Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Lacrime e cera” di Daniela Tani

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

Girai veloce la chiave nella serratura, entrai, accesi la luce, buttai la borsa su una una sedia e mi fiondai in bagno. La mia valigia era rimasta giù, nell’ingresso, sarei scesa con calma a prenderla e avrei controllato anche la cassetta della posta. In quel palazzotto gli appartamenti ormai erano vuoti, eravamo rimasti solo in due: io e il mio vicino di pianerottolo. E presto saremmo dovuti andare via anche noi perché il proprietario voleva disfarsi di tutta la proprietà. Il mio vicino era un uomo pacato, spesso mi faceva trovare accanto alla porta dei mazzolini di rose, delle caramelle in un sacchettino fiorito, dei pupazzetti di peluche che presto regalavo a qualche bambino per strada.

Quando partivo per un viaggio lasciavo le chiavi al mio vicino perché annaffiasse i fiori e se ero fuori e pioveva gli telefonavo per chiedergli di ritirare la biancheria stesa, spesso suonavo il suo campanello se avevo fame e non avevo fatto la spesa. Ma non mi era mai passato per la mente di intrecciare con lui qualcosa di sentimentale. Non mi piaceva fisicamente, mi sembrava goffo, impacciato ed era grasso. Tuttavia per bilanciare le sue attenzioni, facevo lodi esagerate al suo pavimento tirato a lucido, alla cera rossa che pazientemente, la domenica mattina, passava con uno straccio umido sul pavimento di cotto antico e tutto il suo appartamento sapeva di pulito e ordinato. Qualche volta mi fermavo sulla soglia della sua camera, badando bene a non inoltrarmi e scherzavo sullo scheletro ridente che teneva appeso vicino al letto come il più bello degli orpelli. Il mio vicino era peruviano e gli scheletri – lui diceva – in Perù portano fortuna.

Il mio pavimento in prezioso cotto antico era sempre stato opaco e polveroso, l’aspirapolvere che passavo ogni tanto non ne migliorava l’aspetto; con lui spesso criticavo il mio essere poco accorta e poco dedita alle faccende domestiche, ma lo facevo solo per esaltare le sue doti di uomo di casa.

Ero entrata di fretta, anche smaniosa di togliermi le belle scarpe con la zeppa alta che mi stringevano proprio in corrispondenza del tallone e, subito in bagno, avevo visto nello specchio la mia faccia stralunata dopo tante ore di viaggio. Erano le cinque di pomeriggio e dall’altro appartamento proveniva un leggero odore di aglio.

Il campanello suonò. Scalza entrai di corsa nel salotto per affacciarmi alla finestra che dava sulla strada: la mia amica Mariarosa, il suo fidanzato e un altro uomo che non conoscevo erano giù che stavano guardando in su. Dovetti fare buon viso e invitarli a salire, gli chiesi però se almeno potevano portare su la mia valigia.

Tornai immediatamente in bagno per infilarmi di nuovo le meravigliose scarpe che avevo comprato in un bel negozio di Covent Garden, prima di prendere la strada del ritorno, e nell’andare ad aprire la porta, mi colpì qualcosa di luccicante e rosso sparato sui miei occhi, qualcosa che entrando mi era rimasto estraneo e ora si manifestava. Appoggiai la mano sulla serratura, lasciai che il mio sguardo si allungasse su tutto il pavimento del corridoio, si spandesse sul pezzetto di salotto che riuscivo a vedere e poi si posasse un attimo oltre la porta spalancata della cucina. La mia amica bussava e gridava – Ci sei?

E fu tutto un esclamare e abbracciare e salutare e chiedere e presentare. L’uomo che non conoscevo mi guardava sorridente, si chiamava Lapo e aveva gli occhi verdi. Così cominciai a mettermi in moto per preparare almeno un tè e loro si sedettero intorno al tavolo della cucina.

Mi muovevo veloce e mi pareva di scodinzolare, alta e slanciata preparavo le tazze, mi scusavo di non avere i biscotti, dicevo di essere appena arrivata ma che rimanessero, mi faceva piacere, avrei raccontato le mie peripezie di viaggio, che mi parlassero intanto delle loro ultime novità. E mi sentivo addosso gli occhi di Lapo. Misi nella teiera un tè turco molto profumato, l’appoggiai sul tavolo in attesa che l’acqua bollisse e mi assentai due minuti per osservare i pavimenti. Spalancai le porte del salotto e delle due camere, accesi tutte le luci, aprii le finestre e fu come se mi specchiassi in quel rosso vivo come un lucidalabbra.

Tornai in cucina, confusa ma decisa a non lasciar trapelare il mio turbamento, la casa brillava e si poteva pensare che il merito fosse mio. Intanto Mariarosa stava raccontando di quando era rimasta chiusa il venerdì pomeriggio nella scuola di lingue dove teneva un corso individuale a uno studente tedesco. Ridevano della scala che da una pizzeria qualcuno aveva appoggiato al balcone per farli scendere, lei avvinghiata al tedesco. Ridevano e io ridevo muovendomi un po’ sciocca, a scatti spostavo le tazze , aprivo la finestra, davo l’acqua a quei fiori che forse il vicino aveva già annaffiato. E fu per spenzolarmi un po’ dalla finestra e poi voltarmi e spostare una sedia che la mia scarpa vacillò, scivolosa su quel pavimento liscio come l’olio e vi planai da un’altezza infinita, piegata sul mio ginocchio destro, colpito a morte, come di schianto.

E piansi, gridai, mi disperai mentre Mariarosa diceva che tutto sarebbe passato presto, bastava sdraiarsi, riposarsi, e tutto sarebbe finito lì. E mentre gridavo, con lo strappo nel cuore, di là sul pianerottolo, la porta del mio vicino sbatté. Pensai fosse uscito, ma il suo frullatore cominciò a vibrare mischiandosi ai miei lamenti. Lui rimase chiuso in casa, non si affacciò nemmeno quando, accecata dalle lacrime, mi caricarono sulla barella dell’ambulanza arrivata a sirene spiegate.

Non seppi mai perché non aveva avuto la curiosità di uscire e di chiedere cosa fosse successo.

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