Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “La terrazza di fronte” di Valentina Capaldo

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

“Hai dormito male stanotte”.

“Mh…”

“Perché oggi sarà una brutta giornata”.

“Mh… Non sarai mica rimasto a guardarmi al buio tutto il tempo?”

“No, lo so che ti dà fastidio. L’ho fatto solo un pochino. Hai un aspetto sfinito e sei sotto peso. Sono preoccupato. Posso aggiustarti i capelli?”

Con un sospiro trovo il coraggio di voltarmi verso di lui e di fissarlo per la prima volta negli occhi. Come farò fra poche ore? Lui allunga una mano e sento le sue dita lisciarmi con delicatezza e precisione i capelli.

“Vado a preparare la colazione”.

Con un movimento fluido scende dal letto e il materasso, libero del suo notevole peso, sobbalza improvvisamente.

Mentre in bagno mi sto preparando all’ennesima doccia fredda lo sento entrare senza bussare. Mi prende per la vita e mi costringe a uscire dal box. Poi si volta a prendere con disinvoltura delle grosse pentole di acqua calda preparate chissà come e le versa nella mezza vasca.

“Basta docce fredde. Le tue difese immunitarie sono basse e la temperatura domestica è del tutto incompatibile col tuo attuale stato di salute”.

Ora sta parlando con il tono distaccato e inespressivo che non mi piace, perciò un po’ per attenuare l’impressione sgradita un po’ per riscaldarmi, mi abbraccia stretta.

“Smettila di sprecare energie per me”. – cerco di rimproverarlo, borbottando contro la sua spalla.

“Lo sai che non riesco a trattenermi. E per me non è uno spreco”.

“Stasera voglio continuare a parlarti”.

“Parleremo”.

“No, se continui così”.

All’uscita dal bagno lo trovo in cucina, affaccendato davanti al lavello. Indossa la maglia sottile che gli ho regalato per l’anniversario del suo arrivo.

“Lascia stare i piatti di ieri sera”.

Mi guarda al di sopra della spalla: – Ho fatto quel che ho potuto con quello che c’era.

“I crediti per la spesa di questa settimana sono finiti. Ma vedo che hai fatto miracoli come al solito”.

Sul ripiano del tavolo, in un ordine perfetto, trovo una composta di mele in una ciotola di vetro e qualche fetta di pane fatto in casa di qualche giorno fa, spalmata con un velo dell’ultimo residuo di burro.

Mentre mi parla si volta del tutto verso di me asciugandosi le mani. So che mi sta di nuovo esaminando.

“Non so se la composta è buona. L’ho fatta per utilizzare quelle mele prima che andassero a male”.

“È ottima”.

“Bevi qualche sorso di tè prima che si raffreddi”.

Quello che vorrei bere senza fretta fino all’ultima goccia è ogni minuto di questa amara giornata insieme a lui. Ma è sempre per lui che, invece, devo andare al lavoro.

“Promettimi. Promettimi che ti riposerai. Che te ne starai seduto sul divano ad aspettare il mio ritorno”.

“D’accordo”.

Afferro il borsone semivuoto e prima di infilare la porta d’ingresso mi giro un’ultima volta a fissarlo. Eccolo lì: si è seduto composto come un bambino diligente sul vecchio divano e ha messo su il suo miglior sorriso rassicurante.

Fuori il cielo è del solito grigio caliginoso e compatto che non fa capire se al di sopra delle nostre teste ci siano effettivamente delle nuvole o no. La costruzione della sopraelevata non ha risolto nessun problema di congestionamento. Sono schiacciata fra decine di corpi nel vagone che ci porta a destinazione. Quasi tutti indossano sul viso mascherine nere di protezione e sento un sacco di occhi poggiati sulla mia faccia esposta e riconoscibile. Abbasso lo sguardo e per sopportare la pressione e il calore provo a rievocare la sensazione di assoluto conforto di quando è lui ad abbracciarmi, come stamattina. Ma il fastidio, quasi il disgusto per il contatto forzato con tutti quegli estranei annienta il ricordo del suo tepore asciutto e buono.

