Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVII edizione 2018

Premio Racconti nella Rete 2018 “Booom!” di Betina Lilian Prenz

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

 

1.
Seduta sul cesso

Ero seduta sul cesso. Seduta sul cesso a fare la pipì, plin plin plin, travolta dal bip bip bip dei messaggini che mi facevano a pezzi e che non riuscivo a bloccare. Una valanga di parole, fiocco su fiocco, fino a diventare una gigantesca ondata di neve, bella fredda, eh sì.
Dio mio, che cosa avevo scatenato con una singola pietra!
Ed è lì che è scattato il ditino. Maledetto il ditino che aveva fatto arrivare i miei pensieri da una parte all’altra del mondo. E maledetto il ditino che ora digitava – mentre la pipì scorreva, plin plin plin – quelle cinque lettere: tac tac… tac tac tac. D’altra parte, il poveraccio – va in fondo scusato – rispondeva a chi se non a me, a me che per deviare il corso del discorso – ehi, stop! – cercavo un qualcosa che creasse un impatto, un ostacolo, un muro, bum!; e la valanga forse si ferma, innocente il mio pensiero.
Ebbene, sì: “ti amo”. E il ditino fece il suo.
Un impulso, uno scazzo, una perdita di pazienza, ma santo cielo!, in fondo, leggi bene, era una lettera d’amore quella – camuffata da delusione, rabbia, smarrimento, ok, distruttiva quanto vuoi, ok – ma cos’altro sennò? E allora ribadiamolo. Cinque lettere. Lo vuoi capire?
Ora se mi ripenso seduta sul cesso a scrivere il messaggio mi viene da ridere. Per la miseria! Dichiarazione da quattro soldi, già. Plin plin plin. Ma il “lo vuoi capire?” resta, eccome. E l’immagine di me seduta sul cesso, naturalmente.
Mi ha risposto “non è vero”. E io che tengo in conto le opinioni altrui mi sono fatta un esame di coscienza – di cuore, per la precisione. E ora voglio contraddirlo.
“Non è vero”, mi ha risposto.
Più di così, dimmelo tu!
Cerco casa. Un anno fa ce l’avevo.
Che non mi dica, quindi, che non è vero.
Io cerco casa lo stesso, e pazienza se ce l’avevo.

2.
Seduta all’ombra

Ero seduta a un tavolino al bar dall’altra parte del mondo. Sole, sole, sole dappertutto, cielo azzurro, tranne che sopra la mia testa. Sopra la mia testa, una tettoia. Seduta all’ombra della tettoia, guardo passare le macchine. E’ un zum zum che dovrebbe distrarmi. E la mia testa sembra, infatti, distratta al fresco, mentre invece, concentratissima, ribolle come un vulcano. Come il sole in alto nel cielo.
Il portatile lì davanti, sul tavolino, bello aperto, mi chiama. Ed è – mannaggia! – una tentazione troppo forte alla quale non so resistere.
Scrivo di getto questo:
“Che brutto rientro. L’unica cosa che mi sollevava dal dover tornare era di rivederti. E ora neanche quello. Come ho potuto sbagliarmi fino a questo punto? Ti ho creduto in tutto quello che mi hai detto, da sempre, dalla prima all’ultima parola. Stupida, stupida, stupida sono stata a pensarti per tutto questo tempo. Ora mi sembra che non ci sia stato niente di vero, che mi sia inventata tutto, che abbia stracapito, o che, come al solito, non abbia capito niente. Proprio stupida me. Io ci ho creduto, davvero. E dicevi di volere solo il mio bene.
“In un’unica cosa non ti ho creduto ed è quando mi hai detto che noi non eravamo una possibilità. E anche lì ho sbagliato. Avevi ragione tu: evidentemente, noi non siamo una possibilità. E fine della storia. Almeno ora non starò lì ad aspettare un tuo messaggio, una tua parola, per sapere se mi pensi o che mi pensi. Sarò, forse, più serena. Ma mi dispiace molto. Per una volta, ci tenevo veramente.
“E mi tocca pure ripassare per Parigi.
“In lacrime, di nuovo? Ma amare, queste… Quelle erano dolci.
“È un bruttissimo rientro.
“Non te ne faccio una colpa, la colpa, questa volta, è tutta mia.
“Sono stata stupida.
“Stupida.
“Cazzo, proprio stupida.”
Riguardo le macchine sfrecciare – zum zum zum – seduta al tavolino del paese dove per strada si sfreccia – attenzione quando si attraversa, ne va della propria vita! – e mi sento più tranquilla. Più fresca, anche. Inviarla? Non ne ho la minima intenzione. Chiudo il computer e ordino un caffè. Macchiato.
Ma giusto il tempo di vedere il cameriere riapparire con il vassoio che il ditino ha già fatto il suo.
Aveva scagliato la pietra e la pietra avrebbe provocato la valanga.
E pur tuttavia, ho ragione o no? È – a modo suo – una lettera d’amore questa, o no?
A me pare di sì.

