Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Il casello” di Francesca Renda

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

“Da lì passa la vita”. Mi sembrò la solita frase ad effetto di Mario, il mio coinquilino, che non perdeva mai l’occasione per fare uno dei suoi commenti. Studiava Filosofia e questo sembrava autorizzarlo ad avere l’atteggiamento di chi sa più di altri. Io, di solito, lo trovavo banale e scontato. Stavolta provai anche disappunto. Sapeva, perché gliene avevo parlato, anche se non eravamo particolarmente in confidenza, che era un momento difficile della mia vita, che ero molto confuso ed indeciso sul mio futuro e che se avevo trovato un lavoro era semplicemente perché volevo chiarirmi le idee e decidere se continuare o meno a studiare. 

Ero iscritto alla Facoltà di Lettere, ormai da troppo tempo e con un numero troppo basso di voti sul libretto per non pensare che forse dovevo interrompere gli studi. Ero stanco di chiedere i soldi ai miei genitori sia per l’affitto della casa in città vicino l’Università sia per tutte le altre spese, compreso l’acquisto di una non più minima quantità di fumo che quotidianamente e ormai senza più grandi effetti (visto l’uso frequente) utilizzavo. Volevo mettermi alla prova, iniziando a lavorare, per capire quale doveva essere il mio futuro. Non avevo molte aspettative. A parte i miei genitori che mi avevano spinto a frequentare l’Università, così come avevano fatto con i miei fratelli, non c’era nessuno che mi facesse pressioni, né i miei amici che sembravano interessati esclusivamente al “qui ed ora” né la mia fidanzata, Carla, con la quale progettavamo già da diverso tempo il matrimonio, una famiglia, dei figli. Stavamo insieme da così tanto che pensare a tutta la vita insieme era diventato facile, come se niente avesse potuto mettere in discussione ciò che appariva un’evoluzione assolutamente naturale di un incontro avvenuto quando eravamo poco più che bambini. Sarei voluto essere, un ragazzo prima ed un uomo poi, brillante, intellettualmente vivace, ricco di risorse e di iniziative ma non lo ero e, in fondo, con pacata rassegnazione, ne avevo preso atto tanto da chiedermi se non era più sensato, per la mia vita e per la persona che ero capace di essere, cambiare rotta e mettermi subito a lavorare. 

Prima, però, di chiudere realmente la mia carriera universitaria, volevo fare una prova, volevo sapere se era veramente arrivato il momento di non approfittare più dei miei genitori, della loro cieca disponibilità nei miei confronti, e di iniziare ad impegnarmi sul serio in qualcosa. 

Alla festa di compleanno di un amico avevo incontrato un mio vecchio compagno di scuola. Da qualche mese il fratello lavorava in un casello autostradale. Mi spiegò che aveva presentato la domanda per essere assunto e che dopo poche settimane lo avevano chiamato per un colloquio. Il risultato era stato positivo. Mi sembrò una coincidenza fortunata: io cercavo un lavoro (ed onestamente non sapevo da dove cominciare per trovarlo) e Antonio, il mio vecchio compagno di scuola, senza poterlo sospettare, me ne stava proponendo uno. Il colloquio andò bene anche per me e mi assunsero, a tempo determinato, almeno all’inizio. 

Fu allora, quando gli comunicai che il colloquio di lavoro era andato bene, che Mario disse quella frase: “Da lì passa la vita”. Avrei preferito che mi incoraggiasse, che capisse di più che forse non ero pronto per niente di tutto quello che avevo cercato. 

Poi aggiunse: “Ci sono posti che per loro stessa natura sono di passaggio: porti, aeroporti, stazioni, rifornimenti di benzina, caselli autostradali. Ci passano le persone con le loro vite. È come se ci passasse la vita stessa. Vedrai. Sarà un bel guardare!” Non dissi niente. Girai le spalle e me ne andai. Non c’era proprio niente da guardare. Si trattava semplicemente di un lavoro in cui dovevo stare seduto, controllare che il sistema funzionasse, ritirare i soldi per il pedaggio e dare il resto se ce ne era da dare. Per me non c’era altro. 

Ovviamente mi sbagliavo.

Mi assegnarono un casello autostradale. In breve capii come dovevo lavorare e quali erano i miei compiti. Svolgevo regolarmente i miei turni. Mario mi aiutava a trovare scuse per giustificare impegni che in modo evasivo dicevo di avere. Ancora non avevo rivelato, né ai miei genitori né a Carla, che avevo iniziato a lavorare. 

Durante i primi giorni cercai soprattutto di non commettere errori e di essere rapido nel riscuotere le cifre giuste in modo da far scorrere velocemente la fila di auto che si formava. Poi, invece, mi concentrai maggiormente sulle persone all’interno delle loro auto e cominciai ad osservarle. Le guardavo durante quei pochi istanti che si fermavano per il pagamento del pedaggio. 

Alcuni arrivavano avendo in mano già la cifra esatta, altri perdevano qualche secondo in più perché dovevano cercare le monete da darmi. Alcuni mi guardavano distrattamente mentre mi consegnavano il denaro, altri non mi guardavano affatto. Altri ancora, invece, si soffermavano ad augurarmi buona giornata o serata o buon pomeriggio. C’erano quelli che viaggiavano per lavoro, quelli che si spostavano saltuariamente, quelli che sentivano caldo anche se era inverno e quelli che tenevano il riscaldamento dell’auto acceso perché sentivano freddo. C’erano quelli che ascoltavano la radio, trasmissioni più serie o radiogiornali, oppure sentivano la musica trasmessa da qualche stazione o quella dei CD che tenevano in macchina. C’erano le famiglie, i viaggiatori solitari, le coppie. La mattina presto c’erano le persone assonnate e di sera tardi quelle stanche. C’erano quelli che parlavano al telefono e continuavano a farlo, a parlare o ad ascoltare, a ridere divertiti o ad alzare il tono della voce se stavano litigando. C’erano altri, invece, che anche se erano al telefono, appena arrivavano davanti a me, interrompevano la loro conversazione e la riprendevano solo quando ripartivano dopo aver pagato. 

