Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

“Freak Show” di Lorenzo Garzarelli

Categoria: FORUM, Forum di Racconti nella Rete

L’Uomo Foca barcolla e si tocca il fianco con la manina rattrappita da rapace:

– sono ferito, per mille narvali. La peste alle vostre scialuppe. A tutte e due. Sono spacciato. E quell’altro che è scappato, non ha nulla?

– Oh! Sei ferito Capitan Mercuzio? -, la fronte informe dell’Uomo Elefante spiove da un tricorno di giornale, adombrandogli la poltiglia di naso come una tettoia su un dondolo.

– Coraggio prode, la ferita non sarà profonda -, Doppia Faccia offre al compagno il lato buono del volto, quello senza benda, che le fiamme non hanno masticato.

– No, non come una fossa del Mar dei Sargassi, né grande come la bocca di un cannone pronto a suonar festa: ma è quanto basta, e basterà. Venite tutti a cercarmi domani alla garitta: mi troverete nella tomba – e l’Uomo Foca stramazza tra le braccia di Doppia Faccia, una sciolta dal fuoco, l’altra infilata nella manica di una blusa da marinaio rattoppata.

Nella penombra del minuscolo palcoscenico, i fenomeni da baraccone si esibiscono con trasporto ostentato. Dall’adozione dei provvedimenti per il contenimento del Bella Donna, la Compagnia dei Mostri di Adamante ha deciso di misurarsi con la vera recitazione, di giocare al nascondino degli attori di calibro. Monologhi balbettati, duetti che culminano in sonori schiaffoni, qualche duello all’arma bianca o serenata malconcia. Oggi è il turno di Romeo e Giulietta, un adattamento in chiave piratesca de “La morte di Mercuzio”. D’altronde si sa: le grandezze sconfinate dell’oceano e i suoi orizzonti pastello risvegliano i sogni dei diversi, talvolta rinsaviscono le anime degli insani. E nulla conta se Tebaldo Sangue d’Orca cavalca un galeone in polistirolo, se i suoi filibustieri brandiscono padelle come sciabole o se il Grande Blu si srotola tra le distese di polvere, i coralli di nastro adesivo e le alghe di scarabocchi che inquinano metri di cartapesta azzurrognola: in quei giorni di asfissiante incertezza, persino loro, i freak, possono concedersi una boccata di normalità.

Monsieur Adamante, il magnifico Signore dei Mostri, il tetro burattinaio di quelle marionette sghembe, punta l’occhio di diamante sull’uscita del tendone da circo.

– Jonas, dove credi di andare?

Il Ragazzo Pony, che sta procedendo a quattro zampe verso l’esterno, si blocca e inarca come un cane da cerca.

– Esco, padrone.

– Non puoi, la gendarmeria ti bloccherà.

– Non mi interessa.

– A te no, ma a me sì. Ti sanzioneranno e pretenderanno che la Compagnia si accolli il debito. Torna immediatamente in branda.

– No – il Ragazzo Pony massaggia le cicatrici scavate alla base del polso – vorrà dire che mi scalerete la somma dal mensile o che mi ridurrete il rancio.

– Stupido ingrato! Qui hai tutto ciò che serve! -, tuona turbinoso Monsieur Adamante; l’Uomo Foca rinviene dall’agonia di Capitan Mercuzio e osserva il suo padrone agitarsi nello scafandro nero che lo intabarra da capo a piedi. Il diamante incastonato nel suo bulbo oculare, misera eredità di un passato da mercante di guerra, sembra saettare strali di rabbia in direzione del Ragazzo Pony.

– Parlate bene voi, padrone. Voi che avete braccia, gambe e sembianze di essere umano. Voi che potete attraversare una strada affollata senza che la gente vi sputi, vi schernisca, vi rivolga ogni sorta di offesa. Voi che non vi abbeverate da una ciotola e che vi vestite da solo. Mi spiace, ma oggi che la Contea è deserta approfitterò per visitarla.

