Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Pausa pranzo” di Antonio Barone

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

“Sono proprio un cretino” pensò, “quella ragazza è sola e io sto qui ad ascoltare le chiacchiere di questi pettegoli”.

I pettegoli erano i suoi colleghi, la ragazza una sconosciuta che con un gesto di cortesia gli aveva evitato di ricominciare la fila daccapo, dopo che una delle cassiere aveva chiuso senza preavviso. Gli aveva fatto spazio davanti a sé, obbligandolo a ricredersi di una delle sue convinzioni più radicate: mai aspettarsi cortesie dagli altri.

Si trovava al self-service in cui si recava ogni giorno a mandar giù un boccone leggero durante la pausa pranzo. Dopo aver ricevuto quella gentilezza aveva inviato alla ragazza, con sguardo timido, un cenno di ringraziamento.

Il contatto visivo era stato fugace, ma sufficiente a fargli percepire che si trattava di una bella ragazza con capelli lunghi e biondi, occhi azzurri e bocca leggermente carnosa. Il viso spigoloso era un dettaglio che non disturbava l’armonia dell’insieme. Anche lei, con femminile discrezione, aveva osservato i suoi capelli mossi color castano scuro e gli occhi vivaci e intelligenti dello stesso colore dei capelli e aveva pensato che doveva avere più o meno la sua stessa età, trentadue anni o poco più.

Dopo aver pagato si era seduto insieme ai suoi colleghi, come aveva l’abitudine di fare, anche se quasi mai partecipava ai loro discorsi fatti principalmente di pettegolezzi.

Aveva appena iniziato ad assaporare gli spaghetti al pomodoro e basilico freschi scelti per pranzo, quando alzando gli occhi l’aveva vista seduta al tavolo di fronte. Era stato in quel preciso istante che l’ira verso se stesso aveva preso corpo.

Tra l’altro gli sembrò che anche a lei, dal modo in cui si guardava attorno, avrebbe fatto piacere pranzare in compagnia. Questa constatazione lo aiutò a prendere la decisione: si alzò e cambiò tavolo.

«Scusi signorina, posso sedermi qui?».

«Certo! … Prego!».

«Permetta che mi presenti, mi chiamo Luca Mastri».

«Piacere! Laura Mariani».

«Signorina… Laura, volevo ringraziarla per la sua cortesia. Sono in pochi a badare ancora alla buona educazione e alla gentilezza».

«Ma si figuri! Per così poco».

«No, no! Non è poco. Ho a che fare ogni giorno con persone rozze, creda, ne so qualcosa».

«C’è del pessimismo nelle sue parole!».

«È vero, ma non sono un misantropo, come potrebbe pensare. È che il lavoro che faccio non mi piace e non mi piacciono i miei colleghi, che invece sembrano trovarlo gratificante».

«Che lavoro fa?».

Luca le raccontò di essere impiegato presso la sede romana di un grande istituto bancario. Di essere nato e vissuto, fino all’età di ventitré anni, in un paesino della Ciociaria e di essersi diplomato in ragioneria perché quella era l’unica scuola superiore esistente nel paese.

«All’età di ventitré anni fui assunto qui, dove lavoro tuttora, e mi trasferii nella capitale. Vivo in un piccolo appartamento, un monolocale di venticinque metri quadrati non lontano da qui». Laura rammentò istintivamente ciò che aveva pensato tante volte, cioè che molti uomini non hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di una famiglia.

«E non le piace fare il lavoro per cui si è diplomato?».

«Mah! È che io non ho la mentalità del ragioniere. Non mi piacciono i numeri, i bilanci e cose di questo genere… A me sarebbe piaciuto fare lo scrittore, ma devo accontentarmi di scrivere brevi racconti che restano chiusi nel cassetto della mia scrivania».

«Le piace inventare storie?».

«Moltissimo. Ho anche una buona immaginazione. A volte mi accade di confondere la realtà con i frutti della mia fantasia. Se lo raccontassi a uno psichiatra, quasi certamente mi troverebbe un posto sotto qualche voce del suo manuale dei disagi mentali».

Laura scoppiò in una sonora risata che contagiò anche lui.

Quando smisero di ridere Luca disse: «Ma basta parlare di me! Mi dica qualcosa di lei. È la prima volta che la vedo qui. Io ci vengo tutti i giorni; anche se il personale non eccelle per gentilezza la cucina è abbastanza buona e poi in questa zona ci sono poche alternative».

