Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Io e l’ennesimo Liborio” di Giampaolo Notarnicola

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

More solito, solita ora. E di lontano, l’ennesimo Liborio che porta in dono la sua presenza.

Scusate l’attacco letterario. O canzonatorio? Be’, leggetelo un po’ come vi pare e con l’animo vostro.

Ma i Liborio arrivano sempre a quest’ora della sera. E ho deciso, ormai, di chiamarli tutti allo stesso modo. E non chiedetemi perché! E non chiedetemi nemmeno, perché proprio Liborio. Sarà che suona bene, mi sono detto in un attimo come tanti. Sarà che già vi sto sul sax, vi dico adesso in questo attimo come pochi. E forse è giusto. Un poco ne avete diritto, dato che non mi spiego!

“Sarà che hai ragione. Che cosa sono venuto a fare? E poi non mi chiamo Liborio! ” esclama Liborio. Ma ancora non lo sento.

Dunque l’ennesimo Liborio.

Anche questo tutto nero e arruffato. Quando non trovano di meglio vengono da me, come alla spazzatura.

“Ma tu guarda questo! Sai che c’è? Che me ne vado!” esclama Liborio. Ma anche questa volta non lo sento.

Non ditemi che mi ha sentito. Sta andando via!

Liborio, Liboriuccio. Su, dai, vai via così presto? Dai, ti si vede solo il sedere adesso! Ce l’avete tutti uguale, quel bel sederino.

“Certo, ce l’abbiamo tutti uguale. Solo quello però! Oh mamma! Che scorza di vecchiaccio. Eppure ci devo provare!” esclama ancora Liborio. Ma io continuo a non sentirlo.

Oh, oh! Forse questo Liborio ci sente per davvero! Eccolo lì che torna, lento e sensuale, come tutti quelli della razza sua. Vorrei urlargli contro le mie bestemmie e scacciarlo prima che si riavvicini, ma voglio stare a vedere! Sono un po’ come gli uomini, tutti ruffiani, se ne stanno comodi al sollazzo e da te ci vengono per opportunismo, quando ne hanno bisogno. Ah, brutta razza la mia, e pure la loro! Tra un po’ me lo ritroverò tra i piedi, che si inarca tra le gambe, che si strofina  di struscio alle caviglie.

“Se solo potessi urlare che non vengo solo per questo!” esclama Liborio. Ma invano. Io ancora non lo sento.

Si avvicina, dunque, come previsto. Con passi leggeri, in silenzio, con un taglio d’occhi sornioni che li vedi pure nella notte più nera, come tutte le finestre a festa che mi circondano. Da qui le vedo benissimo. Di fronte, a destra e a sinistra. Alle mie spalle, invece, comincia il mio mondo; quello che ho scelto, o forse quello in cui mi sono ritrovato, come quando in un istante scivoli sull’imprevisto e ti trovi sottosopra gambe al cielo.

In linea con le mie spalle, sulla mia testa, c’è il ponte con le sue auto che a quest’ora le senti ancora ronzare da un capo all’altro mentre io vorrei solo dormire.

Ed è da tutta quest’altra parte di mondo che si avvicina l’ennesimo Liborio, che lo vedo piano piano ingrandirsi, e che a breve porterà quell’insolente muso sulla linea di confine dove sono seduto da qualche anno.

Be’, forse continuo a non spiegarmi, forse continuo a starvi sull’ottavino. Ma chi se ne frega? Avessi voluto farmi comprendere non starei qui lontano a bestemmiare tra i denti.

“Oh Dio, il vecchiaccio è pure abbastanza intricato!” esclama con forza Liborio.

