Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2019 “Il principe” di Stefano Adduci

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2019

La sigaretta scivolò dalle sue dita come un ricordo ai margini della sua mente.
Tentò di riprenderla, ma finì a terra e si spense come si spensero le sue le emozioni al ricordo del passato.
Bestemmiò sottovoce e si guardò in giro per vedere se qualcuno lo avesse visto imprecare.
Nessuno.
Come al solito.
Chiuse gli occhi e aspettò.
Non lo avevano notato.
Come sempre.
Non lo notavano mai e lui tentava sempre di mantenere il profilo basso, ma non era assolutamente un problema per una persona che a essere invisibile era abituata da anni.
La notte era silenziosa e tiepida, pensò.
Ora, fuori da casa, si sentiva finalmente libero.
Controllò ancora che nessuno lo vedesse e sputò sul suo stesso citofono.
Raccolse la bottiglia di Nero d’ Avola che aveva appoggiato sulla cassetta delle lettere e si incamminò nel buio. Era libero, ora.

2. ANDREA
Andrea era nato nella Sicilia profonda 65 anni fa.
Iniziò a lavorare a 10 anni, annuendo agli ordini del padrone che gli ordinava di sbrigarsi, sempre.
Ricordò quegli anni.
Il sudore della fronte gli appannava la vista e la dignità. Accatastava, accumulava, impilava, rompeva mattoni su mattoni.
Il capo era sempre incazzato ai tempi. Lo aveva ancora ben presente, 50 anni dopo.
Non ricordava il suo viso, non ricordava la sua voce. Ricordava solo le piccole bolle di saliva cristallizzate quando lo sgridava, il raggio dei piccoli paracadutisti salivosi era direttamente proporzionale alla rabbia del capo e quando pioveva era meglio stare alla larga.
Era sempre meglio non rispondere.
Mai.
Ci fu una volta a 12 anni in cui dopo 11 ore di lavoro “u’ padruni” gli chiese di pulire i bagni chimici.
Si impose nel diniego e il risultato fu un paio di ecchimosi sul volto mentre la sua fisicità impregnava
jeans da 12 lire. Non disse più nulla.
Fu così che imparò il silenzio.
Tacere.
Tacere e far finta di nulla.
Come quella volta in cui Il padrone lo fece quasi affogare nella buca del piscio . Ricordava esattamente la sensazione di mancanza d’aria, i conati di vomito repressi . E, quando era finito tutto, ricordava la vergogna delle lacrime miste al vomito.
Era il suo rigurgito di dignità.
Ingoiò e sopravvisse.
Capì che quello era il suo metodo di sopravvivenza
Finché, infine, trovo lei.

3. GIOVANNA
In un sistema binario lui sarebbe stato lo zero e lei l’uno. Presi separatamente non avevano significato. Ma insieme avevano un orizzonte e quell’ orizzonte glielo dava lei.
Giovanna.
Era una ragazza atipica per la Sicilia del tempo. Odiava profondamente il modello di femmina contemporanea. Sottomessa e con il solo scopo di accontentare l’UOMO. Lei era DONNA in tutto e per tutto . Bionda e bella, sensuale e con un fisico da ballerina del Bolshoi.
Fragile fuori ma granitica dentro, Giovanna provava poche emozioni e quelle poche che sentiva si potevano elencare semplicemente con

ambizione
odio
rivalsa

Se Andrea mai avesse potuto avere una scelta avrebbe scelto lei. Ma il fato fu capriccioso, e fu lei che scelse lui.
Lei aveva bisogno di lui.
Giovanna odiava tutto di Castellammare, Catania, Sicilia. La mentalità e i modi di fare la opprimevano e non la facevano respirare come voleva. I ruoli erano definiti come un vestito confezionato su misura.
Ma dopo il matrimonio lei aveva preso molto peso col passare degli anni e come il suo corpo anche le sue ambizioni e desideri erano ingrassati. Il suo odio si era fatto carne.
Le stava stretto il vestitino ora. Non era stupida e coniugò la mentalità del tempo e il suo ego prendendo con sé Andrea.
Andrea non era bello, non era interessante. Non le piaceva per nulla e anzi, odiava il suo modo di fare che le ricordava le meduse che i bagnanti alla spiaggia fuori dall’acqua al mare…così fragili e molli.
Ma “u’ Nicu” come lo chiamavano a Castellammare, Catania, Sicilia, era fedele e volenteroso e Giovanna capì in fretta come funzionava il suo giocattolo e , trattandolo male, seppe che lo avrebbe sempre avuto con sé. Un fedele alleato nella sua scalata al mondo che le era sempre stato negato. A lei che sapeva declinare nientemeno che rosa rosae,
a lei che aveva fatto le magistrali,
a lei che aveva una quarta.
A lei che era Giovanna.

