Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XIX edizione 2020

Premio Racconti nella Rete 2019 “La Professionista” di Dario Fani

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

<Nell’oscurità notturna, appiattita dai riflessi biancastri della luna, è tuttavia assai difficile distinguerla.>
R. Jorio “Baciare le rane.”


Veniva la sera. Lei si è diretta dalla macchina gialla all’ingresso principale passando per la pedana d’uso ai disabili. Indossava una giacca blu notte, sopra una gonna di identico colore e teneva a spalla una piccola valigia nera, dentro presumo ci fosse un portatile.

I capelli erano corti, pettinati all’indietro.

Ci è sfilata davanti e ha fatto un cenno rapido con la testa, poteva essere scambiato per una specie di saluto.

La sala era grande, ampia.

Lei è andata diretta verso di lui.

“Ben arrivata.” ha detto lui “fatto un buon viaggio?”

“No.”

“Qualche disguido?”

“Diversi. E il freddo e l’umido di questa città. Soffro molto il freddo.”

“Mi spiace…” ha detto lui.

“Non importa, ora sono qui.”

Per qualche momento sono rimasti in silenzio a guardarsi.

“Le opere sono già nella sala accanto, dove verrà bandita l’asta.”

“Bene.”

C’è stato ancora un momento di silenzio.

“Sono tutte anonime?”

“Certo.”

“Cosa le distingue?”

“Una targhetta con un numero progressivo.”

“Nient’altro?”

“No.”

“Bene.”

Nonostante la rapidità del colloquio ero convinto che non si fossero mai conosciuti prima di allora.

Una bambina con i capelli chiari e lucidi, acconciati con un delicato frisè, ha attraversato la sala ed è corsa fino alla gamba di lui. Ci si è aggrappata con tutte e due le mani. “Papà!” ha gridato. Lui l’ha guardata con dolcezza.

“Sì?”

“La mamma?”

“Verrà a prenderti presto, amore.”

“Ce ne andiamo via insieme?”

“Io vi raggiungo più tardi.”

“Quanto più tardi?”

“Qualche ora, amore.”

La bambina ha lasciato il pantalone e ha guardato il padre con una faccetta indispettita, poi si è allontanata e si è mossa girando un po’ a vuoto, incapace di scegliere qualcosa d’interessante a cui appassionarsi. Lui con lo sguardo ha spaziato nella sala, come cercasse qualcuno o qualcosa. Il volto era contrariato.

“Matilda!” si è sentito chiamare sopra il mormorio delle altre voci; la bambina s’è voltata in direzione della ragazza. Una governante giovane, ben vestita.

“Dove ti eri nascosta? Ti avevo detto di non allontanarti da me… Vieni, andiamo a guardare ancora un po’ i pesciolini nell’acquario, presto viene la mamma…”

Il volto di lui è tornato disteso. La bambina ha sorriso e le ha preso la mano.

“Andiamo dai pesciolini.” ha ripetuto soddisfatta e dietro quelle parole mi è parsa capace di dimenticare tutto il resto. Insieme, mano nella mano, hanno sceso le scale che portavano alla sala ricevimenti.

Lui è tornato a guardare lei.

“Ci vorranno quarantacinque minuti per la stima.” ha detto lei in modo secco, eppure anche dolce.

“Certo.” ha risposto lui, e le ha indicato la tenda che portava all’altra sala. Lei ha atteso un momento.

“Le serve altro?” ha chiesto lui.

“Una bottiglia d’acqua liscia e un bicchiere in vetro, per cortesia.”

“Oh, sicuro. Glieli faccio portare nella saletta per le valutazioni.”

Lei gli ha sorriso ed è andata al di là della tenda rossa. Lui ad una delle hostess addette all’accoglienza ha ripetuto l’ordine. Un attimo prima che scendesse nella sala ricevimenti l’ha richiamata.

“Sì?” ha detto la hostess un po’ sorpresa.

“Le porti anche un tè caldo. Molto caldo. Soffre il freddo.”

“Sì, certo. Latte o limone?”

Lui è rimasto un momento pensieroso.

“Un bricco di latte e qualche fetta di limone su un piattino, uno dei nostri piattini di Faenza. Rapidamente.”

“Sì.” ha annuito la hostess ed è corsa via.

Lui si è portato al centro della sala:

“Signori…” ha detto battendo due volte le mani. Tutti lo abbiamo fissato. Ha atteso che si creasse il giusto silenzio: “Fra un’ora circa inizieremo. Per il momento potete scendere al piano inferiore dove è stato allestito un piccolo rinfresco.”

È ripreso il mormorio mentre comodamente gli invitati si apprestavano a scendere le scale.

Sono sceso praticamente per ultimo. La sala era grande, c’erano tre lunghi tavoli separati per tema di pietanze: salato, dolce e bevande. Tutti e tre erano coperti da drappi blu. L’illuminazione era volutamente diffusa e morbida, ottenuta solo da piantane. Sei, in totale. L’arredo sobrio, quasi a voler porre in risalto, in tutto il suo splendore, l’acquario che per intero prendeva una parete.

