Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Primavera” di Monica Menzogni

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

“Eccoli, arrivano. Puntuali come sempre, puntuali come ogni giorno”. Aveva allungato il collo fino quasi a farlo passare tra le sbarre di ferro del cancelletto che dava accesso al suo giardino, come un animale tra le sbarre della propria gabbia allo zoo.
Si trattava di una coppia di anziani, un uomo e una donna, che ogni giorno percorrevano quella strada alla volta del cimitero. Andavano  a visitare la tomba del loro figlio prematuramente scomparso dopo una lunga malattia che aveva prosciugato le loro anime e le loro tasche.
Primavera li aveva soprannominati “l’espressione” per via della forma delle loro gambe che, viste da lontano, sembravano formare una parentesi tonda e una quadra. La donna era bassa di statura, aveva una corporatura robusta e, probabilmente, soffriva di artrite alle ginocchia che, per via della stazza e della malattia, si erano deformate in una forma arcuata che ricordava proprio la forma di una parentesi tonda. L’uomo era alto, con la schiena leggermente incurvata all’altezza del collo e camminava con l’ausilio di un bastone. Zoppicava leggermente per via della rigidità alle giunture, senza piegare le ginocchia, con le gambe inteccherite e dritte come una parentesi quadra.
Qualche volta aveva cercato di attirare la loro attenzione segnalando la sua presenza con dei piccoli colpi di tosse o con qualche lamento pronunciato  a voce alta, ma niente. Affrettavano il passo come se avessero paura di essere interrotti, come se niente o nessuno potesse distoglierli dalla loro missione, non potevano ritardare neppure di un minuto. Si tenevano saldamente e teneramente per le mani; come una somma di elementi erano chiusi nelle loro parentesi e il risultato era difficile da comprendere ad un primo sguardo: dolore, rassegnazione o senso di colpa o, forse, semplicemente amore.
Primavera seguiva il loro buffo incedere fino a che non arrivavano in fondo alla strada e li vedeva sparire;quello per lei era il segnale che era ora di rientrare in casa. Recuperava la testa compiendo una strana manovra e chiamava, emettendo un suono gutturale e sconnesso, Ljuba, la sua badante. Non le era mai stata troppo simpatica quella Ljuba, ma aveva un nome semplice da pronunciare e questo le evitava un bel po’ di fastidi, soprattutto quando aveva necessità di andare in bagno. In certi momenti i nomi semplici avevano un valore inestimabile.
Ljuba era una donna sulla cinquantina, veniva dalla Polonia e suo figlio l’aveva cercata “col lanternino” come amava ripeterle ogni volta. “Lei viene dalla terra del Papa Santo e possiamo considerarci fortunati ad averla trovata!”. Questa sottolineatura era del tutto irrilevante per lei che da tempo aveva perduto fede e speranza e che anche con la carità non se la cavava più molto bene. Comunque Ljuba era senza alcun dubbio una donna forte e dai modi sbrigativi e riusciva a comprendere e tradurre i suoi “suoni” e i suoi mozziconi di parole nonostante avesse una conoscenza approssimativa della lingua italiana.