3. Seduto alla tastiera

Seduto alla tastiera canta: “Paris is Paris”. E la la la la là.
Io sono distesa sul divano. Cerco di dormire. Faccio finta di dormire. Non lo so. Lui canta, io comunque ascolto.
Non ci potevo credere. Neanche una parola. “Io taccio”, e perdindirindina aveva taciuto. Snervata dal silenzio, 32 ore dopo l’atterraggio, avevo preso il telefono e: “Ma questo tuo ostinato e consapevole ignorarmi durerà a oltranza?” E via il suo bip bip bip e io tac tac… tac tac tac, mentre plin plin plin.
Niente da fare. La valanga non si ferma e io allora provo a chiamarlo. Butta giù. Richiamo. Butta giù. Richiamo. Butta giù. Non ci posso credere. Allora scrivo.
“Tu adesso mi parli”.
“No”.
“Smettila e rispondi”.
“Smettila tu”.
“Lo sai cosa faccio? Ora esco e vengo da te”.
“Non sono a casa”.
Bugiardo!
“Me ne frego. Ti aspetto”.
“Non voglio parlarti”.
“Io sì. Sono già per strada”.
“Premura e preoccupazione finite. Cazzi tuoi se ti vedono”.
“Infatti”.
“Dove sei?”
“Giro l’angolo”.
“Ok. Suona”.
Trin trin.
Seduto alla tastiera ora canta: “Paris is Paris”. E la la la la là.?

4.
Seduta a tavola

Pranzo. Grossa bistecca al sangue come si usa da quelle parti, nel paese dove: attenzione alle macchine! La ingurgito, gnam gnam gnam, nervosamente.
Nervosamente avevo premuto il bottone dell’ascensore – tic – per risalire in appartamento. Nervosamente avevo pagato il caffè, macchiato, al bar di sotto. Nervosamente avevo apparecchiato la tavola. E nervosamente ascolto – non ascolto – la conversazione in corso: bla bla bla.
Bip.
Uno solo.
Il telefono è in soggiorno. Io sono in sala da pranzo. Non accenno ad alzarmi. Mi basta per ora sapere che la mail è stata letta e che lui ha risposto. Provo ad ignorarlo.
La bistecca intanto è finita, e non me la sono goduta, la conversazione – bla bla bla – di cui non seguo una sola parola, no. Il telefono è sempre in soggiorno. Ci resti pure.
Mi alzo da tavola.
Lavo i piatti, splash splash splash.