Il matrimonio non era felice, era tranquillo. I loro litigi erano onde di lago fluttuanti quando nel resto del modo erano cavalloni.
Si traferirono al nord come tutti in quegli anni.
Andrea lavorava sodo come muratore ed era anche bravo. Lei lei con scuse assurde arrotondava in modi che Boccaccio avrebbe inserito nel Decameron.
Doveva pure mantenere in qualche modo la pelliccia di visone.
Comprarono casa e rimase incinta. Lui sorrise alla notizia, lei si compiacque fosse maschio.
Nacque infine il carnefice. Nicola.
Come lo zar
Il principe, come la matriarca tendeva a chiamarlo.
Dopo averlo partorito la regina chiese di essere avvolta nella sua pelliccia di visone.
Gli infermieri glielo portarono con sguardi tra il divertito e l’angosciato.
Fu così che N. venne al mondo e fu così che da quel momento che Andrea ebbe due padroni.

3.IL PRINCIPE

Nato in provincia comasca il suo cordone ombelicale aveva accento catanese. Nicola era figlio unico, cosa di cui si rese conto in seguito, quando ogni suo desiderio veniva esaudito.
Ogni cosa volesse era teletrasportata al suo cospetto in pompa magna e con grandi annunci.
Divenuto adolescente il suo espansionismo interiore si trasmise al suo corpo. A 13 anni era già alto -“unoenovanta”- come diceva lui –
Iniziò a fumare e a bere alle medie.
All’ ITIS capì che era meglio venderlo il fumo, che fumarlo, in questo semplice modo avrebbe tenuto in pugno il peccatore.
Alla maggiore età incontrò la cocaina.
Si videro, si annusarono, si piacquero.
Come per il fumo la trafila fu la stessa. Solo che nel tempo i clienti erano cambiati.
Ora vendeva a medici, dentisti, notai, politici.
Un sagrestano anche.
Sapeva tutto di tutti. Era quello che voleva, era quello che G. gli aveva insegnato.
Arrivarono i soldi, arrivò una moglie affettuosa e due figlie.
“non basta, principino” sentiva sua madre dire nella sua testa.
Decise dunque che era venuto il momento del salto di qualità. Di mettersi al pari di tutti i suoi clienti.
Le angherie non si i contavano ormai più. La paura era diventata il suo modo di essere amato.
Quanti ne aveva picchiati, quanti ne aveva soggiogati ricattandoli.
Ormai non ne teneva più il conto.

Arrestato per consumo, spaccio , se la cavò con gli arresti domiciliari.
Questo accrebbe notevolmente il suo delirio di onnipotenza.
Sicuro di fare solo un periodo di vacanza, il principe iniziò pigramente a vivere tranquillo in casa.
Ovviamente le restrizioni non lo toccavano affatto, non appena i carabinieri lo lasciavano solo ricominciava il suo lavoro di import-export di sostanze esotiche e psicotrope.
Questo fino a quel venerdì.

