Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2020 “Enjoy the silence” di Adriano Muzzi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2020

Tutto era iniziato dopo l’operazione al cervello per un tumore benigno. Ancora ricordo che mi facevano parlare del lavoro, degli hobby, del mio fidanzato, e intanto il bisturi elettrico si muoveva veloce tra le circonvoluzioni. Non provavo dolore e non sentivo nulla di strano, a parte il fatto di essere in una sala operatoria con dei chirurghi che smanettavano nella mia testa.

Seguirono dei giorni di convalescenza noiosi, come da copione ospedaliero; poi accadde: una notte ebbi delle visioni. No, non erano sogni, so distinguere i due fenomeni. Sentivo delle voci e contemporaneamente vedevo delle persone che si agitavano, come se una telecamera in diretta stesse trasmettendo dei video. Ma non solo, provavo empatia verso di loro: se le persone sperimentavano dolore, io sentivo angoscia, se erano felici io ridevo insieme a loro.

All’inizio furono “apparizioni” episodiche, poi diventarono sempre più frequenti, fino a diventare un flusso continuo nella mia coscienza. Adesso è diventata la normalità.

Sono costretta a vivere in un monolocale in affitto in campagna, isolato da tutto e tutti, con indosso continuamente delle cuffie con la musica al massimo volume. Anche di notte? Ovviamente sì. Come faccio a dormire con la musica nelle orecchie? Voi dormireste meglio con un brano di musica classica o con delle risate, urla e pianti?

Mi sono costruita anche un berretto fatto di alluminio per cercare di schermare le onde cerebrali: alfa, beta e compagnia bella. Ma tutto questo ancora non basta.

Certo, la distanza aiuta: la forza è direttamente proporzionale alla vicinanza dalla fonte; ma non riesco ad allontanarmi mai abbastanza. E poi le coscienze sono posti scuri e umidi, in cui ci sono anche stanze ben illuminate e belle, ma la muffa e le cose celate sono tante. E fanno paura. Io non posso aiutare tutti, vorrei, ma non posso.

Ci ho provato in passato: tante occasioni diverse e svariati casi di successo, ma è come cercare di spegnere un incendio con un bicchierino di plastica.

Avrei semplicemente desiderio di ritornare al silenzio che prima dell’operazione potevo sperimentare quotidianamente, e non apprezzavo. Spesso si ha paura di rimanere da soli, dell’assenza di voci e rumori. È come il buio: la totale mancanza della luce ci spaventa perché ci fa sentire piccoli e indifesi. Che errore! Invece adesso il mio mondo è una confusione di rumori impazziti.

C’era quella donna sulla metro in un pomeriggio caldo d’estate. Stava seduta davanti a me con gli occhi chiusi stretti. Ma per me le sue palpebre erano trasparenti: sentivo l’immenso dolore e potevo vedere nella sua mente agitata il figlio, Alessio; doveva avere dai 7 ai 10 anni quando è successo.

C’è un lago, non troppo grande, l’acqua è calma, si sente solo il fruscio del vento nei pioppi. Le foglie alternano il verde all’argento e sembrano tremare di freddo. Ma fa caldo, tanto. Allora Alessio decide di fare il bagno per trovare un po’ di sollievo, ma non sa nuotare. Gli amici dormicchiano al sole, i genitori stanno al bar sotto un ombrellone sbiadito.  Alessio questa volta non chiede il permesso alla madre perché sa che gli direbbe di no, ha appena mangiato una piatto di lasagne. Entra camminando lentamente, l’acqua fresca è un sollievo; procede fino a che non gli lambisce le spalle. Inspira, finalmente soddisfatto. Ma poi il ritmo della respirazione aumenta fino a diventare irregolare, inizia a girargli la testa. L’orizzonte con la barca dei pescatori sembra tremolare e confondersi con il cielo.

“Esci subito!”, grido nella mia mente, ma so che è tutto inutile. Si gira, come se mi avesse ascoltato. Tenta di fare un passo verso la riva, ma la gamba cede. Vede – vedo – il fondo scuro e limaccioso del lago. Al posto dell’aria nella gola adesso arriva acqua. Prova a gridare, ma ne esce solo un lamento gorgogliante. Buio.

“No!” gridai nella metro; delle persone si voltarono verso di me e mi osservarono con aria preoccupata. Poi cadde l’indifferenza per una povera malata di mente. In effetti io lo ero. Mi alzai e andai verso la madre. Le strinsi una spalla, lei alzò lo sguardo triste verso di me. “Forza, ci vuole coraggio, non è stata colpa tua.” Le dissi con gli occhi lucidi. Mi sorrise forzatamente, mentre una lacrima le stava scendendo sul viso struccato.

Avevo bisogno d’aria. Uscii alla prima fermata. Avevo urgenza di tutto il silenzio possibile.

