniziarono a scendere lente dai suoi occhi. Era il rimpianto di non avergli dato alcuna possibilità, di non aver avuto l’occasione di sentire la sua voce. Di chiedergli una fotografia per vedere finalmente che aspetto avesse. Si affacciò alla finestra, la luce del tramonto faceva da cornice alla cupola del Brunelleschi ed al campanile di Giotto. Respirò a pieni polmoni l’aria che profumava di erba tagliata e di fiori. Il cellulare vibrò. “Ciao Elena, scusa se non ho risposto al tuo messaggio, ma mi è successa una cosa incredibile, sono stato male ero in terapia intensiva….” Elena afferrò il cellulare. Scrisse il suo numero. “Chiamami, devo dirti una cosa.”

1 commento »

  1. Un bel racconto ben strutturato che coinvolge nella narrazione della vita della protagonista divisa tra i suoi problemi privati e la situazione che sta vivendo come infermiera nell’ospedale particolarmente tesa in questi tempi difficili.

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