5. ANDREA
Nell’83 capì il suo ruolo. Il principe defecò senza pannolino sul tappeto persiano di G. ( la chiamava così ora, era talmente intimidito che non riusciva quasi a pronunciarne il nome per intero) gli toccò ripulire tutto. Si prese un calcio in faccia dalla regina mentre puliva la merda perché non lo stava facendo celermente. Il sangue si aggiunse alla merda da pulire.
Nel 90 iniziò a fare tre lavori per mantenere la nobiltà, muratore di notte, fattorino nel pomeriggio e pizzaiolo di sera. Tornava a casa stremato alle 23 e spesso si addormentava secco sul divano. Era diventata un’abitudine.
Questo fino al giorno in cui il principe sovrappose le sue abitudini alle sue. Una notte rientrando ubriaco e fatto Nicola chiese soldi ad Andrea e, dopo il suo diniego, iniziò lo tsunami di violenza.
Non ricordava molto di quella notte ma seppe esattamente ciò che doveva fare la prossima volta. La mancanza di tre denti nell’arcata superiore gli ricordava ogni giorno il suo posto. Il mare s’ increspò per la prima volta.
Quando a fine anni 90 quando sbagliò a tagliare l’erba della reggia del principe venne sbeffeggiato di fronte alle piccole nipotine. La mareggiata incombeva.
Non avrebbe dovuto picchiarlo davanti a due bambine di 3 e 5 anni. Non ne faceva una colpa alle bimbe, anzi. Mentre sputavano sulla sua faccia dalla sua bocca usciva un solo piccolo rimbrotto “piccole, no….”
Ma non usciva nulla dalla sua bocca a parte gorgoglii incomprensibili .
Dalla sua bocca vomitò solo un “ eeee…..no….”
Sapeva benissimo che quella contaminazione avrebbe cambiato il loro modo di vivere, ma entrambe guardavano il padre sorridendo in richiesta di approvazione.
Nel 96 il mare placido di Andrea divenne lo stretto di Scilla e Cariddi quando vide Nicola toccare la sua primogenita sul seno ancora incolto , l’autostrada del peccato passò tra le sue labbra e quelle della bimba. Andrea si rese conto di essere visibile come un mendicante che chiedeva l’elemosina in piazza Duomo.
Non fece nulla. Guardò e sentì un crack dentro….la diga era stata sfondata. Andrea morì in quel momento..
Nonostante fosse ai domiciliari, nonostante tutto fosse controllato ormai.
“U’ Nicu” era morto ormai,dentro.

Finché non arrivò quel venerdì.

5.L’INCIDENTE
Alle 22 di quel venerdì Nicola si affaccio alla finestra e controllò che i suoi angeli custodi avessero preso il volo.
Come tutte le sere di quei 4 mesi erano già andati.
Era il suo liberitutti.
Corse in camera da letto delle bimbe ,che dormivano già, lentamente si avvicinò ala mensola, sulla quale, dietro a Stasy malibù 2020 ( 300 euro, natale 2015) c’era il suo prodotto.
Lo afferrò e si girò di scatto. Stringendo il sacchettino bianco digrignò i suoi denti gialli in un ghigno di trionfo.

-Papà!-

Si voltò di scatto e d’impeto fece per avvicinarsi alla bimba che lo chiamava ma per la sorpresa inciampò e cadde.
Il tempo rallentato gli permise di vedere il luogo d’atterraggio. La cassapanca dei giocattoli.

80 centimetri all’impatto.

Avrebbe certo potuto mettere entrambe le mani per proteggersi, ma una delle due reggeva qualcosa che la piccola non avrebbe dovuto vedere.
La bamba, cazzo, la bamba. Se rompo il sacchetto sono fottuto.
Sono fottuto.
Sono 1000 euro di roba

50 centimetri all’impatto.
Mi reggo solo con la destra. Celafaccio celafaccio. Mi salvo e la mocciosa non vede un cazzo

20 centimetri all’impatto
Non posso far tardi, mi aspettano. Devo consegnare, cazzo. Stavolta m’inculano. Se lo rompo perdo mezzz’ora a raccogliere e poi tagliare.

10 centimetri all’impatto
La consapevolezza di essere anch’egli un burattino agli ordini di altri nobili gli squarciò la mente quasi più a fondo dell’idea dello spigolo della cassapanca che stava per penetrare nel suo cervello direttamente dalla tempia sinistra.

L’impatto
L ultimo sguardo su sua figlia, sveglia e spaventatissima. Poi, il silenzio.
Sipario, applausi e silenzio.

Buio.