5.
In piedi accanto al lavello

In piedi accanto al lavello – piatti lavati, mani ancora bagnate – affondo gli occhi nello schermo.
“È stato un pugno nello stomaco e sullo zigomo. Della tua mail ne parleremo quando torni. In tutta serenità da parte mia”.
A me girano le palle. Un pugno nello stomaco – bonk! – è già qualcosa ma non mi sembra abbastanza.
“Vedi un po’: non capisco nemmeno questo tuo messaggio. Un pugno nello stomaco? chi? come? dove? cosa? quando? Della mia mail ne riparleremo? per dire che cosa? In tutta serenità? cioè? Non capisco cosa vuoi dire e non mi va più di interpretare. Devo forse anche interpretare la tua voglia di me dell’altra sera? Ho interpretato male, evidentemente. Oggi sì, domani no. Ok. Ma basta”.
Questo è quello che mi viene fuori. E siccome ho le palle girate, incalzo. Eh sì, il suo modo composto di fare – me ne rendo conto – mi fa proprio uscire dai gangheri.
“Premura e preoccupazione. Sono parole tue. Ma non ti preoccupare più per me. Me la cavo da sola”.
Mentre lo scrivo, mi accorgo che, proprio qui, c’è una chiara volontà di ferire. In malafede, aggiungo:
“E non sono incazzata con te, per quanto possa sembrare. Sono incazzata con me stessa. Stupida, stupida, stupida”, ribadisco volutamente.
Lui, ermetico.
“Ok. Ritiro il messaggio. E tutelo me stesso”.
Sì, mi fa proprio uscire dai gangheri. E parlare chiaro no? Le cose, in fondo, hanno un loro nome. Usiamolo.
“Posso dirti una cosa? Continui a tenermi sul filo del rasoio e questo è crudele da parte tua. Dimmi le cose come stanno. È così difficile, cazzo?”
Adesso si arrabbierà. E, infatti, si arrabbia.
“Basta messaggini! Non so cosa ti è preso e non so perché ti è partita quella mail. Qualcosa che ho detto io o Pinca Palla?”
Apriti cielo! Possibile che non sapesse veramente perché mi era partita la mail? Non è verosimile. Quella mattina l’avevo visto – sullo schermo del computer, chiaramente – glissare sull’argomento come a nascondere la cosa, mentre, seduta accanto a lui, Pinca Palla parlava: bla bla bla.

6.
Stravaccata sulla poltrona

Nel paese delle macchine che sfrecciano e delle grosse bistecche al sangue. Neanche un’ombra di sospetto del maledetto ditino che avrebbe pigiato quel tasto, la prima e la seconda volta. E mettiamoci anche tutte le altre, va. La fatidica mail è ancora lontana all’orizzonte, anche se in realtà, non troppo, giusto qualche giorno. Il mio mondo è privo di sospetti, il futuro che conosco ora, non esiste allora.
Fuori è già buio. Fuori fa caldo. Birra ghiacciata. Finestra aperta. Davanzale a portata di mano. Poltrona, comoda. Sessione comunicativa serale. Oggetto: voglia di me.
“Che bella sei in quella foto prima? Da toglierti le mutande, alzarti la gonna e chiederti il permesso”.
“Senza chiedermi il permesso va bene lo stesso”.
“Vaffanculo!”
“Perché?”
“Così! Era per… così. Fosse un terrazzo ti piegherei. Giù le mutande, su la gonna e io che ti scopo alla faccia del resto”.
“Anche questa finestra va benissimo lo stesso. Posso appoggiarmi comodamente”.
“Perfetto. Ma perché devo pensare di montarti ogni volta?”
“E quando sono là non mi vuoi mai vedere”.
Mai, mai, mai, e poi, mai. Veramente.
“Ovvio”.
“Sarebbe così semplice”.
Infatti, è semplice. Che ci vuole?
“Insomma”.
Birra ghiacciata. Da quelle parti la birra è sempre meravigliosamente ghiacciata. Due sorsi. Per sbollire il caldo. Sì, perché quell’“insomma” vuol dire tante cose. Niente è infatti semplice, tanto per cominciare.
“Stai bene?”, lui.
“Vorrei poterti toccare e non posso, per il resto sì. Tanto vorrei. Proprio tanto”, io.
“Tanto. In questo momento, vorrei tanto”, lui.
Ripetitivi entrambi.
“È terribile”, io.
“Vorrei tanto passarti due dita e sentirti. E morire. Non piangere”.
Fosse stato solo sessuale il riferimento, non occorreva metterci “e morire”; e nemmeno “non piangere”. No?
“Tanto, ti voglio tanto”, scrivo, sempre ripetitiva, io che non piango, ma che colgo il riferimento al pianto.
“Io, dalla prima volta”, lui.
Va infatti avanti da un pezzo ‘sta storia.
“Da sempre. Ma ora…”, io.
“Ora niente, pluff… come una vita mai nata”, lui.

7.
Seduta in aeroporto

Composta. Si può, ma è meglio di no, stravaccarsi anche in aeroporto come sulle poltrone di casa. Ma è meglio di no. Portatile sulle ginocchia. Schiena dritta.
Bip.
Le mail mi fanno lo stesso suono dei messaggi quando arrivano.
Eccola.
La risposta al mio sogno.
Leggo. E piango. Inevitabile.
Scalo a Parigi all’andata.
Dolcissimo strazio.