«Non mi ha mai visto perché è la prima volta che ci vengo», rispose Laura e gli raccontò del suo lavoro. Disse di essere stata assunta, appena laureata in economia, da una grande casa editrice milanese, di aver fatto velocemente carriera e di essere attualmente la responsabile del settore storia dell’arte. Si trovava a Roma in trasferta e si sarebbe trattenuta alcuni giorni.

«Io sono più fortunata di lei», disse. «A me piace il lavoro che faccio, perché mi permette di essere sempre in contatto con il mondo dell’arte, per la quale ho una grande passione».

Luca la guardò con occhi interrogativi. Laura allora aggiunse: «Sono laureata in economia e il mio campo di attività mi dà molte soddisfazioni, ma sono incuriosita anche da tante altre cose, come la storia dell’arte per esempio. Forse un giorno deciderò di prendere una seconda laurea proprio in questa materia».

Luca capì che lei era una persona speciale, diversa da quelle che era abituato a frequentare ogni giorno. Quella ragazza con laurea in economia, ma con la passione per l’arte, gli apparve come un regalo inaspettato del destino.

«Senti Laura, possiamo darci del tu?» e a un cenno di consenso di lei continuò: «ti piacerebbe se una di queste sere, prima che tu riparta per Milano… uscissimo a fare una passeggiata per Roma? Decidi tu dove andare. I luoghi belli nella città eterna non mancano! … Sarebbe anche l’occasione per conoscerci meglio».

Laura accettò e disse che le sarebbe piaciuto visitare il quartiere di Trastevere, dove non era mai stata. «Potremmo vederci domani, all’uscita dal lavoro. Ho una riunione fiume con i dirigenti della nostra sede romana, per alcune questioni importanti. Salterò anche il pranzo, ma nel primo pomeriggio avrò finito».

«Benissimo! A che ora possiamo vederci?».

«Beh, finirò di lavorare verso le tre, tre e mezza, arrivo un attimo in albergo per indossare abiti comodi e sono pronta».

«Quindi potremmo vederci alle quattro e mezza qui davanti».

«Sì, credo di potercela fare» e si salutarono con quest’appuntamento.

 

Luca non stava nella pelle. Trascorse il tempo che lo separava dall’incontro con Laura facendo galoppare l’immaginazione e anticipando nella sua mente i dettagli della serata che avrebbe trascorso insieme a lei. La ragazza gli piaceva molto e questo stimolava la sua già fervida fantasia, tanto che i colleghi, vedendolo mentalmente assente, iniziarono a canzonarlo.

«Uccello in gabbia o canta per amore o canta per rabbia», disse uno, accentuando con enfasi maliziosa la parola amore. Un altro si agganciò al vocabolo iniziale del detto per costruirci sopra una frase tanto volgare che preferiamo non riferire. E da lì quella serie di battutacce che le persone rozze solitamente usano come schermo difensivo quando si trovano di fronte a qualcuno le cui ricchezze non stanno in un conto in banca, ma dentro la propria anima e sono fatte di una sostanza a loro completamente estranea e incomprensibile.

Luca aveva un carattere timido e schivo, ma era troppo intelligente e culturalmente attrezzato per lasciarsi abbattere da quelle volgarità, che non riuscirono a distoglierlo dal suo piacevole fantasticare. Inventò una scusa e uscì dall’ufficio mezz’ora prima della chiusura. Così alle sedici e quindici era già sul luogo dell’appuntamento, con in mano la guida di Roma del Touring Club.

Laura fu molto presa dal lavoro, ma durante le poche e brevi pause che poté concedersi, si sorprese ogni volta a pensare a quel ragazzo che aveva conosciuto il giorno prima e col quale si sarebbe incontrata di nuovo quel pomeriggio.

La riunione durò più del previsto e lei arrivò all’appuntamento con un quarto d’ora di ritardo.

Quando Luca la vide il respiro si fermò per alcuni secondi. Era ancora più bella del giorno precedente. I vestiti sportivi, jeans e camicetta attillata al punto giusto, lasciavano indovinare le forme non molto prosperose, ma dolci e armoniose, che gli ricordavano le colline di un paesaggio toscano. La leggera tachicardia che avvertiva all’avvicinarsi di lei gli fece capire di essersi già incamminato sul più classico dei sentieri dell’innamoramento.

Era un bellissimo pomeriggio di fine aprile. A Roma la primavera si era già affermata col suo tepore e i suoi odori. Un caldo sole pomeridiano e un’aria mite e profumata davano la sveglia a tutti i sensi.

«Scusa Luca, ma sono stata trattenuta in ufficio dal solito problema dell’ultimo momento».