Vomitata fuori alla stazione prevista, raggiungo la mostruosa costruzione in cui mi trovo a lavorare. La mano sbaglia ancora una volta a digitare il numero giusto del piano a cui devo andare. Sono già diversi giorni che ho ottenuto il trasferimento dal laboratorio di sintesi pigmenti all’ufficio spedizioni ricambi originali, eppure ancora non mi sono abituata al cambiamento. Non è stato facile ottenere il passaggio: hanno più bisogno di creativi che di amministrativi. Ho dovuto produrre un falso certificato medico che attestava una sopraggiunta intolleranza ad alcuni componenti chimici abitualmente usati in laboratorio. Mi è costato un sacco di crediti. Le mie nuove mansioni sono mortalmente noiose e la sedia mi sta uccidendo la schiena. Lo stipendio attuale è più basso di quello precedente ma in ogni caso anche la paga di prima era ormai diventata del tutto insufficiente. I benefici che mi aspetto da questa nuova collocazione sono altri. Il caporeparto passa dal mio angusto bugigattolo e senza nemmeno guardarmi, col naso nel tablet, mi dice di inoltrargli gli ordini dell’ultimo trimestre e le relative forniture. Le richieste dell’ultimo prodotto del nostro laboratorio hanno avuto un’impennata notevole, nonostante il prezzo. Dovrei esserne fiera: quel pigmento, quel viola profondo introvabile in natura era stata la mia ultima creazione. Tutti avrebbero voluto le iridi di quel colore ma per ora non tutti potevano permettersele. Sento una stretta allo stomaco mentre invio il rapporto falsificato.

Le alterazioni che ho apportato sono minime ma è il mio primo azzardo e non so se passerà inosservato. Se se ne accorgono per me è finita. Conclusa la prima parte del mio orario, invece di mangiare quel poco che mi sono portata dietro scendo giù, nei livelli sotterranei dei magazzini. Il vantaggio di avere un nuovo tipo di pass è il permesso di accesso anche ai livelli di stoccaggio. Nel borsone finisce esattamente il numero di confezioni che ho mancato di registrare. Al corrispondente gruppetto di clienti ho già mandato un messaggio di materiale esaurito.

Il borsone finisce sotto la scrivania e il resto del giorno passa con una lentezza esasperante. Tutto si è svolto con una facilità che mi spaventa. Sotto la tettoia all’uscita mi blocco col borsone stretto tra le braccia. Piove. Il tempo ormai è diventato talmente imprevedibile che nemmeno le ultime applicazioni meteo riescono ad essere affidabili. È una pioggia sottile e regolare, di quelle che per inzuppare ci impiegano un po’. Ma non è questo il problema. Gli altri impiegati, senza scomporsi, tirano fuori dagli zaini le loro sottili tute protettive. Le indossano sopra i gessati e i tailleur e via. Io, la mia, l’ho lasciata a casa. Anonimi, frettolosi dipendenti continuano a sfilarmi accanto mentre io penso a come tornare, senza crediti per poter prendere un taxi. Quando sollevo lo sguardo resto senza fiato. Improvvisamente il mondo attorno a me, già brutto, imbruttisce ancora di più. Le facce delle persone, gli edifici, il traffico, la caligine, la pioggia fitta e fine, l’aria cattiva. Io, perfino. Anzi, io sicuramente. Meno male che non mi vedo. È l’inevitabile effetto contrasto perché lui è lì, perfetto in ogni dettaglio, davanti a me, lui che per precauzione estrema non faccio mai uscire di casa: la tuta protettiva per me gli pende da un braccio come una pelle floscia. Il vecchio ombrello che dovrebbe ripararlo si sta già deteriorando in più punti perché il tessuto non è fatto per quel nuovo tipo di pioggia ma solo per quello, innocuo, di una volta. Con orrore vedo già alcune gocce assassine scendere lungo le stanghe arrugginite e colpire vaporizzandosi la stessa maglietta sottile di stamattina, strisciata di giallo. Il sorriso è sempre quello, rassicurante, ma con una sfumatura di rammarico per l’inevitabile choc che mi sta procurando. Con un balzo lo raggiungo sotto l’ombrello, lo afferro per il collo e lo tiro con me sotto la tettoia. Gli ultimi ad andarsene ci lanciano un’occhiata vagamente stupita, mentre io gli tengo fermo il viso tra le mani e lo controllo quasi con frenesia per vedere se ci sono lesioni gravi sulla pelle. L’aria mi esce tutta insieme dai polmoni.