6. 3 SETTIMANE DOPO
Aprì gli occhi lentamente e roteò gli occhi.
Avrò preso un colpo d’aria, ho gli occhi appiccicosi cazzo.
Si guardò intorno. Era in soggiorno e la televisione stava mandando in onda un servizio sulla castrazione dei maiali. Riconobbe il presentatore con la coppola. Era melaverde.
Sembrava tutto normale . che cazzo è successo…ho pippato troppo a sto giro. Ho combinato un casino, dove cazzo sono gli sbirri.
Ottenuta una minima di lucidità tentò di alzarsi. Il bisogno di pisciare era più forte del bisogno di capire.
Fu inondato dal concetto dei bisogni primari.
Bagnaticcio ritentò di alzarsi.
Cristodio. Quanti cazzo di grammi ieri. E i soldi. I soldi dove sono?
Si alzò ma non successe nulla.
Riprovò sudando.
Ancora e ancora. Non si muoveva nulla.
Sentì poi qualcosa di caldo appoggiarsi sul suo mento. Capì in un paio di minuti che era la sua bava.
Un trip malato. Questo è un trip malato. Basta bamba e basta tutto.
Dove cazzo è papà? Dove sono tutti?
“….quindi con lo spago legate alla base i testicoli del maiale, stringete forte mi raccomando.” diceva l’uomo in televisione con un cappello buffo” diceva la televisione.

Vi ammazzo tutti, giuro che vi ammazzo tutti
Tentò ancora con forza di liberarsi e di muoversi . Nulla. Non riusciva a vedere neanche nulla al di sotto del suo petto. Non sentiva nulla.

“…con un coltellino poi seguite la linea che separa un testicolo dall’ altro, con un colpo secco..”

Provò allora ad urlare ma ancora nessun risultato.
A lui che era abituato a comandare il suo corpo stava disobbedendo.

“…estraete poi i piccoli testicoli semplicemente strizzando. Ecco fatto.”

Quindi la porta si aprì.
“Papà!” disse.
Ovviamente Andrea non sentì nulla, ma vide le bolle uscire dalla bocca del figlio e sorrise col vassoio in mano.

7. SETTIMANE DOPO.
Nicola aveva capito la sua situazione ma non l’aveva accettata. Per nulla.
Paraplegico. Sono paraplegico. Un cazzo di rottame. Un sasso.
Erano quasi le 16, quindi a momenti A. gli avrebbe servito le fette biscottate con la marmellata della falsa copia della Zuegg.
“veniva 2 euro a “sboccetta”,e mica sono ninne le sbocce” sentiva dire papà nella sua testa
cristo ancora sta merda. Son trent’anni che lo sa, odio la fottutissima marmellata. Odio la cazzo di marmellata tarocca che sa di big babol marce.
Come profetizzato dalle sue previsioni A. entrò in camera reggendo con il sorriso, la sua “merenda”

Non ce la faccio. È la cinquantesima merenda del cazzo, non ce la faccio. Come fa a non sapere che odio la marmellata. Controllo tutto il fottutissimo giro della bamba nel raggio di 20 chilometri e questo mi fa mangiare merda. Come fa?
Lo guardò in viso e incontrò solo un sorriso pieno e soddisfatto.
Cristo questo è scemo proprio. Aveva ragione mamma cazzo, questo è andato di testa.
Come cazzo può succedere questo porcaputtana?
Dopo che a 15 anni quella stessa merenda gliel’ aveva sputata in faccia.
Dopo che a 20 gli aveva ficcato interamente il barattolo di marmellata in bocca.
Aveva ancora ben impresse nella mente la sua mano che ficcava in gola del padre il barattolo di marmellata e le lacrime del padre uscite sodomizzando il suo muro di dignità.
Questo è proprio un coglione, cristo.
Pensò di rigetto a sua madre, al suo faro. Lei non avrebbe commesso questi errori. Lei era Agrippina e lui Caligola.
La reazione emotiva provocò uno spasmo e questo e la gravità fecero cadere l’accumulo di acqua nell’occhio di N. .
N. pianse e mentre se ne accorse A. lo vide.
Il ghigno di A. si allargava come si spandeva la goccia della lacrima sulla sua guancia.
N. capì tutto. Suo padre se la stava godendo.