«Non preoccuparti! Anch’io sono arrivato cinque minuti fa» mentì lui.

«Bene! Da questo momento sei assunto come mia guida turistica personale. Tu dimmi dove dobbiamo andare, io ti seguo».

Luca le sorrise e si avviò verso la fermata dell’autobus che li condusse a piazza Venezia. Lì salirono sul tram numero otto che li portò a viale Trastevere.

Andarono prima a sinistra, diretti verso piazza Santa Cecilia dove visitarono l’omonima chiesa e ammirarono la bella statua della santa, opera di Stefano Maderno. Poi tornarono indietro e visitarono la suggestiva basilica di Santa Maria in Trastevere con i suoi mosaici. Infine, passeggiarono a lungo nel dedalo di vie, vicoli e piazze che costituiscono il cuore caratteristico del rione.

Intanto si era fatta ora di cena e i due ragazzi decisero di entrare in una delle tante trattorie della zona. Si sedettero ad un tavolo appartato e ordinarono alcuni piatti tipici della cucina romana: spaghetti alla carbonara per lei, rigatoni alla gricia per lui, carciofi alla romana per entrambi e una fetta di crostata di visciole che divisero a metà; il tutto innaffiato da un buon vino rosso dei Castelli Romani.

L’atmosfera divenne rilassata, sempre più confidenziale.

«Credo che ti stia chiedendo se vivo da solo» disse Luca «vero?».

«No! Me lo sono chiesto ieri quando ti ho conosciuto, ma adesso, dopo ciò che mi hai detto della tua vita e della tua casa, so che in questo momento non hai una compagna».

«Sei una donna intelligente! Infatti la mia situazione è questa».

«Sei uno di quegli uomini che scappano di fronte al rischio di trovarsi con una famiglia da mantenere?».

«No! Non è questo a spaventarmi. In passato infatti ho avuto alcune storie, ma sono finite miseramente perché le vivevo come una zavorra…».

«Una zavorra?» lo interruppe Laura con tono involontariamente aggressivo. «Per te il rapporto con una donna è una zavorra? Complimenti per il tuo femminismo!».

«Non mi riferivo alle donne in generale, ma a quelle, poche, con le quali sono riuscito ad avere un rapporto sentimentale; che però non mi ha portato da nessuna parte, mi ha lasciato come mi ha trovato, forse un po’ peggiorato. Per quanto riguarda il mio femminismo…».

«Era solo una battuta!» la voce era diventata più dolce.

«Lo so! Ma ormai mi hai provocato e voglio completare il discorso» disse lui sorridendo. «Volevo dire che solo voi donne sapete cosa è bene per voi. Noi maschi rispetto alla questione femminile possiamo solo essere intelligenti o stupidi. Essere intelligenti vuol dire capire che aver escluso le donne da tante cose, per millenni, ha reso il mondo più povero. E di molto!».

«E una volta capito questo, voi uomini evoluti avete la coscienza a posto?» replicò Laura con ironia.

Luca restò qualche secondo in silenzio a raccogliere le idee. Poi riprese: «Ti confesso che la mia coscienza è tranquilla, ma hai ragione, c’è un’altra cosa importante che dobbiamo fare: ricostruire su basi nuove la nostra identità di maschi, che è andata distrutta insieme a tante nostre certezze».

«E basta?».

«Non mi pare poco!».

La discussione sembrava chiusa, quando Luca aggiunse: «Poi, certo, non dobbiamo lasciare sole le donne nella lotta per le loro libertà, ma questo mi sembra talmente ovvio che lo davo per scontato e…».

«Perché dici che è ovvio? A me non sembra, visto il comportamento di certi uomini» lo interruppe di nuovo.

«Sì, è vero! Capisco la tua perplessità. Per me è ovvio perché penso che non esistano le libertà delle donne; esiste la libertà! Se le donne sono più libere è più libero il mondo…», e concluse: «per il resto, noi uomini molto semplicemente dobbiamo amare le nostre compagne… e rispettarle, cioè amarle senza considerarle una proprietà».

Laura gli sorrise, ma dopo qualche secondo il sorriso svanì per lasciare posto ad un’espressione di malinconia. Quelle parole le avevano ricordato, non capiva bene perché, la sua attuale situazione sentimentale. Decise di confidarsi a sua volta: «Sono invischiata, da quasi un anno, in una storia con un uomo parecchio più grande di me, che mi sta facendo soffrire».

«Mi dispiace! Ti va di parlarne?».

«Sì! Ma non è una storia molto originale; ne esistono tante di situazioni come la mia».