8.
Distesi sul divano

Senz’altro l’opzione migliore. Sul morbido. Caldo. Lui è sempre caldo. Lo so per quei pochi sfioramenti che ci sono stati. Ora lo sento, così appoggiata. Distesi. Sì, caldo. E un po’ di calma.
Dopo quel saliscendi.
Io mi siedo, anzi mi tuffo, pluff!, lui si alza, oop! e dall’alto:
“Stupida. Sì, proprio stupida. Io pensavo a te, a te, e tu non hai capito un cazzo”.
Lui si siede, pluff!, e io mi alzo, oop! e dall’alto:
“Non me ne frega niente di quello che ha detto Pinca Palla. È per i tuoi silenzi. Tu ci sei e non ci sei. E io, sì, non capisco niente. A che gioco stiamo giocando?”.
Io mi siedo, pluff!, e lui si alza, oop! e dall’alto:
“Vivo la mia vita come ho sempre fatto”.
Pluff, oop, oop, pluff… Dall’alto in basso, dal basso in alto.
“Sei proprio donna in questo”.
“E che cosa vuoi, che sia uomo?”
Un po’ di calma sul divano.
Dopo quel viavai.
Dalla tastiera – la la la la là – alla finestra:
“Io ormai sono fuori dal gioco”, lui.
“Anch’io ho detto basta”, io.
Dalla finestra al frigorifero:
“Perché fai quella faccia? Sono già io morto dentro. Non tu”.
“E che faccia dovrei fare?”
Dal frigorifero – gelato, slurp! – al divano – saliscendi, sali e scendi – dal divano alla tastiera: e la la la la là.
E finalmente.
Dalla tastiera al divano, insieme.
Ogni altro suono lascia il posto a Ciajkovskij.

9.
Seduta alla scrivania

Stavo cercando di lavorare ma tutto taceva. Questo, 32 ore dopo l’atterraggio. Mi arrendo per prima.
“Ma questo tuo ostinato e consapevole ignorarmi andrà avanti a oltranza? Parliamo?”.
Primo fiocco di neve.
“Anche no. Mandiamoci mail”.
“Ma ce l’hai con me?”
Secondo fiocco.
“No. Esattamente come: ‘non te ne faccio una colpa’. L’ho fatta leggere. Era intrisa di colpa data. E io sono via”.
“Che vuol dire che sei via?”
Terzo fiocco.
“Che non parlo più, ma mai più del resto. E non ti rispondo. Vado avanti come devi fare tu”.
“Tu adesso mi parli”.
Quarto fiocco.
“No. Non parlo con chi mi riduce a un ‘stupida, stupida, stupida’. Hai altro a cui pensare”.
“Arrivo. Sono a piedi e ci metterò un po’. Ciao”.
Quinto fiocco.
“Vieni pure sotto casa a suonare che me ne sbatto i maroni. Ma così tanto che quando ho letto la mail e i messaggi seguenti ho buttato via il computer come se fosse una lettera. L’ho ricomprato”.
Tac tac… tac tac tac. E il mio ditino fece il suo.
“Non è vero. Tu vuoi le cose subito”.
Valanga.
“E da questo gioco io me ne vado. Me ne resto con un cazzotto addosso per il tuo unico fastidio sentito. Un’enorme stronzata”.
Valanga inarrestabile.
“Ti avevo scritto”, tempo addietro, “Dio Cristo”, impreca spesso, “ti ho voluto; tu sai i tempi”, io sono infatti molto brava in grammatica, “è passato”.
L’intera frase viene fuori così: “Ti avevo scritto, Dio Cristo, ‘ti ho voluto’. Tu sai i tempi. È passato”.
Distesi sul divano – sottofondo Ciajkovskij – io, che sono molto brava in grammatica, penso che nello schema generale dei tempi, il passato prossimo figura nello stesso gruppo del presente e del futuro; cioè, è sì un passato, ma non concluso, si direbbe un passato necessariamente legato al presente.
Io, che so i tempi.