Per lei pronunciare il nome Primavera era decisamente complicato, così aveva cominciato a chiamarla Vera cambiandole definitamente il nome di battesimo. Questo  era stato uno dei primi motivi di disappunto: Primavera amava quel nome che l’aveva sempre fatta sentire un po’ speciale; ora non ne avrebbe più sentito il dolce suono… si era sentita violata, cancellata. A quella piccola angheria, se ne sarebbero ben presto aggiunte altre, senza che lei potesse difendersi. Detestava la cucina di Ljuba, un guazzabuglio di sapori che non le appartenevano. Odiava gli abiti che le faceva indossare così scuri, così diversi dai tessuti colorati che aveva sempre amato. E poi Ljuba puzzava. Un odore stomachevole di cucinato era intessuto nei suoi abiti, inoltre aveva un alito terribile che sapeva di fumo di sigaretta fin dal mattino.
“Vera io ti porta in casa ora, che fa fredo”.
In casa c’era una televisione perennemente accesa. Era chiaro che Ljuba sfruttasse al massimo la tv satellitare godendosi tutti i programmi trasmessi dal canale della Tv polacca nella  sua lingua originale assolutamente incomprensibile per Primavera. Allora non le restava che chiudere gli occhi e fantasticare, chiudendosi in un proprio mondo irreale. La malattia le aveva portato via l’uso della parola che usciva raramente in suoni frammentati e gutturali oltre che buona parte dell’uso delle mani e delle gambe, ma non la capacità di pensare, non la sua innata creatività. La sua mente fervida era inserita in un corpo malandato. Un motore potente inserito in una auto che cadeva a pezzi. Tutto ciò costituiva la sua salvezza e, contemporaneamente il suo inferno.
Trascorreva il tempo senza nutrirsi di ricordi. Quello che alimentava la sua esistenza era la sua  inesauribile fantasia. Aveva trascorso la sua vita a scrivere poesie e racconti di ogni genere. Ora che non poteva più usare un computer, né tantomeno carta e penna, non aveva comunque smesso di creare le sue storie. Personaggi e storie “bussavano” alla porta del suo cuore e della sua testa e lei li accoglieva con gratitudine, come aveva sempre fatto. A volte erano storie tristi e allora lasciava che le lacrime scorressero sul suo viso lasciandole cadere fino a bagnarle le mani irrigidite. A volte si trattava racconti allegri e pieni di gioia, immagini buffe da farla ridere a crepapelle.
Le era capitato di sentire  Ljuba che riferiva di queste sue stranezze al figlio, durante le rare telefonate che faceva per tenere a bada la sua coscienza. Ma se ne fregava. Che la considerassero pure una demente, una malata, un peso, una “situazione temporanea alla quale Dio avrebbe posto rimedio molto presto”. Non le importava. Il suo mondo fantastico le forniva tutto l’amore che le occorreva.
La sua ora d’aria quotidiana le aveva dato la possibilità di conoscere i due anziani con le gambe a parentesi. Aveva in mente di dedicare loro una poesia di cui aveva già individuato il titolo: “Espressione d’amore”. Avrebbe voluto poter parlare con loro, desiderava che si fermassero davanti al suo cancello, anche solo per guardarla con compassione. Avrebbe voluto stringere loro le mani, dargli conforto. Voleva dire loro che comprendeva il loro dolore per  il figlio scomparso ma che lei , che aveva un figlio vivo, non  era per questo più felice.

Ne era certa, prima o poi sarebbe riuscita a comunicare con loro, bastava solo allungare un po’ di più il collo e tossire più forte.

6 commenti »

  1. Quante cose concentrate nelle poche righe di questo racconto! Un amore che supera il peso degli anni e di un dolore che ha causato una ferita profonda, un’esistenza resa difficile dalla malattia ma che trova ancora ragione di vita grazie alla sensibilità, alla fantasia e alla speranza. In fondo è un invito tenero e delicato, come una carezza, a non disperare, nemmeno quando tutto ti è avverso: in ogni brutta stagione c’è sempre la speranza di una primavera dietro l’angolo. Brava Monica! E’ un racconto che scalda il cuore.

  2. Un racconto ben strutturato che lascia ampio respiro ai sentimenti. Descrivi con sapienza lo sguardo della protagonista che nonostante tutte le sue disabilità mantiene una sua lucidità e forza, in fondo il suo nome racchiude un grande segreto: esiste una integrità, una primavere anche nel “fondo” dei nostri giorni basta non arrendersi a coloro che non ci prestano attenzione.

  3. Aggiungo doverosamente i miei complimenti

  4. Vi ringrazio anna Rosa e Danilo per i vostri sensibili commenti che vanno ben oltre i miei meriti.

  5. Toccante e ben scritto, uno sguardo pieno di umanità che vola leggero sopra le piccole e grandi tragedie della vita. A volte è proprio la sofferenza che aiuta soffermarsi sulla bellezza del dolore. La nostra fragilità, in fondo, è piena di poesia. Brava.

  6. Grazie Lukas

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