Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Enzuccio” di Ida Raiola

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019


-L’Italia è una terra ballerina – lo ripeteva ogni volta Enzuccio; la frase l’aveva detta il ragionier Corapi, che lavorava dal commercialista del secondo piano, una volta che si parlava del terremoto aveva detto proprio così:  -visto che l’Italia è una terra ballerina e lo sappiamo perché questi terremoti ci stanno ogni due e tre, allora bisogna prendere dei seri provvedimenti per le costruzioni, vecchie e nuove, bisogna renderle solide… – e l’aveva detto con aria seria, con gli occhiali sulla punta del naso e fissando Enzuccio proprio negli occhi, al di sopra degli occhiali. Enzuccio si era sentito parte di un discorso serio, posato, perché il ragionier Corapi era tanto una brava persona, istruita, educata. Allora Enzuccio, ogni volta che si parlava del terremoto, doveva dire: “l’Italia è una ballerina e lo sappiamo…”.

E lo faceva soprattutto al bar dove tornava tra una consegna e l’altra, quando i clienti si fermavano a parlare dopo il caffè, quando parlavano di cose serie come la politica e non solo del pallone, che di quello sì si parlava sempre, notte e giorno. A Enzuccio il pallone piaceva, ma parlare solo di quello, no, a lui piaceva, sarebbe piaciuto, parlare di politica come facevano il professore Scala, che insegnava alla scuola media là vicino, o don Peppe il camiciaio, che quando si incontravano al bar finivano sempre a rinfacciarsi le cose che il governo aveva fatto o non aveva fatto e come le aveva fatte e se aveva fatto bene o, no, aveva fatto proprio schifo, perché il professore Scala, che era comunista, così diceva, mentre don Peppe, che comunista non era, ma non diceva mai per chi votava, il governo lo difendeva quasi sempre, perché era sempre meglio di quell’assurdità che era il comunismo. Enzuccio si fermava ad ascoltarli e avrebbe voluto dire la sua, ma non gli uscivano le parole, ma quando si parlava di terremoto, sì, la frase d’attacco ce l’aveva e la piazzava subito, anche se poi a continuare erano gli altri. Ci ripensava poi a tutto quello che era stato detto mentre andava su e giù per le scale del quartiere a portare caffè e cornetti la mattina, ci pensava e immaginava quello che gli sarebbe piaciuto saper dire e che non era riuscito a dire, forse perché era un po’ lento, come la maestra delle elementari, la signorina Clotilde, aveva detto alla madre: “Signora, Enzo è intelligente, educato, le cose le capisce, ma, come vi devo dire, è come se fosse un poco lento poi a fare uscire quello che ha capito, ma crescendo, maturando, diventerà più sicuro e sarà come tutti gli altri o quasi” e la mamma gli aveva detto quella sera e poi ripetuto un’infinità di volte “Enzù, tu ti devi svegliare!”.

Però Sara gli era piaciuta subito, questo, sì, era accaduto subito, l’aveva vista una mattina, mentre andava a portare il caffè al dott. Infante, che iniziava le visite alle otto e il caffè e il cornetto gli dovevano arrivare alle otto meno venti precise. La ragazza (il nome non lo sapeva ancora) gli aveva tenuto aperto il portone per farlo entrare nel palazzo e gli aveva sorriso, Enzuccio si era sentito risucchiato in un vortice, era come se quel sorriso lo avesse ridotto in mille pezzettini colorati, che avevano cominciato a girare velocemente intorno al vassoio con caffè e cornetto. Aveva solo balbettato un “grazie” e poi era andato su, che si stava facendo tardi. Ma prima aveva guardato l’orologio, che voleva sapere il minuto esatto in cui l’aveva vista, perché il giorno dopo voleva essere di nuovo là, in quello stesso minuto.

E ci era tornato per una settimana intera alla stessa ora precisa e l’aveva vista tre volte e solo la terza volta le aveva detto: “Ti chiami Sara?”, perché il nome l’aveva saputo dalla moglie del dott. Infante che una mattina era andata al bar con la nipotina per prendere un gelato che c’era un bel sole e la creatura era un peccato tenerla chiusa in casa e lui le aveva chiesto, alla sig.ra Infante, se la conosceva quella ragazzina magra magra, con i capelli neri, lunghi, che la mattina usciva, un poco prima delle otto, con un zainetto grigio sulle spalle.

-Come no?! – aveva detto la signora Infante – Saretta, Sara, la figlia del dott. Miele, il direttore di banca, bellina, bellina assai! Enzù, tieni bei gusti, bravo!

Ed Enzuccio gli erano mossi i visceri a sentire il nome della ragazza, perché gli era sembrato di essersi avvicinato troppo a quello che desiderava, senza sapere bene cosa dire, perché così era sempre. Gli veniva una mossa di pancia quando accadeva qualcosa di nuovo che non sapeva affrontare o si trovava a dover dire qualcosa all’impronta.

Così, quella mattina le aveva chiesto: – Ti chiami Sara? – e lei l’aveva guardato come se lo vedesse per la prima volta, sorpresa e curiosa, e gli aveva risposto: – Sì, e tu come lo sai?

Ed Enzuccio non aveva risposto, perché la risposta non gli era venuta, se ne era andato e, dopo qualche metro, si era voltato a dire: – Lo so, lo so!

E il giorno dopo, che si era svegliato più presto la mattina per farsi la doccia e aggiustarsi i capelli con più cura del solito, Sara non l’aveva vista. C’era voluta un’altra settimana per vederla ed era stato di pomeriggio: stava seduta ai giardinetti fuori alla stazione con amica che le assomigliava un poco, ma che non era bella come Sara si era detto subito Enzuccio. L’aveva guardata bene, bella era bella, con i capelli lunghi lisci, un corpo che gli sembrava perfetto, magro e flessuoso, un viso minuto e pulito su cui spiccavano dei grandi occhi scuri. Parlava, Sara, parlava con la sua amica agitando le mani e ogni tanto scoppiava a ridere. Enzuccio la osservò a lungo in silenzio.