“E ora, secondo te, che cosa dovrei fare? Indossare la tuta e andarmene a casa da sola, lasciandoti qui sotto? Con la certezza che tra qualche ora ti portino via?”

“Non ci ho pensato. Ho sentito il rumore della pioggia, ho guardato l’ora, ho avvertito il pericolo e sono uscito. Lo sai che per me è inevitabile”.

“Anche se ti avevo detto di stare fermo”.

“Anche se me lo avevi detto”.

“Se succede mentre siamo qui ad aspettare che la pioggia finisca, non ti perdonerò mai”.

“Allora preghiamo che finisca presto”.

“Come se tu credessi nelle preghiere. Come ti senti?”

“C’è ancora un po’ di tempo. Vuoi che sia più preciso?”

“No. Di tempo ce ne sarebbe stato molto di più se tu mi avessi ascoltato”.

“Ce la faremo a tornare a casa”.

“Il tuo ottimismo è irritante come il tuo inutile “salvataggio”.

Gli strappo la tuta dal braccio e la caccio nel borsone, approfittandone per avvolgerci dentro le piccole confezioni.

Il suo profilo da medaglia si staglia immobile contro il cielo grigio. Solo le palpebre sbattono con una frequenza maggiore.

Le parole, il tono cattivo ristagnano nell’aria. Fissiamo entrambi la pioggia come se questo dovesse cambiare qualcosa. Lui allunga lentamente una mano fino a raggiungere la mia, si insinua nella mia contrattura, la distende, lascia scivolare il palmo all’interno del mio e stringe le dita con gentilezza. L’amarezza scompare.

Smette di piovere dopo circa due ore. È quasi notte. La sopraelevata è congestionata come al mattino ma stavolta la sua persona, leggermente curva sulla mia, mi fa da scudo, isolandomi.

La casa è totalmente al buio. Lui si sposta sicuro per la sala accendendo candele sistemate in punti strategici. Sono molto stanca. La pancia brontola e lui sente.

“Scommetto che non hai mangiato da stamattina. Aspetta.”

Ormai non cerco neanche più di fermarlo. Trascino una sedia fino all’angolo cottura e mi sistemo come davanti ad uno schermo. Lui si muove al di là del piano di lavoro e trasforma l’apertura di una scatoletta di carne e il lavaggio di un’insalata in una partitura musicale. Niente da fare: non c’è un solo movimento sbagliato, nemmeno una sbavatura. Con un gesto leggermente teatrale mi porge il piatto dopo averci spremuto qualche goccia di limone fresco sopra.

“Mi dispiace, non c’è niente di meglio”.

Poi si volta in fretta ma io l’ho già visto, il breve bagliore rosso negli occhi.

“Mangio dopo”.

Lo prendo per il polso e lo porto verso il divano. Lui si lascia guidare quieto. Ci sediamo l’uno di fronte all’altra, vicini. Gli poggio le mani sulle spalle e le lascio scivolare lungo la linea delle braccia abbandonate.

“Perché mi stavi nascondendo gli occhi?”

“Perché non sono sicuro che questi addii da fermi siano un bene per te. Ho pensato che stavolta fosse meglio andarsene così, mentre entrambi stavamo facendo qualcosa”.

Voglio parlare ma la voce mi si strozza e devo deglutire prima di riuscire a rispondere.

“Vedrai che questa volta sarà per poco. Ci rivedremo molto presto”.

“Tu promettimi che avrai cura di te, che non ti lascerai andare. Che dormirai e mangerai abbastanza, che non ti metterai nei guai solo per farmi tornare”.

“Va bene, non ti angosciare”.

“Odio stare spento, ridiventare una cosa e non sapere più niente di te. Eppure vederti soffrire così tanto, privarti del necessario perché ormai sono vecchio, consumo troppa energia e mi spengo di continuo mi fa pensare che sia ormai ora di non risvegliarmi più”.