8.
MESI DOPO
Da un mese N. stava tentando di parlare.
G. e A. lo videro come un miglioramento delle sue condizioni e ora quando era in forma lo zar riusciva anche a dire “mmmma”
Evento che per G. fu di grande effetto. Iniziò già a riprogrammare gli eventi con alla base un figlio sano.
quando la vide piangere , realizzò di non averla mai vista commuoversi.
Le capacità di recupero di N. furono impressionanti. Dopo un altro mese sentenziò “ mdaaaa”.
Erano le 16 e come al solito A. aprì la porta con sguardo trionfante con il suo trofeo di marmellata.. Era la sua gioia giornaliera. Era il suo alzare la coppa di fronte a uno sconfitto. Sapeva bene quanto N. odiasse il tutto. Ed era proprio per questo che era più puntuale di una cagata post caffe\sigaretta

Era la sua dolce rivincita. Lo curava in tutto e per tutto.
Lo lavava, gli cambiava i vestiti e gli cambiava i pannolini quando lo sfintere dello zar cedeva al suo controllo anche perché G. era sempre troppo impegnata.
Una volta era per il raduno delle tessitrici di Sicilia a Milano, un’altra per una raccolta fondi per i caduti di guerra (cosa che G. mal interpretò, in effetti oggettivamente N. era un caduto)

Servì le sue fette biscottate con la marmellata come al solito.
Aveva il cazzo barzotto.
ormai era l unica eccitazione della sua vita.
Appoggiò il vassoio sul tavolo e oltre al rumore nell’appoggiare il pasto sentì chiaramente un altro suono.

“ merda”

Si voltò di scatto verso il viso di suo figlio che impassibile come sempre lo fissava.
Silenzio.
Il ticchettio dell’orologio di bronzo sulla parete scandiva il tempo lentamente.
Era leggermente kitch ma A. riconobbe fosse a tema con le goccioline di sudore freddo che iniziarono a scorrergli sulla schiena, goccia dopo goccia.
“Me…dda”
Ora A. udì chiaramente.
DIO ERA COSCIENTE; CAPIVA TUTTO.
Andrea Sconvolto e felice stava per abbracciarlo ma N. emise un altro suono, accompagnato dalle solite bolle e bava.
Gli sembrò che N. lo stesse guardando fisso. A. si appoggiò al tavolo e suo figlio con somma fatica ripeté
“tu…..me…dda….(gorgogliare indistinto) tu…. Me…dda…”

Fu in quel momento che A. decise cosa fare.
In un attimo la diga del Vajont della sua mente crollò all’improvviso.
Lo shock della rivelazione lo fece indietreggiare sino al divano. Crollò li sopra.
E proprio in quell’attimo entrò G. che lo vide.
“ma che cosafailosedutoche nicohabisognodi attenzioniètuofigliopercaritadiddio seiunammerdacomesempre” disse la matrona.
D’istinto Andrea si alzò immediatamente ma all’ affermazione seguì una sberla a mano aperta e G. aveva le mani grandi.
Andrea incassò bene.
Come incassava bene le angherie che lo accompagnavano de 60 anni. Era abituato ad prenderle da anni, la botta fu più psicologica che fisica e Lo sbalzo lo fece finire indietro di un buon metro.
Il secondo pugno non era necessario ma contribuì a farlo finire seduto sul figlio paraplegico.
Rumore di bolle accompagnarono il suo sedersi.
“sta ridendo” pensò A, “sta ridendo cazzo.”
Rimase seduto e sorrise.
Lo sguardo gli finì sulla sua bolla da muratore, il suo strumento di lavoro per determinare il parallelismo di superfici determinò l’incrociarsi dei loro destini. Era giusto li per terra di fianco alla sedia del figlio, l’afferrò e con tutte le sue forze lo sferrò sul viso della moglie che stava per andare in strike per la terza volta.
Non perse sangue G. , ma crollò a terra con un tonfo.
Lo sforzo per rialzarsi dal figlio, a 65 anni provocò perdite gassose dal suo sfintere.
Ho scoreggiato su mio figlio
Si voltò, ma N. aveva il solito sguardo perso nel nulla. Sembrava essersi calmato.
Si avvicinò lentamente al suo amore steso a terra e con delicatezza ed estrema cura, le legò con il suo nastro adesivo prima i piedi e poi le mani.
La trascinò su una sedia di plastica da due soldi e la fece sedere. Passò con pignoleria lo scotch intorno alla vita, evitando di toccarle in alcun modo il seno. Nella sua mente era ancora terreno proibito.
Un rivolo di sangue stava scendendo dalla sua tempia fino alle labbra e fu in quel momento che si riebbe. Iniziò ad urlare stridula.
In mezzo alle sedie dei due c’era a. che inebriato da sensazioni mai provate si avvicinò alla radio che comprò nell’85, unico lusso concesso da g. negli ultimi 35 anni.
Inserì la sua unica cassetta nel mangianastri. Era una cassetta con la versione di “ vitti na crozza”.
Fece partire il nastro e si rilassò, tutto fu più limpido nella sua testa.
Vitti na crozza supra nu cannuni
Fui curioso e ci vossi a spiari
g. continuava a urlare e a. infastidito usò ancora la sua bolla.
Idda m’arrispunniu cu gran duluri