– E se il Bella Donna ti colpisse?

– Correrò il rischio.

– E se ci contagerai?

– Affare vostro.

– Come preferisci, bastardo di un ronzino indisciplinato -, mugugna Monsieur Adamante picchiettando una fascia di rubini contro il pomello del bastone da domatore – ma sappi che nessuna parola verrà spesa a tuo beneficio con il Governatore, se dovessero incarcerarti.

– Meglio la galera di questo inferno -, sentenzia il giovane uscendo.

Lungo il viale del Luna Park, tra giostre abbandonate e un leggero aroma di mandorla tostata, Jonas il Ragazzo Pony si convince che sarà trascorso un decennio dalla sua ultima apparizione pubblica. Accadde per la Sagra di San Sebastiano, quando suo fratello lo accompagnò dal medico del borgo per una visita alle gambe; il piccolo Jonas camminava ancora, sebbene le rotule stessero gradualmente perdendo elasticità e indurendosi come paletti da vampiro. Mentre il dottore parlava di una rara deformazione alle ginocchia, si sentiva il sottofondo di un vecchio e un asino che richiamavano i bambini della piazza, il primo con dolci promesse di gelati e limoni, il secondo cantilenando un raglio uggioso e meccanico. Jonas ascoltava quei paroloni stringendo un astuccio pieno di matite e domandandosi se sarebbe riuscito comunque a diventare un alpino, come promesso al nonno. Ma la malattia lo relegò ben presto al martirio delle quattro zampe e altrettanto in fretta i familiari lo cedettero a uno stravagante impresario circense, ottenendo in cambio tre vacche gravide e una fornitura di miglio per l’inverno, croccante e dorata. Un ottimo affare.

Adesso il Ragazzo Pony sta zampettando fuori dal Luna Park; è smesso di piovere e l’aria vibra di una nota elettrica, frizzante, che pizzica la pelle con un brivido di inizio primavera. Jonas inspira e avventura i palmi nell’erba bagnata, se li passa tra i boccoli corvini una, due, dieci volte, ammira la corolla di un dente di leone e immagina la pioggia sdrucciolare tra i rami del larice che si staglia al centro del prato, un immenso punteruolo smeraldo a raschiare il ghiaccio del cielo. La mulattiera per il paese si inerpica su per la collina tra letti di rape sbarbate e una gragnuola di sassolini smossa dai muli, fino a incontrare la sagoma della cartiera di Jenson che ingrassa le nuvole soffiando vapore. Gli ultimi strascichi di vento tirano i capelli a un’altalena; gli accordi di un ruscello cullano il silenzio dei grilli. Se glielo chiedessero, Jonas giurerebbe di aver visto un abbraccio di luna e un sorriso di stelle prima di addormentarsi.

Poi il bubolare di un gufo.

Uno scricchiolio di ruote di legno.

Uno sparo che rimbomba nel vuoto.

Il risveglio di Jonas.

Tutt’intorno si distende una mano compatta di buio, screziata soltanto dalle lanterne accese nelle case dei braccianti, che nel dopolavoro si dannano dietro a un lancio di dadi o a un bicchiere di troppo. Un’ombra baffuta torreggia su di lui, imbracciando una doppietta fumante.

– In piedi straniero!

Le nubi impolverano come cimose la lavagna della notte.

– Dove sono? -, biascica Jonas.

– Qui le domande le facciamo noi. Alzati immediatamente.

Jonas ruota le anche per mettersi carponi e inquadrare dabbasso quella massa gelatinosa imbustata in una canotta unta.

– In piedi, ho detto.

– Purtroppo non riesco a stare su due gambe.

– Mi prendi in giro? -, l’uomo ricarica il fucile e poggia la canna sulla guancia del giovane, che si arrossa per il calore del ferro.

– Lo giuro signore! – piagnucolando – Lo giuro! Sono malato, può chiedere al mio padrone Monsieur Adamante della Compagnia dei Mostri.