«Racconta!» la incalzò lui.

«Si chiama Giorgio, è uno storico dell’arte. Insegna in un liceo artistico di Milano. Poco più di un anno fa abbiamo pubblicato un suo lavoro sugli anni della vita di Leonardo durante il periodo milanese del grande artista, hai presente? Quando dipinse il famoso Cenacolo su commissione di Ludovico il Moro». Luca annuì, facendole capire che riusciva facilmente a seguirla nel suo excursus storico. «Il libro purtroppo non ha avuto grande successo e non gli ha dato la notorietà in cui sperava. Comunque fu in quell’occasione che lo conobbi e me ne innamorai».

Fece una pausa, come se avesse bisogno di riprendersi dall’emozione. «La nostra storia dura da più di un anno. È da tanto che afferma di amarmi, di non amare più sua moglie da quando ha conosciuto me e promette di rivelarle la nostra relazione, chiedendole la separazione, così da poter ricominciare una nuova vita insieme a me».

«E non l’ha ancora fatto, vero?».

«Già! Ha due figlie adolescenti alle quali è molto legato. Dice che è per loro che non si decide a fare ciò che continua a promettermi ogni giorno».

«E tu?».

«Io… io sono molto arrabbiata. Credo che un uomo della sua età debba avere il coraggio di fare delle scelte, soprattutto quando c’è di mezzo la vita di altre persone». La voce le si incrinò e Luca le toccò la mano in segno di condivisione. «Se mi dicesse chiaramente che non vuole separarsi dalle figlie, e forse neanche dalla moglie, ne soffrirei, ma almeno mi riprenderei la mia libertà!». Laura non lo disse, ma la sua rabbia nei confronti di Giorgio determinava, tra l’altro, il fatto che non si sentisse legata a lui da vincoli di fedeltà.

«E se continua a non decidere? Cosa pensi di fare?».

«Non lo so! So solo che non sopporterò ancora per molto questa situazione!». Fece una pausa per calmarsi. «Probabilmente alla fine la decisione dovrò prenderla io, anche se non sarà facile. Nonostante tutto ne sono ancora innamorata».

Luca la guardò a lungo negli occhi senza dire nulla. Stettero alcuni minuti in silenzio, sorseggiando il vino che avevano ordinato.

Poi, improvvisamente, come se si fosse svegliata di colpo da un sonno profondo, Laura riacquistò il sorriso e disse di getto: «Voglio leggere i tuoi racconti!».

Luca fu colto di sorpresa, non se l’aspettava; le chiese di ripetere e dopo aver ricevuto la conferma che aveva capito bene, replicò emozionato: «Nessuno finora mi aveva mai chiesto di leggere qualcosa di mio».

«Te lo sto chiedendo io ora!» esclamò lei con un sorriso. «Sono curiosa di vedere come scrivi; ricordati che ho un ruolo importante in una grande azienda editoriale. Anche se il mio settore è un altro, ciò non vuol dire che non possa proporre di valutare un autore ai nostri esperti di letteratura».

Luca non riusciva a credere alle sue orecchie. A questo punto, non vedeva l’ora di consegnare a Laura la sua opera omnia, costituita da una trentina di racconti. Approfittò della situazione per invitarla a casa sua: «Ho in frigo una bottiglia di spumante che aspetta solo l’occasione giusta per essere stappata».

«Perché no?» rispose lei con allegria.

 

Laura osservò l’appartamento in cui viveva Luca. Era piccolo, ma grazioso e arredato con gusto.

In un angolo del monolocale c’era la cucina, in stile classico color noce chiaro. Davanti all’angolo cottura Laura vide un bel tavolo da pranzo dello stesso stile e colore della cucina. Sulla stessa parete, ma nell’angolo opposto, si trovava un grande divano dai colori vivaci. Il divano era anche il letto, nel quale si trasformava facilmente tirandone la base verso di sé. Di fronte al divano, leggermente spostato verso destra, oltre lo spazio occupato dalla porta d’ingresso, era sistemato un bel mobile da soggiorno, anch’esso in noce chiaro, nella parte alta del quale c’erano alcune grandi mensole che sorreggevano un buon numero di libri disposti disordinatamente.

Le pareti erano dipinte di rosso, il soffitto e la base bianchi.

Laura disse che trovava la casa molto carina e si complimentò per il buon gusto. Egli la ringraziò e la invitò a mettersi comoda.

Lei si sedette sul divano, in posizione semicentrale. «Ah, ho i piedi che fumano! Nonostante le scarpe comode. Abbiamo macinato parecchi chilometri oggi!».