Murivi senza un tocco di campani
La la lero
La lero la lero
G. finalmente tacque. A. si voltò verso il figlio, sorrise ancora. I suoi occhi che sembravano quelli di un cane braccato ed erano gonfi di lacrime potenziali gli facevano capire che era totalmente cosciente di ciò che stava capitando.
8. IL PRINCIPIO DELLA FINE
N. vide di fronte a lui suo padre con un ghigno che non aveva mai visto sul suo volto.
In mano aveva il coltello con cui affettava i salumi fatti in casa ogni domenica, per lui e mamma.
Lo fissava e lentamente si stava avvicinando.
N. urlò nella sua mente vedendo la madre legata dietro suo padre.
Cristo papà
Andrea vide il figlio agitarsi anche se in realtà era più fermo di una vittima della Medusa. Ma dall’ espressione sul viso e degli occhi intuì il panico e la paura nel suo ex aguzzino.
Si sentì potente, si sentì forte.
Era ubriaco di quelle sensazioni mai provate.
L’ erezione che premeva contro i suoi jeans da 10 euro gli fece capire che era eccitato. Molto.
Gesù, erano anni che non succedeva
Controllò con mano incredulo ed era tutto reale, e stupito sollevò lo sguardo che incontrò quello del figlio.
Checazzofa, checazzofa,stocoglionedimmerda.
Mamma svegliati, svegliati cristo, questo è fuori. È partito.
Il risultato fu un espressivo “brlbbbrl, bbbl bb”
Gli occhi di Nicola erano puntati sulla madre, la sua protettrice. Avrebbe voluto proteggerla.
Ironico. Visto che Gianna di protettori non ne aveva mai avuto bisogno.
In quel momento la puttana di Cismare riprese lucidità e quello che le si parò agli occhi fu suo marito con un coltello in mano che si avvicinava lentamente verso il figlio.
Le scappò un urlo strozzato, non era da lei perdere il controllo.
Andrea la sentì e si voltò. La squadrò e infine sorrise con amore e dolcemente.
E’ lo stesso sorriso con cui mi ha chiesto di sposarlo, è tutto a posto, lo controllo. Lo controllo ancora.
Con quello stesso sorriso il suo amore si avvicinò al figlio e penetrò con il coltello appena sopra il cuore, millimetro dopo millimetro, guardando quel cocktail di stupore (due terzi) e di paura (un terzo) che sua moglie stava mostrando.
Sapeva di non stare colpendo un punto vitale, ma era quello che gli serviva. Andrea aveva visto un sacco di puntate di melaverde.
Ma gianna non sapeva.
Lo ha ucciso. Ha ucciso il mio principe. La mia vita.
Iniziò a gemere.
-C’hai fatto? Che? Che? Cosa? Sei nuddu! Sei nuddu miscatu cu nnenti”- vomitò G. che odiava parlare in dialetto.
Lei che aveva fatto le magistrali.
E mentre N.si accasciava suo padre lo abbracciò e lo baciò in fronte, cullandolo. Gli asciugò poi la bava dal viso e all’orecchio sussurrò
Il nuovo carnefice si dedicò ora alla moglie che paonazza aveva le lacrime agli occhi. Il suo famoso eloquio era svanito nel nulla lasciando spazio solo a singhiozzi.
“…incipe…’io principino…”
Si avvicinò all’amore della sua vita e la fece tacere, come aveva immaginato per anni, passandole il coltello orizzontalmente sul collo.
Come in melaverde