Cosa? Mi è sembrato di sentire qualcosa. Sarà un’altra allucinazione. Mi capita spesso. Forse sono le voci dal mio mondo, o forse le voci di tutti quelli a cui sto sulla grancassa. Boh. Andiamo avanti. Dicevo…

Alle mie spalle, il mio mondo è un’arida distesa di terra morta con carcasse di lavatrici, televisori e tazze del cesso ammucchiate qua e là. Tra questi grovigli ho trovato un sacco a pelo quasi nuovo dove mi infilo d’inverno. Per la pioggia, invece, ho il mio ombrello di cemento sulla testa. In questi grovigli, ho cercato, poi, anche un po’ di pace, forse morta anche quella: sta di fatto che sono qui da quasi tre anni, e se non fosse per i Liborio, le finestre accese degli altri, e tutti quelli a cui sto sul clavicembalo, adesso sarei in pace. Morto in pace! Ma mi stizziscono ancora, e quindi mi mantengo vivo: a distanza dalla vita, ma vivo.

“Ecco, sì! A distanza, giusto, dovrei tenerti a distanza, a pelo mi stai davvero sul piffero!” esclama Liborio. E questa volta lo sento distintamente. Sarà tutto vero?

Ecco, sì, giusto! Sto sul trombone anche all’ennesimo Liborio.  È a pochi centimetri da me e ho sentito nitidamente la sua voce a tal punto che mi credo, adesso, completamente matto. Questo orrendo gattone nero mi viene sempre più vicino, e io non trovo di meglio che immaginargli nella bocca una voce da uomo che gli vibra i baffi e mi parla.

“Ehi, ehi! E smettila per favore. Che sei matto è vero, e magari ne avrai anche di buone ragioni… ma la mia voce è solo mia e reale, e di immaginare non ti permetto più niente!” esclama Liborio.

E allora, gente. Dovrei davvero credere che questo Liborio abbia una lingua parlante?

“Scusa, perché non lo chiedi a me, di persona?” esclama Liborio.

Ormai, a questo punto: “Mi scusi, stupefacente randagio, alla quale per tale presunto straordinario dono, se cosi fosse davvero, dovrei tutta la mia riverenza… è lei che parla?”

“Certo che sì! Pezzo di grandissimo diffidente!” esclama Liborio.

Ricapitolando, dunque. Giusto per la chiarezza che si chiede anche ai matti in attimi di lucidità. Mi ritrovo qui, sotto un ponte, con alle spalle il niente, con di fronte e intorno la città che pullula, e tra le gambe, cari signori, un gattone nero che parla: l’ennesimo Liborio!

Be’, allora, a tale punto della storia mi si potrebbe con pieno diritto imputare di scarsa coerenza, dato che mi spiego e non spiego. Ma badate bene che alle volte è anche difficile comprendere se stessi, ma probabilmente questo non è mai accaduto a chi di capire non ha voglia alcuna. Ed è forse da questa posizione di privilegio, situato ai margini del mondo, che posso con distacco guardare e capire bene le cose, ma più indietro di un solo passo, dal mondo ne sono fuori per sempre, e ciò non avrebbe davvero più senso alcuno.

“Bravo, bravo, finalmente un passo avanti allora!” esclama Liborio.

Come? Uffa! Questo insolente gattone nero con la coda all’insù mi prende in giro.

Ti prendi gioco di me, stupido randagio?

“Ebbene sì! Proprio così! So per certo che di animo sei anche ironico!” esclama Liborio.

Ma tu perché parli?  E cosa vuoi da me?

“Te ne accorgerai presto!” esclama perentorio Liborio.

Vedremo un po’, di cosa dovrei accorgermi.

Poi l’ennesimo Liborio visto da così vicino sembra anche meno nero, e sembrerebbe, poi, che gli sto anche un poco a genio. Altro che clavicembali, grancasse, ottavini, pifferi e sax!

“Se proprio devo fare una confessione, ci vedi ancora bene. Ma per tutti i numi, io una cosa sola non l’ho capita, mi spieghi il perché di tanti clavicembali, grancasse, ottavini, sax e chi più ne ha più ne metta?” esclama Liborio.

Questa sì che è una bella domanda. Gran bella domanda Liborio! Con grande probabilità stenterai a credere, ma amavo la musica. La amavo a un punto tale da volerla tenere tutta in pugno e tutta in punta di bacchetta. E divenni così un direttore d’orchestra.

