Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Umanità in corsia” di Maria Pia Acquistucci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

Appartenevo a un’equipe di dottori, in un ospedale della

mia città, Roma. Il lavoro mi dava molta soddisfazione e con i

colleghi c’era molta intesa. Lavoravo dalla mattina fino alla sera

e non mi stancavo mai. Ero nel reparto oncologico pediatrico.

I bambini malati erano molti e a volte mi arrabbiavo con me

stesso nel vedere tutta questa ingiustizia umana. Il reparto era

ben affiatato dal primario alla più piccola infermiera. Ma per i

bambini tutti si prodigavano. Un giorno arrivò al reparto una

bambina africana, era ridotta male, la sua famiglia era emigrata

in Italia per lavoro. Estelle, così si chiamava la bambina, aveva

due occhioni grandi e molto espressivi, che s’intravedeva la

malinconia. La visitai e parlai un pò con lei:

“Senti Estelle, vai a scuola?” dissi.

“Si dottore, nel mio Paese. Sono la più brava delle mie amiche”

Volevo un pò capire la psicologia della bambina. Feci delle

analisi e scoprimmo che aveva una leucemia, ma presa in tempo

ce la dovevamo fare. I bambini mi erano sempre piaciuti, quindi

avevo una particolarità nei modi di trattarli.

La mattina seguente vennero i genitori, le dovevo dare notizie

della malattia, ero un pò perplesso, se fosse stato per un

adulto l’impatto sarebbe più violento, mentre per una bimba

era più traumatico. Vidi fuori al corridoio i genitori, mi avviai

verso di loro e dissi:

“Buongiorno signori Gaspar, la vostra bambina ha una

leucemia, ma con le cure dovute ce la faremo”

Ero stato troppo brusco e i genitori rimasero senza fiato, poi

entrarono nella stanza della figlia. La famiglia di Estelle era a

Roma perché il padre lavorava presso l’ambasciata del suo Paese.

Entrati nella stanza trovarono la bambina che giocava con il suo

smartphone. Era allegra, non sembrava per niente fosse malata.

“Mamma, papà – disse Estelle – grazie per la visita”.

“Ecco – disse la mamma – ti abbiamo portato dei giornalini

e dolci, così potrai distrarti”.

La figlia abbracciò entrambi e li baciò.

“Sai mamma, il dottor Francesco che vi ha parlato mi

vuole molto bene e ha detto che presto guarirò”.

Finite le visite tornai a casa. Non ero sposato, vivevo con mia

madre vedova, quindi avevo avuto un’educazione un pò rigida e

cristiana. Oltre al lavoro in ospedale, studiavo per perfezionare

la mia carriera.

Una mattina arrivai presto in ospedale e lungo il corridoio

vidi un manifesto che diceva che chi avesse voluto partecipare

come volontario in Africa avrebbe potuto farlo senza retribuzione,

ma la sua carriera sarebbe stata arricchita di umanità.

Entrai nel mio reparto. Estelle mi venne subito a salutare.

“Ciao dottore” mi disse.

“Ciao Estelle. Raccontami cosa hai fatto”

“Ho letto e giocato, poi è venuta mia madre e mio padre

a far visita.”

“Sono molto contento – dissi – preparati perché andremo

a fare degli esami”.

“Va bene dottore” disse Estelle.

L’accompagnai in laboratorio. Erano analisi non facili ma la

bambina era coraggiosa e si sottopose a qualsiasi cosa. Ritornato

in reparto, andai nel mio studio. Mi misi a leggere dell’Africa.

Entrò un’infermiera.

“Francesco hai letto quel manifesto che è in corridoio?”

“Sì – risposi – sto pensandoci, ancora non sono deciso”

“Piacerebbe anche a me” rispose l’infermiera.

Poi ognuno continuò col proprio lavoro. Intanto nel corridoio

si sentì un baccano terribile. Erano i clown che portavano

un pò d’allegria ai bambini malati. I bambini gli andarono tutti

intorno e felici si misero a giocare.

Uscii dall’ospedale e tornai a casa. Mia madre mi accolse

con un abbraccio.

“Francesco perché questa sera non andiamo al cinema?”

“Va bene mamma” dissi.

“Qui vicino danno un bel film”.

Uscimmo e andammo al cinema.