10.
Adagiata a letto

Mi ero svegliata alle quattro, parecchio agitata, ed ero rimasta sveglia per un’oretta buona a ripercorrere punto per punto. Poi, mi ero riaddormentata.
Ancora a letto, al mattino, trascrivo il mio sogno. Sono le mie ultime parole prima di prendere il volo verso la birra sempre meravigliosamente ghiacciata.
“Ho sognato questo. Non ho inventato assolutamente nulla. Te l’ho trascritto esattamente così com’era, compresa la fine. L’ho fatto anche per me, perché poi i sogni si dimenticano.
“Festa in un appartamento enorme, vecchio, pieno di stanze e di gente. Sono seduta di fronte a Pinca Palla davanti a un caminetto. Lei mi si sposta accanto, mi abbraccia e mi dice: ‘A me puoi dirlo, almeno tu, inutile che vai avanti a fare finta di niente. E poi, da me, potete stare tranquilli’. E io a te: ‘Non ci ha mica creduto’. E lei a te: ‘Ma no, sì, vi credo, non so’. Pinca Palla, come suole accadere nei sogni, sparisce. Noi ci disperdiamo tra la gente.
“Al momento di andare via, io vado, tu resti. Cammino per una strada deserta e costeggio il palazzo della festa guardando dentro le finestre illuminate. Pioviggina. Da fuori sento la tua voce e penso che sei cattivo, che potevi venire via con me. Sono triste. Da una delle finestre qualcuno mi chiama. Non sei tu, ma sei lì accanto. Mi vedi. Io mi fermo e tu esci. E ora sei sulla strada con me. Mi dici: ‘Finalmente, non vedevo l’ora di uscire da quel posto di merda!’ Ci baciamo e ci baciamo e poi a un certo punto siamo distesi per terra e io sono sopra di te, e siccome siamo per terra, sull’asfalto, io faccio per alzarmi e tu mi dici ‘aspetta’, e io, così, sopra di te, sento il tuo cazzo duro e sai che dico? Dico: ‘Finalmente’. Tu ridi. ‘Andiamo via di qua’, ti alzi, mi prendi per mano. Ma per andare via dobbiamo attraversare un bagno pubblico, brutto e malconcio, da periferia malfamata. Io preferirei non passare di lì, ma tu: ‘Dai, anche i cessi hanno il loro incanto’. Si entra da una porta per uscire da un’altra. Io esco. Tu no. Perché dietro di te è entrato qualcuno – un uomo, un ladro, un teppista – e io non so cosa succede dentro, ma quando esci, ti accasci contro il muro e mi mostri la mano. Hai tre dita tutte rotte, ma io non guardo le dita, perché tu parli male, rallentato, non riesci ad articolare le parole, guardo quindi te, e tu: ‘L’occhio non è niente, è solo un pugno’. ‘Ma hai battuto la testa?’, domando. Tu continui a parlare con difficoltà. Allora, ti prendo la testa. Ma tu vuoi che ti sistemi le dita e mi dici di tirare come per ridurre una lussazione. Io tentenno, e quando tiro, ormai tu sei già tutto insanguinato e solo lì ti accorgi che c’è qualcosa che non va. Allunghi la mano, tocchi qualcosa, e mi domandi: ‘Che cazzo è questa roba?’. E quella roba, sono le tue viscere. Hai l’addome spappolato. Cerco un telefono. Ma no, il telefono ce l’ho. Mi serve il numero. Siamo in un paese straniero. E di colpo, tu sei sempre per terra, ci ritroviamo di nuovo tutta quella gente della festa intorno. Tu mi dici: ‘Chiama tu, non mi fido di nessuno’. Ma nessuno vuole darmi il numero dell’ambulanza o della polizia. Niente. Io chiedo, supplico, prego. Tutti quanti. Uno per uno. Prendo una a cazzotti minacciandola di sfigurarle la faccia se non mi chiama l’ambulanza. Pare che si divertano. Alcuni ridono. Io sto in piedi, là in mezzo, nel frastuono sguaiato, tra tutti quei brutti ceffi, esausta, desolata, disperata. Tu sei sempre per terra in quello stato.
“Passano i titoli di coda. Si sente una voce fuori campo domandare: ‘Ma lui muore?’ E un’altra voce che risponde: ‘A quanto pare, sì’”.