Ho fatto un rapido inventario di quelle persone. Non ne conoscevo nessuna. Ho preso solo una spremuta di arancia e cominciato a camminare per la sala; era il mio rituale giro di ispezione, il momento forse più eccitante di tutto l’incontro. L’attimo in cui cerco di carpire da pochi elementi: le caratteristiche dei miei avversari, il grado di preparazione, la disponibilità economica, il tipo di personalità. Sono elementi indispensabili per uscire vincenti da questo gioco. Mi sono avvicinato ai quattro che fin dal principio avevano formato una specie di circolo privato. Un chiacchierio continuo. Ho finto falso interesse per una delle pitture, un’opera minore di Manlio Argenti, appese al muro per restare accanto a loro, in ascolto.

“È la professionista di Padova. Dicono che sia in grado di stimare sessanta opere in un’ora. Una al minuto. Straordinario.” ha detto il più basso del circolo.

“È unica.”

“E non è una brutta donna.”

“Direi proprio di no.”

“Chissà se con quel che costa, non sia compreso…”

“Eh…?”

“Ha un cachet elevato?”

“Ho sentito dire intorno all’otto e mezzo per cento sull’incasso totale, ma chissà, forse è di più”

“È sposata? Ha figli?”

Il più basso del circolo ha scosso la testa, malgrado si intuisse fosse lui il meglio informato.

“Mistero.” ha detto l’uomo coi baffi, giocando a camuffare un po’ la voce e poi ha ripreso a sorseggiare il suo bicchiere di champagne.

Discreto mi sono allontanato. Mi è parso che nessuno fra quei quattro fosse pericoloso. Ho ripreso a girare nella sala. Due soli realmente mi impensierivano. Uno, aveva il volto scavato e sottile, era stato tutto il tempo seduto su uno dei divanetti sistemati lungo le pareti, aveva tolto gli occhiali rotondi dal naso e li aveva infilati nella gamba, all’altezza della rotula. Era la prima volta che mi trovavo ad osservare un ginocchio miope. L’altro era grasso e tarchiato, s’era sistemato di fianco al tavolo del salato e non aveva fatto altro che mangiare formaggi e carne presa dal tagliere dei salumi. Era chiaro che da loro non sarei riuscito ad avere nessuna anticipazione.

Allora mi sono fermato a guardare lo straordinario acquario che prendeva per intero la parete. Sei metri per tre, profondo almeno un metro. Diciotto tonnellate d’acqua separate da quella lastra in apparenza sottile e così pulita da apparire quasi inesistente. La bambina teneva l’indice fisso contro il vetro, puntava un pesce che stava immobile sul fondo.

“Perché non si muove?” continuava a ripetere all’indirizzo della governante. La governante non le dava nessuna risposta, quasi che la cosa non la riguardasse. Mi sono chinato per arrivare a fissare negli occhi la bambina:

“È un pipistrello marino. Abita nei mari tropicali. Ha l’abitudine di trascorrere intere ore fermo sul fondo, tenendo il corpo inclinato. È un pesce molto pigro e anche raro, molto raro. È prezioso.”

La bambina ha voltato lo sguardo e mi ha fissato sorpresa.

“È difficile che sopravviva in cattività sai Matilda e ci somiglia molto, molto più di quel che tu creda…” anche la governante mi ha guardato con stupore.

“Perché sai il mio nome?”

“L’ho sentito gridare nella sala prima.” Mi ha sorriso, le è parso sufficiente.

“E perché quel pesce ci somiglia?”

Stavolta le ho sorriso io: “Ha i nostri stessi vizi: cambia continuamente abito e forma in funzione dell’ambiente e dell’età. È un pesce trasformista.”

La bambina ha continuato ha guardarmi incuriosita, pure la governante.

“E tu come lo sai?” ha chiesto ancora.

“Mi interesso delle cose rare e preziose.”

“Ora basta Matilda, non è bello domandare troppo alle persone appena conosciute… Andiamo.” ha detto secca la governante e ha quasi tirato via la bambina da me. “Andiamo a vedere se la mamma è arrivata.” ha aggiunto poi più dolce.

Ho guardato l’orologio, erano passati trentanove minuti. Ho fatto finta che mi venisse istintivo seguirle, ma non li ho ingannati. Il grasso e quello dalla faccia scavata, anche loro hanno dato uno sguardo all’orologio e mi sono venuti dietro, gli unici due di tutta la sala. Appena fatte le scale, nella sala d’ingresso ho visto la mamma abbracciare la bambina. È stato un momento molto tenero. Lei era una donna giovane, indossava un abito di seta color vermiglio che le scendeva fin quasi alle caviglie. Alta, slanciata, lineamenti delicati, gli occhi chiari. Bionda. Sembrava una modella. Malgrado ciò s’intuiva fosse anche una mamma affettuosa.

La bambina ha continuato a restare voltata tutto il tempo in direzione del padre, l’ha salutato agitando la mano. Poi un cenno di saluto l’ha fatto anche a me. L’ho ricambiato.