Gli copro la bocca per farlo tacere e poi lo abbraccio facendo aderire totalmente il mio busto al suo. Dopo una breve esitazione anche lui mi circonda con le braccia e mi poggia la guancia contro l’orecchio.

“Non dire mai più certe cose. Se faccio la fatica di aprire gli occhi alla mattina è per te. Per te vado al lavoro. Da te torno la sera. Ho bisogno solo di te. Io.Voglio.Solo.Te. – scandisco.

Il click interno è quasi impercettibile ma sono talmente, disperatamente aggrappata a lui che lo sento subito. Pavento questo suono da stamattina. Nei pochi secondi che gli rimangono prima dell’arresto totale allenta la stretta delle braccia attorno a me per consentirmi di scivolare fuori dal cerchio. Non lo faccio subito. Non lo lascio. Gli resto stretta addosso finché non lo sento completamente freddo.

Ecco: è finita. Di nuovo. Sono di nuovo sommersa da quel ben noto senso di terribile urgenza che mi assale tutte le volte. Abbandono in fretta la sala. Per ora non posso vederlo. Non posso vedere la luce delle candele che danza sulla mia bambola immobile, bloccata nell’atto di abbracciare il nulla. Il silenzio delle stanze ha una qualità diversa. Adesso è veramente vuoto. Mi precipito in camera da letto. Aziono il generatore di emergenza e accendo il computer. Offro on-line in forma anonima i bulbi oculari di nuova generazione che ho sottratto. Nonostante le precauzioni che ho preso, le possibilità che risalgano a me per il furto da questo istante aumentano sensibilmente ma non m’importa. Il prezzo è competitivo. Li vendo tutti in pochi minuti. I crediti finiscono su un conto ad hoc che per un po’ dovrebbe essere sicuro. Ne spendo subito una parte per riattivare la fornitura di energia elettrica. Quello che rimane dovrebbe bastare per comprare la quasi introvabile, costosissima batteria adatta al modello del mio androide di prima generazione, del tutto fuori commercio. Quella installata ormai è completamente usurata e dura sempre meno. Ingoia quantità smisurate di energia e si surriscalda pericolosamente durante l’alimentazione. Conclusa l’estenuante trattativa per la batteria di ricambio, mi abbandono sullo schienale. Ho già speso praticamente tutto. In due anni è il quinto componente che sono costretta a sostituire. Tra poco potrò chiudere il conto deposito temporaneo e cercare di cancellare le mie tracce. Estraggo dal borsone una delle confezioni. Il bulbo oculare che mi riposa nella mano sembra un grottesco, bellissimo giocattolo di lusso. L’evoluzione di una biglia, di un fermacarte o di uno scherzo di carnevale. Alla luce fredda del monitor le iridi viola per androidi di ultima generazione, desideratissime, scintillano screziate di pagliuzze d’oro e verde smeraldo. C’è anche chi cambia ogni giorno colore agli occhi e ai capelli del proprio droide. Con cautela lascio scivolare la sfera dentro la confezione originale.

Mi alzo e vado alla finestra. La luce tornerà domattina e l’appartamento gelido resta immerso nella semioscurità. La terrazza della casa di fonte, invece, è pienamente illuminata. Il mio anziano vicino è in un momento di delirio da spreco. Forse è il suo compleanno. Nonostante l’ora tarda, balla. La sua giovane partner, alta e slanciata, indossa un magnifico vestito di seta anni ’20 del Novecento che contrasta con la logora vestaglia di lui. Sono in perfetta sincronia. A giudicare dalle fattezze il suo androide femminile è certamente successivo al mio. Deve essergli costato una fortuna. Impegnati in un classico valzer, riesco chiaramente a distinguere la testa grigia e arruffata di lui sollevata, adorante, verso il capo leggermente inclinato di lei, i capelli perfettamente acconciati in una pettinatura retrò e un’espressione dolce e altera. Lei danza lentamente, per non farlo stancare. Lui ha quel sorriso tenero e patetico degli anziani, quando vogliono ingraziarsi qualcuno nonostante siano portatori dell’ingrato marchio della vecchiaia.

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