– Ah! Chester non ci credo! Abbiamo beccato uno di quegli storpi che si esibiscono al Luna Park!

La voce proviene dalla cassetta di un carro per buoi, da cui scende una figura allampanata in salopette da lavoro, brace di sigaretta che penzola all’angolo della bocca.

– Ma che dici Walter?

– Me lo ricordo benissimo. Lo chiamano il Ragazzo Pony perché corre a quattro zampe e salta gli ostacoli meglio di un puledro. Il mio Jackie va a vederlo ogni sabato.

– Ma senti un po’… -, fa Chester grattando il budino peloso che gli ballonzola sulle brache.

– E vedessi come zompa allo schiocco di frusta!

– Sì, sono io, il Ragazzo Pony -, sussurra Jonas a testa bassa, contrito; ha il collo dolorante per l’umidità e una lumaca che incede lentamente sul dorso della mano.

– Bene Ragazzo Pony, e che ci fai a giro? Non sai della quarantena?

– Se siete gendarmi, domando scusa e me ne vado.

– Eh no, proprio no. Siamo onesti cittadini della Contea che ne hanno piene le scatole di gente come te -, dalla paglia di un cappello da pescatore, guizzano gli occhi da triglia di Walter, avvelenati.

– Ma perché?

– Intanto dovresti startene a casa, come imposto dal Governatore. Anzi, rinchiuso in gabbia come gli animali della tua specie.

– Sacrosanto Walter, sacrosanto – interviene l’altro, pollici sulla fibbia e petto all’infuori a mo’ di sceriffo – e poi credi che non sappiamo che siete voi bestie da circo ad aver portato il Bella Donna in Contea?

– Non è vero!

– Certo, certo – Walter arrotola la cinta alle nocche e la fa schioccare – e allora mi spieghi perché la gente ha cominciato a ammalarsi solamente da quando siete arrivati?

– Ma io non sono infetto! Giuro!

– Il cavallino storpio dice che non è infetto, Walter, sentito? – Chester schiaccia la mano di Jonas con lo scarpone; scricchiolano ossa e un guscio di chioccola – tu sei infetto per il solo fatto di esistere, ripugnante scherzo della natura.

Il calcio della doppietta si abbatte sulla tempia del Ragazzo Pony, che rotola a terra finendo a sgambettare supino.

– Bravo, così devi stare. A pancia all’aria come uno scarafaggio.

La sigaretta di Walter si spegne sull’ombelico del giovane, sfrigolando.

– Per pietà! Basta!

– Zitto mostro!

Sulla canna della doppietta, ficcata a fondo nella gola del Ragazzo Pony, colano lunghi rivoli di saliva. Chester e Walter gli strappano gli abiti di dosso e lo conducono in prossimità del larice, sul cui tronco viene legato stretto con delle funi di iuta. Sbraitando, i due prendono a tempestarlo di pugni, pedate, sventagliate di cinghia che gli striano le cosce da struzzo; il setto nasale esplode in uno scrocchio vermiglio, l’intestino cede sotto i colpi di suola che affondano nel basso ventre. Le urla si confondono con i muggiti gravi dei buoi, le ferite bruciano per il sudore e la resina che si incolla alla schiena. Un randagio lecca il sangue grondato sulle radici dell’albero. Jonas singhiozza e prega sottovoce odorando le sue stesse feci.

– Basta, ne ha avuto abbastanza -, ordina Chester.  

– Proprio ora?

– Sì. Guardalo, sta per svenire.

– Come vuoi -, sconsolato, Walter indossa il cappello di paglia inzaccherato di fango.

Chester assesta una sberla al Ragazzo Pony: – Senti un po’, adesso andrai a raccontare ai tuoi amici lebbrosi cosa riserviamo in Contea a chi non è benvenuto. E se dovessimo trovare in giro qualcun altro dei tuoi, non gli andrà altrettanto bene.