            E poi c’era stato lui, quell’uomo con la faccia dura, che camminava nella notte con passo risoluto lungo il viale illuminato a macchie dai lampioni gialli. Io uscivo dal cinema, avevo visto un bel film, ma come al solito era stato guastato dai commenti continui delle menti che mi circondavano. Stavo cercando di allontanarmi da tutti e tutto in cerca di silenzio, quando lo incrociai. Le immagini che proiettava la sua mente erano nitide: un bambino piccolo che piangeva e lui che brandiva un coltello e lo colpiva, lo colpiva, senza fermarsi, finché il piccolo corpo non si accasciava a terra. Ebbi un brivido di terrore e lo stomaco mi si contorse in spasmi incontrollati. Mio malgrado iniziai a seguirlo, i suoi pensieri erano ossessivi e continuavano a trasmettermi immagini del bimbo morto sul pavimento pieno di sangue. I capelli appicciati, il cranio fracassato. Ebbi un conato che respinsi immediatamente per non perdere il contatto. Decisi che dovevo agire immediatamente, ma come? In passato era già successo che mi rivolgevo alla polizia e venivo presa per pazza.

Una volta mi hanno anche costretto ad andare da uno psichiatra: diceva che le mie supposizioni si basavano su presupposti sbagliati e ansie represse. Se solo potessi farti vedere i tuoi di pensieri, mi dissi tra me e me. Poi mi venne un’idea geniale: iniziai, come un pappagallo, a riferirgli quello che gli passava per la mente:

“Devo ricordarmi di prendere l’olio … guarda se devo perdere tempo con sta stronza sfigata…avrei voglia di prenderla a schiaffi… stasera devo andare a giocare a tennis… devo chiamare Fabio… l’ultima volta però si era offeso … che dice questa cretina…ma come fa a saper che penso…ma…”

“Ma… la smetta subito, che cosa pensa di fare?” Mi disse seccato, con il viso che era improvvisamente diventato pallidissimo. No, pensai, non sono una maga ma tu non mi crederai mai.

L’uomo camminava veloce a testa bassa. Il suo obiettivo era la casa dove si trovava il bambino. Suo figlio? La sua abitazione? Boh, non riuscivo a capirlo, i suoi pensieri erano ripetitivi. Mi spaventava, avrei voluto scappare e basta, ma mi sentivo responsabile. Non potevo girarmi e continuare la mia vita come se nulla fosse accaduto. A un certo punto non lo vidi più, panico! Mi girai a destra e sinistra. Corsi in avanti per vedere oltre l’incrocio. Nulla. Quando stavo per desistere, sentii il brusio. Poche parole spezzettate e immagine fioche che ripetevano il mantra dell’accoltellamento. C’era una scala, l’entrata della metropolitana. Scesi di corsa gli scalini e mi ritrovai nella piccola stazione. Con le mani che mi tremavano, mi diressi al binario. Ecco il mio uomo! Lo ritrovai tra la folla. I suoi pensieri emergevano tra gli atri avventori della metro come fuochi di artificio in una notte buia. Mi misi alle sue spalle. Lo guardai meglio: mezza età, capelli radi, occhi scavati, vestiti sciatti e sporchi.

Il tunnel fu rischiarato dai fari della metro in arrivo; i miei capelli si mossero al vento indotto dallo spostamento d’aria. Era il momento. Balzai in avanti come fa un giocatore di football americano per fare un placcaggio: una forte spallata, sbam! Lui era più pesante di me, ma preso alla sprovvista perse l’equilibrio e cadde sui binari. La metro non fece in tempo a frenare. Amen.

Scappai verso l’uscita, approfittando del trambusto. Voci mentali terrorizzate mi rincorrevano premendo sulle mie meningi già stanche.

Mi chiusi in casa con le solite precauzioni: cuffie, casco di alluminio e barbiturici.

Il giorno dopo, leggendo i giornali locali, venni a sapere che il tizio era uno schizofrenico in cura presso una struttura ospedaliera. Quel pomeriggio era riuscito a fuggire e aveva iniziato a vagare per la città inseguito da vari infermieri. Forse, pensai, i suoi pensieri omicidi erano stati solo il frutto della sua mente malata.

Supero il tempio induista passando attraverso la “porta dell’infinito”; il viale di larici sale tortuoso come un serpente verso lo spuntone di roccia a strapiombo. Mi fermo sul bordo e guardo giù: le chiome lontane degli alberi si muovono dolcemente al ritmo del vento. Il vuoto sembra vorticare in un abbraccio magico.

Chiudo gli occhi. Stringo i pugni. Il mio corpo inizia a oscillare avanti e indietro come quello di un monaco preso dal suo mantra. Non voglio più fare resistenza, devo imparare a lasciare andare. Apro le braccia. Sento Il vento nei capelli. I miei muscoli si rilassano. Mi tuffo in avanti come un’aquila che spicca il volo. L’unico silenzio possibile.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.