«Sì! Ma ne valeva la pena. È stata proprio una bella serata!». Lei annuì e chiese il permesso di togliersi le scarpe.

«Ma certo! Mettiti pure comoda» e aggiunse: «Concedimi due minuti!». Laura lo vide tirare giù da un ripiano del mobile un computer portatile, inserire nell’apposita fessura una chiavetta USB e copiarne una cartella di file, estrarla e consegnargliela con un sorriso di soddisfazione.

«Qui ci sono tutti i miei racconti» disse. Poi esclamò: «Ora dobbiamo festeggiare!». Spalancò il frigo, ne estrasse una bottiglia di Franciacorta, la stappò, ne riempì due bicchieri, ne porse uno a Laura e si sedette accanto a lei.

Brindarono al loro incontro e iniziarono a sorseggiare lo spumante. Fu allora che i loro occhi si guardarono con desiderio e rimasero agganciati gli uni agli altri. L’attrazione reciproca si manifestò con prepotenza. Luca accostò il suo viso a quello di Laura e le sfiorò le labbra con le sue. Poi cominciò, con movimenti lenti e misurati, a far passare i bottoncini della camicia di lei attraverso le relative asole. Iniziò da quello più su e discese lentamente verso il basso. Ad ogni attraversamento dell’asola da parte di un bottone la camicia si apriva sempre più, scoprendo il seno nudo della ragazza. Lui, allora, con un gesto rapido ed esperto tirò la base del divano che immediatamente si trasformò in un grande letto. La passione divenne sempre più travolgente e i due cominciarono a togliersi l’un l’altro i vestiti di dosso con foga quasi violenta, accelerando i movimenti di esplorazione delle mani dell’uno sul corpo dell’altra, ormai completamente nudi.

Ma proprio quando i loro corpi stavano per fondersi in un’unione completa, Luca udì delle voci, dapprima flebili e lontane, poi sempre più forti e vicine. Non capì subito cosa stesse accadendo, impiegò alcuni secondi per comprendere che quelle erano le voci dei suoi colleghi che, col solito tono grossolanamente canzonatorio, gli stavano urlando di sbrigarsi, che la pausa pranzo era finita e che bisognava rientrare al lavoro.

 

Gli era accaduto di nuovo. Come altre volte la timidezza lo aveva bloccato e l’immaginazione si era messa al galoppo, facendogli vivere in un sogno ad occhi aperti ciò che non aveva il coraggio di far accadere nella realtà. All’origine di quella maledetta timidezza c’era una leggera balbuzie, di cui soffriva fin da piccolo, che si manifestava solo quando era particolarmente emozionato. Il pensiero che potesse mettersi a balbettare lo terrorizzava e gli impediva di avvicinare qualsiasi sconosciuta; questo impedimento era tanto più forte quanto più era attratto dalla donna che avrebbe desiderato conoscere.

Ma quella volta Luca volle ribellarsi al suo destino: “Non finirà come al solito!” si disse.

Riunì tutta la forza di volontà che riuscì a trovare dentro di sé, disse ai colleghi di avviarsi che lui si sarebbe trattenuto ancora un po’, afferrò con decisione, quasi con rabbia verso se stesso, il vassoio col pranzo ancora intatto e andò al tavolo della ragazza.

«Scusi signorina, posso sedermi qui?».

Lo disse rivolgendosi a lei speditamente, senza balbettare.

4 commenti »

  1. E’ vero. In un mondo in cui “apparire” rappresenta il modello prevalente di comportamento, i timidi e sensibili possono restare schiacciati. Allora occorre credere in se stessi e avere il coraggio di osare

  2. Una storia di tutti i giorni. Vite di sconosciuti che si intrecciano . Destini che si uniscono nell’unica ricerca nella fame che accomuna tutti: un gran desiderio di essere amati.
    Mi è piaciuta questa storia, semplice, concreta dal finale positivo.

  3. Mi è piaciuta molto questa storia che, in una struttura semplice, con linguaggio essenziale, riesce a mettere in luce molto bene la personalità, a volte complessa, di un timido. Ci ho trovato una certa simpatia di fondo dell’autore nei confronti di questo personaggio, vittima di questo strano difetto ricco di pregi. Non male nemmeno quel passaggio erotico trattato con molta delicatezza e pulizia. Molto bravo!

  4. Francesca, Monica e Danilo vi ringrazio per i vostri commenti. L’apprezzamento di Danilo, tra i vincitori della scorsa edizione, non può che farmi particolarmente piacere. Grazie!

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