Mia mamma si commuoveva quando vedeva qualche scena

delicata. E’ stato bello, mi era piaciuto. Andammo dopo a bere

qualcosa e qui incontrai Liliana, un’amica di corso, la salutai e

ci mettemmo a parlare. Salutò anche mia madre. Ero stanco,

ritornammo a casa, la mattina dopo dovevo andare a lavorare

e per di più avevo un intervento molto delicato. Salutai mia

madre e andai a dormire. Il giorno seguente arrivai presto in

ospedale, passai a salutare Estelle. Quella bambina mi dava una

carica che non me l’aspettavo, non so cosa avesse, pensavo tra

me che fosse un angelo. Entrai nella sua camera, lei mi sorrise

e mi disse:

“Buongiorno, dottor Francesco”.

“Buongiorno Estelle” le risposi.

“Dottore guarda che bel disegno ho fatto, te lo regalo”.

“Grazie, è molto bello”.

“Rappresenta la mia terra” disse Estelle.

C’erano giraffe e piante di banani, un cielo azzurro meraviglioso

e qualche capanna.

Poi andai nella stanza dei dottori per incominciare la giornata

lavorativa. Mi chiamarono finalmente per l’intervento.

Era un bambino. Misi il camice e entrai in sala operatoria con

il primario. Prima di iniziare l’intervento mi feci il segno della

croce. Mentre il primario ci spiegava il problema dell’intervento

io ero vicino ad un mio collega e guardavo.

Poi il primario si girò verso di me e mi disse:

“Francesco, satura tu il bambino”.

Io tremavo, ma ce la feci. Ero soddisfatto, il primo intervento

era riuscito. Uscii dalla sala operatoria e il primario mi seguì.

“Francesco, sono un pò di giorni che penso a te come

dottore” mi disse.

“Signor primario, che cosa vuole dirmi?” chiesi dubbioso.

“Perché non prendi in considerazione il Progetto Africa?

Vorrei mandare te, vedo che sei capace e hai fascino sui bambini”.

Fu così che partii per l’Africa. Mia madre era rimasta un pò

dispiaciuta , ma la chiamavo ogni sera al telefono.

L’Africa era una terra magnifica, aveva un cielo che andava

dall’azzurro al rosso fuoco di sera, un profumo di pulito, però

molta miseria. Presi alloggio in una missione. Ci diedero il

benvenuto alcuni missionari e questi la mattina seguente ci fecero

visitare l’ospedale. Mancava di tante cose, lavoravamo con

strumenti rudimentali, mentre in Nairobi avevano strumenti

più moderni. Gli interventi che facevamo erano confrontati con

più dottori venuti da ogni parte del mondo, ognuno dava la sua

collaborazione ed esperienza. Nelle giornate libere, che erano

ben poche, andavo a visitare villaggi, fatti di capanne con tetti

di sterco e gente che ci abitava. Una mattina mentre ero in giro,

arrivai in un mercato. Le cose che vendevano erano prodotti

della terra, quindi pomodori, insalata e manioca. Io comprai

qualcosa, poi arrivai ad un banco dove vendevano delle spezie.

Mi fermai e scattai un pò di foto per mandarle a mia madre. Ritornai

in missione, il pomeriggio dovevo lavorare.

Mentre stavo lavorando, venne di corsa un volontario e mi disse:

“Francesco corri! Vieni subito! Due bambini si sono azzuffati

e sono feriti!”

“Come è successo?” chiesi.

“Hanno trovato un’arma e giocando è accaduto questo”.

Andai subito alla stanza che era destinata al pronto soccorso

e vidi i due bambini pieni di sangue, li medicai e li feci mettere

su un lettino, erano tramortiti dalla paura, ma niente di irreparabile.

Finito il mio lavoro, uscii dall’ospedale presi la jeep,

dirigendomi verso la prima cittadina. Era sera e l’Africa di sera

è di un incanto, i colori del cielo di un blu cobalto, tutto era

magico. Arrivato in città entrai in un locale etnico, chiesi se si

potesse mangiare e mi risposero che proponevano solo cucina

locale e io risposi di sì. Venne verso di me una ragazza con abiti

africani, mi portò da bere, un tè alla menta fantastico, e della

carne di elefante. Era squisita, non l’avevo mai mangiata.