Dopo quella volta Enzuccio cominciò a pensare che non era cosa, che non poteva essere, perché lui, a venti anni, faceva il ragazzo del bar, non teneva il padre e la mamma faceva le pulizie a ore, mentre Sara era la figlia del dott. Miele, il direttore di banca, e andava a liceo e poi sarebbe andata all’università che in quelle famiglie ci tengono alla scuola, sia per i figli maschi che per le figlie femmine.

Così Enzuccio si era tirato indietro, a Sara la guardava sempre e, se la incontrava, la salutava con un sorriso, ma non tentava neppure più di parlarle.

Al bar si accorsero che Enzuccio aveva cominciato a parlare meno del solito, così il padrone del bar che a Enzuccio gli voleva bene come a un figlio, un giorno se lo chiamò nel retro e gli disse che non poteva continuare a fare il ragazzo del bar per tutta la vita e doveva imparare un mestiere, che c’era quel suo amico, Pietro, che aveva un laboratorio di pasticceria, quello che portava i cornetti e le brioches tutte le mattine al bar e che di figli non ne aveva e che perciò aveva bisogno di aiuto. Enzuccio accettò subito la proposta, perché capì che poteva essere il modo per andarsene dal bar, dal quartiere, per non vedere più Sara.

Così Enzuccio imparò il mestiere e vi si appassionò proprio; dopo due anni al laboratorio era un pasticciere finito, aveva pure inventato una torta con pan di spagna, crema e granella di nocciola, che era piaciuta molto ai clienti e che aveva chiamato la “Torta di Sara”, perché è a lei che stava pensando quando aveva cominciato a immaginarla.

Il laboratorio Pietro lo lasciò a lui quando se ne andò in pensione, gli fece un prezzo stracciato per tutti macchinari che c’erano dentro, così Enzuccio si trovò ad essere padrone, ma era la mamma a tenergli i conti in ordine e a trattare con fornitori e clienti.

E la mamma gli trovò pure una brava ragazza a cui insegnò come trattare Enzuccio e come gestire prima il laboratorio e poi il negozio che, dopo circa dieci anni, aprirono sulla strada principale del paese, dopo che si furono sposati.

Fu in quel negozio che una domenica mattina, qualche anno dopo, entrò Sara. Enzuccio che stava aiutando la moglie e le due commesse a sbrigare la folla di clienti, mentre la mamma se ne stava alla cassa e teneva sotto controllo tutta la situazione, la riconobbe subito. Erano passati quasi quindici anni, ma Sara gli parve la stessa ragazzina che andava a scuola con lo zainetto grigio sulle spalle. All’inizio Enzuccio non si mosse da dove stava, lasciò che fosse la moglie a servire Sara, la quale ordinò una “torta di Sara” per una festa di compleanno, chiedendo se fosse adatta a dei bambini. Enzuccio, allora, si avvicinò e disse: – Signora, in genere ai bambini piace molto.

Sara lo riconobbe subito: -Oddio! Quanto tempo! Tu facevi il ragazzo del bar che stava vicino casa mia! Sei Enzuccio! Che piacere! Ti vedevo sempre e poi, all’improvviso, non ti ho visto più! Sai quante volte mi sono chiesta dove eri finito?! Allora, me la prepari una bella torta per il compleanno di mia figlia, una bella Torta di Sara, che ha pure il nome mio questa torta buonissima!

Mentre Sara parlava Enzuccio si sentiva mancare, era lì, davanti a lui, l’unico amore della sua vita e stava parlando della cosa che aveva voluto dedicarle senza essere mai nemmeno riuscito a parlarle davvero. Avrebbe voluto dirle che quella torta era solo sua e che, se fosse stato possibile, avrebbe dovuto mangiarla solo lei, ma disse: -Sì, sono io, Enzuccio. Non vi preoccupate, la torta vi serve per mercoledì? Mercoledì sarà pronta, potere venire a ritirarla alle cinque – e corse nel retrobottega ché aveva i visceri in subbuglio.

Ida Raiola

7 commenti »

  1. Bellissimo, commovente, struggente.
    Una storia possibile, come ce ne sono sicuramente tante, e per questo vera e bella.
    Come si può non volere subito bene a Enzuccio?
    Bravissima.

  2. Complimenti Ida, già il vezzeggiativo ci fa amare il protagonista, viene proprio voglia di abbracciarlo Enzuccio! Simpatica la storia, dolce come la torta e pure un po’ amara come il finale, perché, mannaggia, nonostante una moglie e quindici anni trascorsi, i visceri fanno come par loro 🙂

  3. Grazie! Mi piaceva l’idea di raccontare una storia semplice, di una persona che riesce a vivere solo ai margini della realtà

  4. Una figura tragica Enzuccio, come ce ne troviamo tante e come, più facilmente di quel che non si creda, ci ritroviamo anche noi stessi quando, per un caso della vita, troviamo sulla nostra strada una situazione o una persona che non riusciamo ad affrontare. Molto bello. Complimenti!

  5. Mi è piaciuto molto il tuo racconto. Enzuccio pensava che Sara non si potesse interessare a lui, invece l’aveva notato! Bella storia sulle occasioni mancate, come capita così spesso nella vita. Enzuccio è un personaggio che fa simpatia da subito perché rappresenta “la parte imbranata” di ognuno di noi.

  6. Un abbraccio, un vivo abbraccio al tenero Enzuccio. Bello. Complimenti

  7. Grazie a tutti! Davvero! Grazie!

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