Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Un uomo concreto” di Giacinto Panella

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

I due sorridono, felici d’essersi ritrovati dopo tanto. Lei allunga una mano sulla sua, stringendola. L’uomo studia attentamente quel volto inaridito dal tempo, osserva quei solchi profondi che ornano il collo, poi inizia a mangiare la fetta di torta che ha davanti. <Allora?> incalza lei. Lui prende a muovere il palato, gustando le ultime molecole di dolce, alla ricerca di sapori ormai lontani. Gli torna lentamente l’immagine di un forno sempre acceso, e quell’aroma zuccherino che spargendosi per la casa impregnava le tende e le poltrone del salotto. La bocca si apre al sorriso: <come si fa a dimenticare la tua torta al limone. Sono passati alcuni anni ma i dolci che fai rimangono insuperabili.>

Quindici, Carlo. Sono quindici anni che ti aspetto.> Nelle parole della donna non c’è astio, solo una triste rassegnazione. Vorrebbe aggiungere qualcosa ma è turbata, si blocca. Deglutisce una, due volte, ricacciando indietro un’emozione troppo forte. L’uomo si alza, in un attimo è dall’altra parte del tavolo, inginocchiato davanti a lei. Poggia la testa sul suo grembo cingendole i fianchi. <Ce l’hai con me, vero?>, dice sollevando il mento. La donna gli accarezza la nuca, guarda quei capelli bianchi di cui non aveva memoria, poi parla, con voce malferma: <la tua scelta era difficile da accettare per noi. Tu conosci i sacrifici che abbiamo fatto per te, non abbiamo altri figli. Tuo padre ha creato e portato avanti questa azienda con l’unico pensiero che un giorno avresti continuato il suo lavoro.> Prende una pausa, tira un sospiro, altre parole sofferte: <avevamo riposto molte aspettative su di te, speravamo che ti saresti fatto una famiglia, che ci avresti dato dei nipotini da crescere; con tante ragazze che ti giravano intorno. Invece hai lasciato tutto per…> Non finisce la frase che una lacrima solca veloce le gote. Carlo si rialza, avvicina una sedia e si protende verso di lei. La voce è vellutata ma salda:  <mamma, in questi anni ho cercato di spiegarvi, ma voi non sentivate ragioni. Ho fatto una scelta d’amore, ho seguito solo il mio cuore. Questo era uno dei tuoi insegnamenti, ricordi?> La donna oscilla lievemente sul busto, gli sfiora il viso prima di baciarlo sulla fronte: <oh sì, certo. Nelle tue lettere ci parlavi della nuova vita, di come ti sentivi realizzato e del sogno che cercavi di portare avanti. Ma eri lontano, in un paese straniero, e da solo come pensavi di riuscirci?> chiede timorosa. Carlo non risponde subito, annuisce con la testa, poi sorride: <non sono mai stato solo. C’è sempre stato qualcuno, là in alto, che si è preso cura di me, mi ha sostenuto quando pensavo di non farcela, mi ha dato tutto l’amore di cui avevo bisogno. Col tempo altri sono arrivati ad aiutarmi, ma ancora non basta, il lavoro da fare è tanto.> <E così sei tornato per i soldi, vero?> Stavolta un pò d’amarezza l’ha tradita. <Già, i soldi> ripete lui, cancellando il sorriso. <Non sarà  facile convincere tuo padre>, dice la donna. <Io alla fine ho capito ma lui… sai com’è, vero?> <Perché cosa c’è da capire?> La voce possente irrompe nella stanza, evocata e temuta. La figura bassa e tarchiata sembra non promettere niente di buono. Carlo vorrebbe andargli incontro e abbracciarlo, ma l’altro si sta già  sedendo. <Papà è per quel progetto di cui vi ho scritto… > <Certo, il progetto, anzi il sogno, come lo chiamavi tu>, risponde grave l’uomo. <Io da cinquant’anni mi alzo all’alba, sgobbo come un mulo fino a sera e poi dovrei dare i miei soldi a un figlio che non è più tale, perché lui vive di sogni.> L’acredine delle parole traccia ferite profonde, bloccando in gola i pensieri di Carlo. <Caro mangia una fetta di torta. E’ quella che piace a te.> L’esortazione della donna sembra allentare la tensione. Il più anziano afferra il cucchiaino e senza esitazione lo immerge nella parte cremosa, tra i due strati di pan di spagna. E’ una persona concreta, va sempre al cuore delle cose. Divora voracemente il resto della porzione, per lui misera, e torna a scrutare il figlio. C’è imbarazzo, anni di silenzio e di sospetti che il tempo ha conservato intatti. <E di quanti soldi avresti bisogno?> Il padre è uomo concreto. <Qualche migliaio… o quello che puoi darmi>, azzarda Carlo. L’uomo ride fragorosamente, battendo una mano sul tavolo: <siccome io li trovo per strada i soldi… >

Quella frase abortita ha il potere di spegnere le ultime speranze del giovane. Capisce che forse il sogno di costruire una scuola nella favela sudamericana resterà  incompiuto. Si mette in piedi, con gesti misurati avvicina la madre, l’abbraccia con tutto il calore di cui è capace. Si gira ancora verso il padre, intanto che apre la porta.  Lo sguardo del genitore è diretto altrove: adesso sa che la sua casa non è più lì. Sta percorrendo il breve vialetto lastricato di porfido quando una voce alle sue spalle lo raggiunge: <Carlo!> E’ una voce maschile, possente. Non si volta, continua senza fretta a calpestare l’impiantito; il cancello è ormai vicino. La voce risuona ancora, il tono non più perentorio: <Carlo… don Carlo!>   Stavolta si ferma, sente passi affrettati dietro di sé. Si gira, il padre ha già  il fiatone. In mano stringe un rettangolino di carta celeste, sopra si intuisce il nome di una banca. Lo infila piegato nel taschino della camicia grigia di Carlo. <Per la tua scuola>, sono le parole che accompagnano il gesto. Carlo prova a dire qualcosa, ma si sente frastornato. Balbetta suoni incomprensibili mentre una vampata colora il suo viso. Poi sfila l’assegno dalla tasca e lo dispiega: non ci sono numeri ma solo una firma in basso. Vorrebbe chiarimenti, cerca il padre con lo sguardo e lo trova in fondo al viale: sta già  rientrando in casa. E’ un uomo concreto.

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