11.
Accasciata sulla sedia in cucina

Non c’è la lavastoviglie nel paese del zum zum che dovrebbe distrarre la gente dai brutti pensieri. Quindi ho lavato i piatti. Splash splash splash. Fa caldo lì e l’acqua evapora velocemente. Mani già asciutte e libere di “sditellare”. Neologismo. Se esiste “sgambettare”, perché non anche “sditellare”?
Risoluta.
Possibile che non sappia veramente perché mi è partita la mail?
Spiego? Spiego.
“Pinca Palla è stata abbastanza chiara sul tuo ultimo dell’anno, o no?”
“Ah, ecco. Non mi batteva”.
“E taci”.
“Riguardo a?”
Fa il finto tonto o cosa?
“Provo a dirtelo, anche se mi costa la più grande fatica del mondo chiamare le cose con il loro nome”, e pretendo che lo facciano gli altri! “Pinca Palla ha insinuato che tu avresti scopato”.
Wow, l’ho detto. Donde cotanto coraggio? Stanca, stufa, esaurita? Dal sì, no, non so, voglio, non voglio, non si deve, non si può. Eh sì, insomma, basta! E che è ‘sta storia?
Pertanto, sditello:
“Tu, al contrario di me, sei chiaramente libero di fare quello che vuoi. Su questo non ci sono dubbi. Ma non di giocare con me. Perché io non stavo giocando a ‘quanto mi piace’”.
Io no. Ora lo so. Lui sì? E dillo.
“Qui taccio”.
Possibile?
“Vaffanculo, si fa così con te, vero?”
Caduta di tono. Sempre più in basso basso basso. Fino al fondo del proprio abisso?
“Qui taccio”.
E perdindirindina, aveva taciuto. Fino al bip bip bip, plin plin plin, tac tac… tac tac tac, trin trin, spluff, oop, oop, spluff, la la la la là, slurp, catapunfete!
Ahi!
Ciajkovskij.

12.
Giocando a “quanto mi piace”

Questo gioco si gioca in due – non di più, assolutamente, anche se, è inevitabile, un terzo s’infila sempre – e si può giocare in piedi, seduti, stravaccati, distesi, a cavalcioni, vicini, lontani, rincorrendosi, allontanandosi, tacendo, parlando, scrivendo, guardando, aspettando, sognando, e così via.
Si può iniziare dicendo: “Tu mi piaci tanto”.
L’altro risponde: “Anche tu”.
Si può passare per il “tantissimo”, “da morire” e altre varianti che vengano in mente.
Poi, è ammesso fare un ulteriore passo e dire, per esempio:
“Ti vorrei tanto”.
A quel punto, l’altro risponde: “Anch’io, tanto”.
Il gioco può andare avanti indefinitamente o fino all’esaurimento del piacere. Nell’uno e nell’altro caso ci può essere, certo, anche un smack smack smack o un bim bum bam, senza però alcun coinvolgimento amoroso, è chiaro, perché allora si starebbero violando le regole del gioco stesso. Il gioco è, a modo suo, innocente. Non ha alcuna pretesa.
Infine, anche questo è possibile, a interrompere il gioco può sempre sopraggiungere un terzo.
E crack!
Quest’ultima è sempre un’ottima opportunità per capire se si stava barando o meno. Vale per tutt’e due, naturalmente.

13.
In procinto di volare tra le nuvole

Bip.
Composta. Portatile sulle ginocchia. Schiena dritta. Volto rigato dalle lacrime.
“Questo, questo, questo è meraviglioso. E ora ti rispondo: ti ho voluta più di lui, più dei tuoi figli, più del gattomangiatopi, più delle tue piante, più dei tempi da battere, più delle labbra strette invidiose di quelle distese, più delle carie che avevano preso di mira i tuoi denti, più di… e qui l’ecc. ecc. ci sta come noi alla Casa del Popolo… Ma tutto questo ‘più’ è nulla rispetto a una piccola grande cosa che si chiama premura e preoccupazione. E raramente sono stato così orgoglioso di me stesso. Ho messo le mie viscere sul bancone del macellaio per una persona di cui desidero solo tutto il bene del mondo. E ti sono grato. Un sorriso”.
Dolcissimo strazio.
Paris is Paris.

14.
A cavalcioni sulle ginocchia

Oop, in piedi! Dal divano alla sedia, lui. Dal divano alle sue ginocchia, io.
Bis bis bis, bisbiglio.
Hi hi hi, risatine.
Faccia a faccia. Caldo caldo.
Bis bis bis, hi hi hi.
Braccia al collo, io.
Stretta stretta, lui.
Poi, sssssst!
E smack.
Smack smack.
Smack smack smack.