G. morì pensando il suo principino morto ma era vivo e Andrea lo sapeva.
E si voltò per gustarsi lo spettacolo del principe che guardava la regina di cuori cadere. Per guardare gli occhi di quel figlio che lo aveva sempre disprezzato e degradato.
La lacrima che scorse sul viso di Nicola stava per farlo recedere dalle sue decisioni.
“me…dda…” sbavò fuori il figlio.
No…doveva farlo. Non poteva più evitarlo. Lo abbracciò e con lo stesso coltello lo penetrò dritto nella nuca, con somma dolcezza.
“ti voglio bene” sussurrò al figlio morente.
Pianse A. mentre la lama lacerava nervi, vene e ogni catena che legava N. a quest’inferno.
Il principe si sgonfiò tra le sue braccia come sua madre e lui lo accompagnò.
Poi esausto si sedette sul divanetto della taverna.
Masturbandosi, pianse.
Fu la sega meglio riuscita della sua vita.
Festeggiò poi bevendo una bottiglia di nero d’avola che G. gli aveva sempre proibito.
Si accese una sigaretta e salì le scale con la bottiglia.
I suoi carnefici erano uno di fronte all’altro. Fece un lungo sorso e in segno di commiato sollevò la bottiglia.
Aveva sistemato tutto.
Se ne andò

6 commenti »

  1. É il terzo anno che ci stupisci con i tuoi racconti forti.
    Hai un assoluta capacità narrativa, un uso perfetto del dialogo e una capacità unica a creare una tensione in crescendo; magistrale la descrizione della caduta al rallentatore.
    Ma… c’è di più, tu sei capace di evocare i demoni dormienti
    dentro ciascuno di noi, il loro odore fetido e le loro ombre sgradevoli
    emergono in uno squallore scintillante. Un male che cresce nei tuoi personaggi e li rende “mostruosamente “ umani.
    Demoni piccoli, ai quali vendi l’anima per due spiccioli.
    Credo che i tuoi personaggi siano “imbarazzanti “ nella misura in cui ci rendiamo conto che dietro le nostre anime lustre si nascondono gli stessi demoni dei tuoi racconti. Questo barlume di consapevolezza ci terrorizza e necessità una veloce rimozione, ma resta la sensazione sgradevole di essere stati scoperti.
    Bravissimo Stefano.
    Con stima
    Berlicche

  2. Troppo gentile, Gianluca. Grazie!

  3. Si esce dalla lettura stravolti e non si può fare a meno di apprezzare il modo con cui rendi storia, immagini, personaggi… Mi unisco ai complimenti del nostro Gianluca, bravissimo!

  4. Decisamente un racconto non facile da commentare: molti diranno che i pugni nello stomaco non servono, ma il lato oscuro esiste. Una nuova storia senza vincitori, più dura e cruda delle precedenti: il racconto è più articolato, forse provocatorio nel piazzare alcuni colpi, i personaggi hanno più profondità, e il buio dell’anima è ancora più nero (non penso che la scelta del vino sia casuale). Complimenti Stefano, la tua scrittura va a segno: prende e trascina in una spirale di disagio senza uscita.

  5. Grazie mille, Silvia e Marco

  6. Ti posso dire che questa storia mi ha trascinato in turbine di sensazioni e che sono rimasta letteralmente incollata alle tue parole. Storia di degrado profondo, terribile nella sua drammatica attualità , scritta magnificamente. E’ stato come scavare fino in fondo nelle pieghe del lato più oscuro dell’umanita’, nelle piaghe più scure della nostra società . Come un moderno Verga, una storia di vinti dal destino. Complimenti.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.