Passavano persone tristi o arrabbiate, allegre, prepotenti, educate, scontrose, giovani o più anziane. Nelle macchine scorgevo bambini addormentati o che giocavano, che ridevano o che piangevano. Ad ogni turno di lavoro divenivo spettatore di frammenti della vita delle persone che passavano da quel casello autostradale, vite semplici o complicate, interessanti o anonime, intense o lente. Spesso mi ritornavano in mente le parole di Mario quando gli avevo detto che avrei iniziato a lavorare. 

Da lì passa la vita. 

Ed era vero, ma non era ancora tutto. 

C’era anche lei, infatti. Passava da lì sempre allo stesso orario. Era una signora bella, elegante, bionda, che imboccava sempre la parte di strada che portava al mio casello. Avrà avuto più o meno sessanta anni. Scambiavamo poche parole, un saluto.”Buongiorno. Come sta?” “E lei?” e la giornata continuava. 

Una volta mi chiese come mi chiamavo. Glielo dissi: “Giacomo”. “Io sono Ombretta”. “Signora Ombretta, è sempre un piacere vederla” aggiunsi e lo pensavo veramente. Doveva essere una donna piacevole anche se nel suo sguardo si scorgeva un accenno di tristezza. 

Un giorno mi disse: “Giacomo, potrebbe lasciare per qualche minuto la sua postazione?”

“Certo, signora Ombretta” le risposi, sorpreso da quella richiesta. “Chiudo subito il casello. Mi dia solo il tempo di far pagare chi è già in fila”.

Così feci e la raggiunsi immediatamente. Erano le otto del mattino, il solito orario in cui lei passava da lì. Faceva freddo e piovigginava. 

“Le volevo dire che oggi è l’ultimo giorno che passo da qui. Non so niente di lei ma non avrei potuto non dirglielo. In questi ultimi mesi tutte le volte che l’ho vista è come se poi mi avesse accompagnato con la sua gentilezza e con il suo sorriso”. 

Pensai che stava dicendo di me quello che io avrei detto di lei. 

Mi raccontò perché era l’ultima volta che passava da lì. Mi disse che probabilmente era anche l’ultima volta che ci vedevamo e voleva che entrambi lo sapessimo. 

“Facciamo troppe cose senza sapere che non le rifaremo più. Ed è ormai tardi quando ce ne rendiamo conto, quando succede qualcosa che diventa uno spartiacque tra il prima e il dopo, tra quando facevamo e quando non possiamo fare più, tra quello che eravamo e quello che siamo diventati perché quell’incidente, quella malattia, quella perdita, quell’evento ha cambiato la nostra vita. 

Giacomo, lasci che la vita la sorprenda solo in modo positivo, con le gioie, con l’amore, con le conquiste. Non si faccia sorprendere dal dolore, dallo sconforto, dal rimpianto. Li metta in conto e si abitui a pensare che ogni cosa che fa forse la fa per l’ultima volta, perché da un momento all’altro, in modo inaspettato, tutto può cambiare. Vivrá meglio”.

L’ascoltai senza dir nulla. Solo quando finì di parlare, chiesi: “Signora Ombretta, lei ci riesce?”

“No, ma ci provo”.

Si girò verso la macchina. Le aprii lo sportello. Lei entrò, mi guardò e mi sorrise. Poi mise in moto ed andò via. Ritornai verso la mia postazione sapendo che quella era l’ultima volta che lavoravo lì. 

A fine turno diedi le dimissioni.

“Mi dici perché ogni volta che arriviamo ai caselli vai sempre allo stesso, anche se negli altri ci sono file più brevi?” mi chiede Carla, con il suo tono bonario, tutte le volte che passiamo da lì.

 Io la guardo, sorrido e cambio discorso.

Ripresi a studiare, mi laureai. Sposai Carla. Abbiamo due bambini. Io insegno in una scuola media. Non ho detto a nessuno del mio lavoro al casello autostradale. Lo sa solo Mario a cui ho chiesto di non parlarne mai. 

Un paio di volte, da lontano, in città, in mezzo alla gente ho visto la signora Ombretta.

Sorrideva.

6 commenti »

  1. Molto delicato e armonioso, uno spaccato di vita vera, senza artefatti né ideologismi. Bello complimenti!

  2. Grazie!

  3. Una bella prosa scorrevole, con un pizzico di ironia e una sana e realistica leggerezza, che sta tutta un quel “No ma ci provo”. E il sorriso finale mi piace, molto.

  4. Racconto fluido e interessante. Complimenti!

  5. Bello questo racconto fluido, realistico, con personaggi veri, che tutti abbiamo incontrato e incontriamo ogni giorno ben caratterizzati. Sarà un problema mio, ma mi ha lasciato un fondo di tristezza, una sensazione di resa, che il sorriso finale non riesce a mitigare. Lo trovo comunque molto bello. Complimenti.

  6. Penso che la cosa più bella del leggere sia proprio attribuire a quello che si legge un proprio sentimento, che puó non essere lo stesso di chi ha scritto. O può esserlo!
    Grazie per i complimenti

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