Poi entrarono dei musicisti, suonavano le percussioni con

una certa abilità che facevano incantare la gente che era lì.

Uscii dal locale che era tardi, quando fui sulla porta, la ragazza

che mi aveva servito mi raggiunse e mi disse:

“Signore è stato contento della cena?”

“Molto” risposi.

“Sa, le dico questo perché è straniero e ci teniamo a far

bella figura. Come si chiama?” Chiese la ragazza.

“Mi chiamo Francesco. Sono un medico oncologo e presto

servizio nell’ospedale della Missione”.

“Io mi chiamo Christine e lavoro nel ristorante”.

“Comunque verrò spesso a mangiare da voi” dissi e andai via.

Ritornato alla Missione andai in camera mia. Incontrai nel

corridoio un missionario, si chiamava frate Paolo ed era di Firenze,

lo salutai e lui mi disse:

“Francesco, sei uscito questa sera?”

“Si padre, sono andato a cena fuori, per conoscere meglio

questo continente” risposi.

“Hai fatto bene”, poi, sempre rivolto verso di me, continuò

“che rapporti hai con la tua fede?”

“Ma non so spiegarle, padre. Ho un rapporto conflittuale,

specialmente quando curo un bambino che non riesco a dargli

quello che mi sono ripromesso Frate Paolo. Quanto tempo

è che lei si trova in questa Missione?”

“Sono molti anni, figliuolo” rispose il missionario.

“Quindi lei ne deve aver viste di ogni specie.”

“Sì – rispose – l’Africa è una terra magnifica dal punto di

vista geografico, ma economicamente è povera e martoriata.”

Dopo quella conversazione mi ritirai nella mia stanza.

Il giorno seguente ripresi a lavorare, ero alle prese con i vaccini.

Un’infermiera venne verso di me con delle provette per

poi portarle in laboratorio, dove sarebbero state esaminate con

cura dai nostri colleghi virologhi.

“Ciao dottore – mi disse lei – cosa hai fatto ieri sera?”

“Sono andato a mangiare fuori, a visitare un pò la città.

E’ stato molto bello” dissi.

Dopodiché l’infermiera andò in laboratorio e io continuai

con il mio lavoro. Stando lì, nelle ore libere mi appassionai allo

sport. Correvo con un gruppo del posto, certo loro erano molto

più allenati di me e a volte mi prendevano in giro. Ci fu una

gara e partecipò anche la Missione dove ero alloggiato. I frati

fecero tutti il tifo per i partecipanti e vincemmo.

Il premio consisteva in una donazione all’ospedale.

A fare il tifo c’era anche Christine. Appena mi vide venne

verso di me sorridendo.

“Dottor Francesco, anche lei qui?”

“Sì Christine – dissi – sa, qui c’è in palio un premio interessante

e per l’ospedale abbiamo bisogno di fondi”.

Poi ci dirigemmo verso il campo dove si correva. Finalmente

il premio era nostro. Dopo la corsa andammo a festeggiare,

nella Missione avevano preparato tè e biscotti per i bambini.

Io salii in camera, volevo telefonare a mia madre, per avere sue

notizie, ma mentre stavo per farlo, il telefono squillò. Era lei,

mi aveva preceduto.

“Oh mamma, ti stavo giusto chiamando, come stai?”

“Bene figlio mio. Mi manchi tanto, quando torni?”

“Non te lo so dire mamma, qui c’è molto da fare, ma forse

una scappata la farò. – dissi – Sai mamma, l’Africa è una terra

meravigliosa, da mille sfaccettature di colori, per non parlare

poi della natura, animali che stanno allo stato brado, ma sono

mansueti e indisturbati. Vorrei che tu vedessi tutto questo.”

Salutai e riattaccai il telefono. Era ora di cena, scesi in sala

da pranzo e incontrai altri medici che alloggiavano lì. Ci mettemmo

a conversare e il discorso volse al metodo di cure dell’ospedale.

Per avere un ospedale più efficiente, ci volevano molte

donazioni, erano tutti d’accordo con me.

Una volta rientrato in camera mi venne in mente la bambina

che avevo curato a Roma, non seppi più nulla di lei, così telefonai

all’ospedale per sapere che fine avesse fatto.