Sono trascorsi altri dodici minuti, prima che lei uscisse dalla saletta rossa. Lui le è andato incontro. Tutti e tre ci siamo avvicinati. Tutti e tre fingendo interesse per gli arazzi alla parete, tutti e tre quel tanto da poter ascoltare il dialogo. Tutti e tre pronti a cogliere qualunque tipo d’anticipazione. In ogni trattativa è il grado d’informazione a fare la differenza.

“Allora, come è andata…?” ha chiesto lui.

“Bene. Su ogni pezzo ho posto il cartellino con la valutazione.” Lui le ha sorriso.

“Allora è possibile far iniziare l’asta?”

“Certo.” ha risposto lei. Per la prima volta però con un velo di esitazione. Lui ha continuato a fissarla restando in silenzio.

“Qualcosa non va?”

“No, o meglio sì!”

“Cosa?”

“Un’opera…”

“Sì?”

“Su un’opera ho ancora qualche incertezza. Non trovo entusiasmo nel fatto che l’artista abbia smaltato la superficie, non se ne capisce il motivo e toglie il piacere del tatto, poi si tratta di una laccatura molto artigianale, ingiustificata e non permette di arrivare all’origine del materiale, sembra ceramica.”

“Non c’è niente in ceramica.” ha detto lui perplesso.

“Non è detto che lo sia: gli somiglia.”

Lui è rimasto comunque dubbioso.

“Ma la stima?”

“Fra i seicento e gli ottocentomila euro… nonostante tutto ha forte espressività.”

Lui ha nuovamente disteso il volto. Ha fissato noi tre. Quasi ad interrogarci sul fatto che fossimo là. L’uomo dalla faccia scavata ha abbassato lo sguardo.

“Qual è il numero di questa opera?” ha chiesto non curandosi più di noi.

“Questo non lo so. È l’unico oggetto senza targhetta.” Lui è diventato ancora più dubbioso.

“Non c’è niente senza targhetta.” ha ripetuto. “Venga, può mostrarmela?”

“Certo. Si tratta dell’ultima opera.”

Insieme sono andati oltre la tenda rossa. Seguirli a quel punto per noi è stato doveroso. Restando sull’ingresso li abbiamo visti arrivare sino alla fine del lungo tavolo. Lei gli ha indicato l’opera in questione. A quel punto ci siamo avvicinati. Lui ha preso l’opera e l’ha rigirata tra le mani, poi incerto ha guardato lei.

“Ma ha valutato questa cosa qui?” ha chiesto pieno di stupore.

“Ho valutato tutte le opere presenti sul tavolo, come da accordi.”

“Ma questa… questa non fa parte della collezione, questa è una composizione di gasteropodi e coni incollati fra loro…” dopo una pausa in tono alquanto incredulo ha continuato: “Io non ho idea di come siano finite qui, ma queste sono conchiglie… insomma è il quadruccio fatto da mia figlia con le conchiglie raccolte dalla spiaggia…”

C’è stato un lungo momento di silenzio, anche fra di noi.

Lei gli ha strappato di mano l’opera e l’ha osservata con sguardo attento: “Già, una amalgama di conchiglie…” ha ripetuto, girando di nuovo quell’oggetto fra le mani: “ora che me lo dice è evidente.” Ha fatto un lungo respiro e tirato indietro le spalle, quasi a volerle sgranchire.

“Non se ne era accorta?” ha chiesto lui.

“No. Gliel’ho detto, la giornata è stata faticosa e sono piuttosto stanca, infreddolita.”

L’abbiamo guardata tutti increduli.

Uno dei banditori, appena entrato, si è avvicinato a noi. Lei gli ha passato l’amalgama di conchiglie e gli ha detto: “La faccia togliere dal tavolo, non è parte della collezione.” ha usato un tono assai deciso, quasi lo rimproverasse di qualcosa.

Il banditore senza commentare nulla ha obbedito.

Poi ha guardato di nuovo lui, gli ha sorriso.

“Conchiglie, come mai sua figlia ha deciso di smaltarle?” ha chiesto incuriosita.

Lui non ha risposto, aveva l’aria di un pugile stordito.

Noi continuavamo a fissarla increduli.

La tenda si è aperta e il resto degli acquirenti ha cominciato lentamente ad entrare in sala.

Copyright  Dario Fani, 2019.

4 commenti »

  1. Oddio! E di sicuro certe volte sarà accaduto qualcosa di simile, e ancora accadrà.
    Scritto benissimo e dal finale …… micidiale!
    Bravo.

  2. Pesci rari, piccoli segreti, acqua, conchiglie, ginocchia miopi, professionismo e opere d’arte. Senso della valutazione e dell’innocenza. Raccontati con delicatezza lungo diversi possibili piani di lettura mentre occhi attenti e discreti cercano di carpire significati che a volte è impossibile riuscire a dare. (Massimo Milani)

  3. Racconto sagace serio ironico attuale eppure fluido. In una parola come direbbe mio figlio ‘una figata’ . Complimenti 🙂

  4. Dario, la storia scorre bene, il protagonista è capace di portarti in giro, quasi per mano, il finale lascia sorpresi. Mi sono trovata ad osservare ed ascoltare con occhi diversi. Grazie

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