“Ecco, ecco. Adesso mi è tutto più chiaro. Seguimi, seguimi. Sapevo che dovevo insistere” esclama Liborio.

Ecco dunque che la grazia con cui l’ennesimo Liborio ondeggia il suo sedere è davvero suadente. Passo dopo passo gli vado dietro come mi ha detto, e penso un poco che anche lui non si spieghi per niente: la destinazione ancora non mi è chiara!

Sta di fatto che  lo seguo. E che ormai sono lontano dal mio ponte. Ah, tutti questi cancelli, queste porte, questi portoni e queste finestre accese: risate, litanie, fregnacce e canti sguaiati che ci sento. Non sono più abituato. E questo labirinto di strade comincia a darmi alla testa, e delle pelose natiche di Liborio quasi non ne posso più! Ma dove diavolo mi porta questo Liborio?

Liborio? Liboriuccio? Dove diavolo andiamo?

Ecco. Forse sembra essersi arreso. Si è fermato davanti a una porticciola in legno marcio e semichiusa. La indaga per un attimo con la testolina arcuata, e poi con un balzo felino si infila nella fessura ed è già dall’altra parte, all’interno. Mi tocca seguirlo ancora. Sento che devo. Chissà poi perché. Io che non ho mai ascoltato nessuno.

Così anche io sono a ridosso della porticciola, le do un  calcetto in basso. Cigola e mi si spalanca il passaggio. È tutto buio, buio pesto, e l’ennesimo Liborio è indistinguibile, tutto inghiottito, com’è, dal nero.

Ma guardate un po’, gente, dove mi ritrovo senza sapere neppure il perché! Adesso me ne vado. E che si fotta pure l’ennesimo Liborio!

“Ehi, ehi. Adesso sei tu che rinunci? Il tuo sedere non è bello come il mio. Non ho dunque nessuna intenzione di rincorrerti.” esclama Liborio.

Per tanto gli occhi di Liborio si illuminano all’ improvviso nel buio della stanza e continuano a farmi strada in questa casa tutta nera.

Sento cigolare un’altra porta e vedo il gattone infilarsi nel fascio di luce che fuoriesce. Ah, finalmente un po’ di luce! Che strano, io che la luce non la voglio.

Lo seguo.

Lo scenario è raccapricciante.  Ed è solo adesso che ho la certezza di essere stato davvero un matto da legare.

Un uomo dalla corporatura simile alla mia e che mi somiglia tantissimo in tutto e per tutto se ne sta seduto su una sedia di paglia. Fissa di fronte a sé un leggio con uno spartito, e nella mano destra stringe a mezz’aria una bacchetta da direttore d’orchestra, mentre nella sinistra impugna una canna collegata al gas che, portandola alla bocca, succhia a pieni polmoni. Sembro io! Per Dio!

L’ennesimo Liborio si agita, e con il sedere e la coda mi invita finalmente ad agire.

“Ma cosa fai? Cosa diavolo fai?” urlo a quell’ uomo, avvicinandomi. E nello stesso istante in cui gli strappo con forza la canna del gas dalle mani, l’uomo mi sorride soddisfatto e svanisce nel nulla, completamente dissolto.

Di colpo una luce ancora più viva illumina la stanza e poi la casa intera.

Anche l’ennesimo Liborio mi sorride. Quell’insolente gattone nero si volta rapido verso di me, mi degna anche lui dello sguardo soddisfatto di chi ha portato a termine la propria missione, e poi si fionda fuori dalla casa, torna per strada e mi lascia sconcertato.

Liborio, Liboriuccio? Gli grido. Che senso ha tutto questo? Aspetta! Ehi? Ehi? E allora?

“E allora? E allora musica, musica maestro!” ride, mostrandomi per l’ennesima volta il suo bel sedere, svanendo anche lui nel nulla, completamente dissolto.

Dunque? Che altro dire, gente.

Be’, strano signori. Davvero strano… ma la storia è davvero finita.

E mi raccomando. E davvero mi raccomando: che nessuno ci abbia sul sax! 

Esclamo finalmente anche io, più fiero e più libero.

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