“Pronto? Sono il dottor Francesco dall’Africa, con chi

parlo?” Dissi al telefono.

“Sono un’infermiera, si ricorda di me, dottore?”

“Sì, certo. Vorrei sapere di Estelle, come va la sua cura?”

“Dottore la bambina sta meglio, è uscita dall’ospedale,

però ogni tanto viene per fare i controlli.”

“Me la saluti, la prego” e riattaccai.

Mi misi a leggere e dopo un pò mi addormentai.

La mattina seguente andai in ospedale, vidi davanti al cortile

una folla e vidi tra di loro anche Christine.

“Dottore stiamo distribuendo del pasto caldo per i malati”.

“Ah, bene Christine, una di queste sere usciremo insieme,

ho desiderio di sapere e conoscere tutto di questo continente”.

“Ma, dottore, non è troppo precipitoso?” Disse lei.

Mentre parlava la guardavo, aveva due fossette che le infiammavano

il viso e due occhi neri che erano lo specchio

della lealtà. Incominciava a solleticarmi l’idea di conoscerla

meglio. Prendemmo a uscire insieme. Christine era un turbinio

di idee, non sapevo dove prendesse tutta questa carica.

Le dissi che l’avrei portata con me a Roma. Una sera la invitai

a cena, ma non al locale dove lei lavorava, andammo in un

locale sul fiume, era meraviglioso. Il locale aveva un viale con

delle torce accese, sembrava di essere in una fiaba, era un

capannone tipico e due indigeni che invitavano ad entrare.

Ci accompagnarono al tavolo e ringraziammo.

“Christine è bello qui. Raccontami di te” dissi.

“Sai Francesco, sono nata qui, i miei genitori vivevano

nelle capanne lungo il fiume, ora sono morti con una brutta

infezione. Solo io sono sopravvissuta e perciò quando posso

aiuto i miei fratelli africani.”

“Mi piaci – dissi accarezzandole una mano – sei molto umana.

Ora dimmi qual è il piatto tipico di questo ristorante etnico.”

“Carne di elefante con verdure e dolce con banane

caramellate.”

“Ottimo” io le risposi.

Così mangiammo con gusto. Finita la cena andammo a passeggiare,

l’avvolsi con un braccio verso di me, lei non fece resistenza.

Poi le diedi un bacio.

“Sai Christine cosa penso? Il destino ci ha fatto incontrare,

forse vuole delle risposte da noi, che ancora non so spiegare.”

“Anch’io la penso alla stessa maniera. – rispose lei –

Francesco mi sei piaciuto dal primo momento che sei venuto

nel ristorante, però non osavo dirtelo perché tu sei un dottore

e io una cameriera meticcia e povera.”

“Christine io non do importanza a queste cose. Gli uomini

sono fatti per vivere insieme a differenza di colore e cultura,

sennò che pace è.”

Poi ci abbracciamo, la riaccompagnai e rientrai in missione.

Quella sera il mio cuore andava a mille, non mi era mai capitato

che l’Africa, i bambini, Christine mi facessero così felice.

Era domenica, avevo un pò di ore libere e volevo partecipare

ad un safari. Contattai degli esploratori, così, tutti attrezzati,

partimmo ad esplorare la giungla, anche se era pericolosa. Andammo

con la jeep fino ad una spianata, poi ci inoltrammo nei

meandri della vegetazione più fitta ed insidiosa. Eravamo tutti

vicini, quando spuntò un serpente, aveva due occhi di fuoco e

in bocca sputava del veleno, io indietreggiai, ma un altro esperto

lo uccise, più avanti incontrammo delle scimmie bertucce, che

mangiavano banane. Ero emozionato ma nello stesso tempo avevo

paura. Ancora più avanti trovammo una radura, mangiammo

qualche panino e mentre ci stavamo rilassando ci si presentarono

degli indigeni, abitanti di una tribù primordiale. Erano nudi, sul

volto avevano dei segni colorati e in mano una lancia fatta di legno

con la punta infuocata. Ci presentarono al capo. La nostra

guida spiegò che era un safari, organizzato dalla Missione. Visitammo

le loro capanne. In una di queste c’era una donna malata.

“Sono un medico. – le dissi – Posso visitarla?”