15.
Seduta in giardino sotto la luna piena

Ultima sigaretta – arrotolata da lui – prima di andare a sognare il sogno. Luna piena. Cielo stellato. Freddo fuori e dentro. Silenzio. Niente onomatopee qui.
Io, sola. Pensierosa. Telefono, in tasca. Vibra.
“Mi spiace da morire per stasera”.
Pare che pare che le voci girano e girano, finché arrivano alle orecchie di Pinca Palla, dove si fermano momentaneamente, rimbombano, e infine riescono dalla sua bocca per entrare in altre orecchie, le nostre.
“A me dispiace in tutto questo un’unica cosa. Ed è non averti”.
Mai, mai, mai, e poi, mai. Veramente.
“E come fare? Non è possibile”.
Pare che pare, anche, che quest’unione non s’abbia da fare.
“Tutto al momento più sbagliato. Io ho tentato di tutelarti, tutelarmi, tutelarci, in tutti i modi”.
Tutelarti: non vedermi, non toccarmi, lasciarmi risolvere le mie magagne in santa pace.
Tutelarmi: prendere le distanze, volere solo il mio bene, da lontano, starsene lui in santa pace.
Tutelarci: non saprei esattamente cosa metterci, qui. Si vedrà alla fine.
Ad ogni modo, tutto invano.
“Dimmi solo questo. Tu mi vuoi?”
“Te lo dico una volta partita”.
“Era buona la tua sigaretta”.
Faccetta sorridente.
“Fatti viva, però. Lo farai? Sì? No?”
“Te lo dico una volta partita”.
Una sola, di onomatopee, ma ce la metto:
Zzz…
Quella notte sogno il sogno.

16.
In tre davanti al fuoco

Fuori: brrrrr. Dentro: crick crick crick.
“Potevate dirmelo”.
“Che cosa?”, in due.
“Ma che stavate insieme”.
“Come? Cosa? Chi?”, in due.
“Ma, sì!”
“Ma, no!”, in due.
Lui è più convincente di me. A me, non so perché, viene da ridere. D’altra parte, non c’è neanche bisogno di essere convincenti. Noi non stiamo insieme. Mai, mai, mai, e poi, mai. Veramente.
E il fuoco del caminetto che scoppietta: crick crick crick.
“Sei impazzita? Di che cosa stai parlando?”, lui.
Io deglutisco: gulp!
“Be’, mi hanno detto”, dalla bocca all’orecchio, dall’orecchio alla bocca, “che è chiaro: per forza che lei lascia il marito visto che sta con te”.
“Pazzesco!”, lui.
Sob, io, tanta fatica – astinenza e cautela, premura e preoccupazione – sprecata. Ma non dico a.
Pinca Palla ci guarda incredula.
Lui arrotola la mia sigaretta. Per dopo.

17.
Fuori dal gioco

E il terzo irrompe dallo schermo nel paese del zum zum zum, attenti alle macchine! beep! crash!; del glu glu glu, birra sempre meravigliosamente ghiacciata, e del gnam gnam, bistecca al sangue. E che profumino!
Irrompe dallo schermo, Pinca Palla, con il suo bla bla bla. E, crack! Un’ottima opportunità – bel pretesto – per capire se si stava barando o meno. La colgo al volo.
Io baravo.
Tu baravi?
Io non stavo giocando a “quanto mi piace”.
Tu ci giocavi?
Neanche il tempo di vedere il cameriere riapparire con il vassoio che il ditino ha già fatto il suo: mail partita, pietra scagliata, valanga in arrivo.
Boom!
Esplosione chiarificatrice.

18.
Dopo il booom!

Dalla sedia, oop!, tutt’e due in piedi.
E smack smack, smack smack smack.
Stretta stretta.
Cazzo duro: “Finalmente”, io.
Lui ride.
Tac tac… tac tac tac, detto a voce.
Tac tac… tac tac tac, detto a voce.
E smack smack, smack smack smack.

19.
Fuori campo

“Ma lui non muore?”
“A quanto pare, no”.
“E lei?”
“Cerca casa”.
“E le viscere?”
“Sono salve”.
“E Pinca Palla?”
“Bla bla bla”.
“E ‘sto tac tac… tac tac tac?”
“Cinque lettere”.
“Ah…”

1 commento »

  1. Divertente, geniale, onomatopeico…. complimenti

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