L’uomo risale sul traino arricciando i baffi da tricheco.

Il carro parte in un crepitio di foglie secche e risate grasse.

Una melodia scivola giù per i clivi della collina.

Il Ragazzo Pony la percepisce ora che si ritrova solo, tremante e semicosciente. Note sostenute, lamentose, solenni di musica sacra. Qualcuno si sta esercitando per le litanie della domenica, pensa. Riconosce il timbro pastoso di un organo, come quello dalle canne splendenti e appuntite della Chiesa di Padre Elijah, dove suo nonno lo portava a servir messa e a formarsi da buon presbiteriano all’epoca delle scuole. Le sue gambe frullavano come farfalle sul marmo del sacrato, districandosi tra i guardia e ladri dei compagni di classe e i venditori di castagne arrosto, che strofinavano i guanti sopra le braci per scaldare i polpastrelli intirizziti. Un istante prima della funzione suo fratello sgattaiolava in un vicolo per rollare tabacco ed offrirlo di soppiatto alle sue conquiste, diverse di settimana in settimana. Grappoli di cornacchie becchettavano il pane raffermo lanciato dalle anziane oltre lo steccato di un orticello. Al sole di quelle gelide mattinate, Jonas non aveva paura. Non serviva. Non doveva incrociare gli sguardi impietositi dei paganti, sfuggire alla furia del bastone, tapparsi le orecchie per le grida della Donna Scimmia che provengono dalla stanza del padrone al calar di ogni sera.

Quello era il tempo del Jonas bambino.

Delle basse maree e dei tramonti infocati.

Della pesca di fiume con una spiga di grano tra i denti.

Di un lenzuolo caldo rimboccato da sua madre.

Degli abbracci di luna e dei sorrisi di stelle.

Che dovranno pur esistere da qualche parte, fuori dal tendone da circo.

Se glielo chiedessero, Jonas lo giurerebbe.

9 commenti »

  1. Wow! Magnifica prosa immaginifica e amarezza a volontà. Ritrovarti è un grande piacere, Lorenzo 🙂

  2. Bentornato Lorenzo! Con il tuo inconfondibile stile ????. Grazie.

  3. Lauriee, son stordita.Credo che tu sia come il sosia del Marchese del Grillo…il prete zio non capiva, e diceva che era posseduto dell’anima di un carbonaio…mezzo marchese e mezzo carbonaio.Sei tu! Nei commenti sembri ballare un minuetto delicatissimo e barocco , da vero marchese, quando scrivi son palettate di carbone ( quello nero, prezioso ,scaldante) nella mente di chi legge! Un vero carbonaio! Ogni parola ti annerisce l’anima e la scalda,la taglia,la sporca ,la rinfranca. Sei un Mr Hyde carbonaio, nascondi tutto nella tua anima ‘stufa’ .Adoro il carbone! son strega e befana, lo sai. Clap, clap ,clap.

  4. @Ugo: Ugo il piacere è tutto mio, credimi. Grazie!!! :-).

    @Silvia: ti ringrazio! Vediamo se adesso riuscirò a dedicare un po’ più di tempo alla scrittura. Incrocio le dita.

    @Laura: il tuo commento è sicuramente più bello del racconto, grazie davvero. E ci hai azzeccato: son molto doppia faccia (nel senso buono e figurato del termine), proprio come uno dei freak del racconto!

  5. Insuperabile, fantastica penna! Grazie per avermi trasportato nel mirabolante mondo del tuo freak show! Bravissimo come e più di sempre.

  6. @Monica: troppo buona Monica! Grazie, grazie, grazie! Per te questo Luna Park sarà sempre aperto :-).

  7. molto interessante la tua scrittura, quel misto tra l’ironico e l’amaro, che apprezzo molto. I dialoghi scivolano via che è un piacere. Bravo!

  8. Bravissimo Lorenzo, una scrittura davvero molto interessante! Complimenti!

  9. Marcello, Elisa, grazie mille :-).

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