Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Nulla accade per caso” di Stefania Lupi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

Giulia ci pensa ancora.

Sempre di meno. Ma ci pensa.

Era settembre, faceva ancora caldo e l’asfalto esalava il suo caratteristico e sgradevole odore metropolitano che, solo chi è vissuto altrove, può sentire; le strade brulicavano di passi anonimi durante il risveglio di una città post-vacanziera: Roma, disinvolta, si muoveva intorno alla Piramide Cestia, mentre i colori decisi di un cielo senza nubi intrappolavano l’aria in una calda mattinata di fine estate, incorniciando i contorni incerti di un’anima che sembrava disegnata da una mano bambina.

Giulia ricorda ancora.

Ricorda ancora quei tacchi alti su cui faticava a camminare. Orrendi. Sicuro che fosse proprio lei? Sì, era proprio lei, ma… ma Giulia ricorda anche di quando quei tacchi non li aveva e teneva, invece, un libro di epigrafia latina tra le mani: dentro di lei sussultava l’animo di un’esploratrice, capace di perdersi mentre studiava topografia antica tra le strette vie della capitale. E’ per questo che ha fatto carriera nella sua vita, cosa credete?

C’era lei, allora. Lei e l’ansia del filo d’erba, la spiaggia deserta, gli ombrelloni chiusi e la sabbia bagnata dopo un acquazzone di fine estate. Improvviso, come ogni acquazzone. E poi, poi c’era lui. Ma questa, questa è un’altra storia.

Quella di lui e delle pianure infuocate dal sole, del rosso dei papaveri e dell’eco delle vette più alte. Era bello lui, allora. Aveva vent’anni, il vento sul volto e tra i capelli la leggerezza di una nuvola estiva adagiata sull’azzurro di un cielo terso. Impalpabile. E ci pensava a lui. Ci pensava ogni giorno. Rimaneva ad aspettarlo intere settimane, sarebbe stata capace di aspettarlo una vita, poi… “Vabbè, questa volta non era il mio turno, ma per la prossima mi farò bella, vedrai”. Un po’ di matita sugli occhi, una gonna carina, dei tacchi alti. Per lui.

Giulia ricorda ancora.

Ricorda ancora gli incontri clandestini in un paese che spiava dietro imposte socchiuse, i limitati orizzonti di gente guardona e ottusa confinata in un mondo piccolo piccolo, a inaridire, e un padre geloso della sua bambina, che… “guai” a chi gliel’avesse toccata! La macchina andava piano e ne era felice, poi lui la fermava dove entrambi volevano, tirava indietro i suoi capelli, prendeva il suo viso tra le mani e la baciava. In silenzio. La sfiorava delicatamente, seguendo con le mani i suoi fianchi. In silenzio. La musica non c’era a fare da sottofondo: se la ricorderebbe. Ricorda però un dolcevita bianco, due occhi profondi e una bocca seria che mai sarebbe stata capace di mentire. Mai. Poi è andata come è andata: lui è sparito, così come era apparso. Inaspettatamente. Per un po’ ci aveva anche sperato che potessero tornare insieme, incontrarsi per caso all’università, o chissà dove, ma non era mai accaduto.

Nulla accade per caso. Lui gliel’aveva insegnato.

Era settembre e faceva ancora caldo.

L’estate, metronomo della sua vita, si apprestava, come al solito, a dare il suo commiato e anche lui, ancora una volta, come tanto tempo prima, senza lo scrupolo di ripensarci, di nuovo sfrecciava via velocemente – troppo velocemente – sulla sua costosa auto, riempiendo tutto intorno il silenzio di assenza.

Come un fantasma che si dilegua confusamente sulle rovine di un vecchio castello.

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