Mi avvicinai a lei e le presi le mani. Era molto calda, aveva

la febbre, poi parlai con il capo tribù, perché la donna doveva

andare all’ospedale, forse qualche infezione, non so, dovevo

fargli una diagnosi più precisa. La caricammo sulla jeep e la trasportammo

in Missione dove c’erano più cure.

Così finì la mia escursione nella giungla.

Appena arrivati, la donna venne subito visitata e messa in

isolamento, poi incominciammo a curarla, ci disse che giorni

avanti venne morsa da una specie di serpente velenoso ed essa

stessa con coltelli rudimentali si era tagliata per farsi uscire il

veleno, ma questo non era uscito completamente.

Mentre ero nella stanza del pronto soccorso entrò Christine.

“Francesco, come sta la donna?” disse.

“Si sta riprendendo, è un’infezione da avvelenamento”

“Senti Christine, tra un’ora sarò libero così possiamo

andare a pranzo.”

“Va bene” rispose Christine.

Una mattina venne un ordine da Roma del mio ospedale.

Dovevo rientrare per motivi che non sto a spiegare.

Andammo a pranzo con Christine e le feci leggere

la lettera. Lei era rimasta un pò perplessa, poi le dissi:

“Christine, vuoi venire con me a Roma?”

Allora sul suo volto apparve un sorriso, capii subito che

accettava e ne rimasi contento. La settimana dopo partimmo

tutti e due per Roma. L’Africa mi aveva lasciato un’esperienza

magnifica e mi aveva fatto riflettere molto sulla vita della gente.

Entrai in casa, mia madre mi venne a salutare:

“Mamma, ho un’ospite con me” dissi.

“Lo vedo, figlio mio, preparo la stanza per gli ospiti.”

“Grazie!” dissi.

Intanto Christine aiutò mia madre e si misero a parlare, poi

scesero per la cena. Le raccontai dell’esperienza che avevo fatto,

della povertà che avevo incontrato, ma che mi aveva arricchito

come uomo e infine dell’amore che avevo trovato, Christine.

La mattina, prima di andare a lavoro, feci conoscere Roma

a Christine, lei sembrava entusiasta, non aveva mai viaggiato e

non aveva mai visto Roma. Entrammo in un negozio e le regalai

un bel vestito, al momento non voleva accettarlo ma poi lo gradì.

Nel pomeriggio andai insieme all’ospedale ed entrammo nel

reparto dove lavoravo. Subito i miei amici vennero a salutarmi.

“Buona sera, dottor Francesco, bentornato!”

“Grazie. – risposi – Amici sono passato per dirvi che ancora

oggi sarò dei vostri, in più avremo una nuova recluta.”

Guardammo tutti la ragazza che era con lui. Lei si limitò a

salutare educatamente, poi ce ne andammo. La mattina seguente

parlai con il direttore dell’ospedale di Christine, e mi disse:

“Va bene, Francesco, purché faccia qualche corso da

infermiera”

“Grazie direttore”

Io e Christine oramai eravamo una coppia collaudata e pensavo

al matrimonio. Una sera, mentre eravamo a cena, le regalai

un anello, lei rimase senza parole.

“È molto bello Francesco, non credo ai miei occhi” disse.

“Mi vuoi sposare, Christine?”

“Sì!” disse lei. E le spuntò una lacrima dai suoi begli occhi,

poi la baciai. Vennero i preparativi per il matrimonio, saremmo rimasti

ad abitare con mia madre, perché lei era rimasta sola. A Christine

questo non dava fastidio, lei e mia madre andavano d’accordo.

Venne il fatidico giorno, tutti emozionati, invitai la crème dell’ospedale

e qualche amico, la cerimonia fu meravigliosa, venne anche

Estelle, oramai una signorina, mi portò di regalo un mazzo

di rose bianche con una sciarpa di seta, segno di amicizia e riconoscenza.

La salutai e le presentai Christine, poi proseguimmo la cerimonia.

Finita la festa partimmo per l’Africa, dove avremmo fatto della

nostra vita una missione, e con noi anche la mamma, che si rivelò

un vero aiuto per molti bambini bisognosi d’affetto.

2 commenti »

  1. Ho immaginato di leggere le osgine di un diario, di una storia autobiografica. Ma tu sei Maria Pia e dunque la suggestione è davvero ben riuscita! bella storia

  2. Pagine di un diario

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