Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVII edizione 2018

Premio Racconti nella Rete 2018 “Gionata” di Gianni Contarino

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

Il corridoio del reparto di ostetricia era vuoto. Fuori era buio e la luna tirava di fioretto con una nuvola. Le panche verdi, fredde nella luce del neon, raccontavano di un’altra giornata piena di nuovi cittadini nel mondo.

Un mazzo di fiori riposava dimenticato sul davanzale di una finestra e alcune decine di riviste, a casaccio su un tavolo, mostravano dalle loro copertine sgualcite facce della TV e disastri delle borse europee.

Un’infermiera passava ogni tanto con un carrello o con un farmaco in mano e il rumore dei suoi passi di gomma era la colonna sonora dei pensieri di Paolo e Oreste.

Stavano seduti uno accanto all’altro sull’ultima panca in fondo a destra, la più vicina alla sala parto. I loro sguardi si davano il cambio: quando uno guardava le venature del marmo del pavimento l’altro si occupava del soffitto e del suo intonaco a tratti scrostato.

Le mani giocavano con mazzi di chiavi, fodere delle giacche, occhiali e in certi momenti sembravano quasi sentirsi in più, come accessori, come strumenti inutili in un’attesa in cui non c’era niente da fare.

Il prato di casa De Nittis era pieno di viole e, quando la luce del sole faceva riflettere l’immagine delle montagne sullo stagno vicino, le dita di Paolo cercavano quelle di Vera e, tirandola lentamente, la conducevano sulla riva di quello specchio a far parte di quel quadro riflesso.

Non c’era rumore a casa De Nittis, soltanto il cigolio di un piccolo segnavento sul tetto, la cui elica girava mentre un gallo di rame assecondava il volere del vento.

Le giornate passavano fra tele colorate di acrilico e pagine sfiorate. A volte Paolo si metteva al piano e per almeno un’ora volava tenuto per mano da Mozart o Beethoven, per poi atterrare fra le braccia di Chet Baker su ordine di Vera, la torre di controllo.

La casa si trovava su una collina alle porte di un antico borgo dell’alto Monferrato. A volte i turisti passavano attirati dal profumo proveniente dalla vicina trattoria dell’Orco, dove cervi e cinghiali incontravano il loro destino fra le fiamme di un inferno di alloro e rosmarino.

Vera adorava le viole, il verde del prato, il gallo di rame e l’odore di cinghiale. Erano i veri motivi per cui aveva convinto Paolo a vivere lì.

Lui aveva accettato questa scelta, desideroso com’era di fuggire dalla città e dal teatrino di plastica dell’azienda in cui lavorava. Voleva che tutto lo aiutasse ad uscire da quel sé e a salire su un altro palcoscenico di vita, fatto di gesti nuovi e nuove parti da recitare.

Dopo quattro anni però non si era ancora abituato al frinire dei grilli di notte e aveva concesso a un pezzo della sua vecchia vita in fabbrica di accompagnarlo in questa nuova: i tappi per le orecchie che nascondeva sotto i capelli biondi.

Vera, dal canto suo, vedeva arte in ogni cosa che le passava davanti agli occhi e musica e parole nelle nuvole sulla sua testa. Inseguiva ora un passero ora un coniglio e subito dopo si sdraiava sull’erba a guardare il volo del primo o i saltelli lontani del secondo.

Erano i giorni della vita sognata, di uno scenario disegnato al tecnigrafo della notte in quell’appartamento al quinto piano di uno stabile della periferia di Milano che avevano svenduto pur di lasciarselo alle spalle.

Fu nel Maggio del duemilaquattro che fra i turisti attirati dall’Orco ce ne fu uno che fu attratto pure dal gallo di rame, Oreste.

Venne verso la loro casa vestito come uno di quei turisti tedeschi che si vedono in certi posti di mare del Veneto. Aveva però occhi e capelli neri come il fondo del mare di notte.

– Salve signora, è vostra questa casa?

– Salve, sì. Viviamo qui da qualche anno.

– Vivete?

– Sì, io e mio marito.

– Ah. Certo che è un posto magnifico. Chiedo scusa se mi sono permesso di avvicinarmi, ma questo gallo mi ha ricordato mio padre. Era un artigiano e, quando ero piccolo, lo vedevo spesso impegnato a fabbricare questi cosi che girano.

– Davvero? Chissà che questo non l’abbia fatto lui.

– Non credo. Vivevamo in Puglia all’epoca e lui non vendeva un pezzo a una distanza maggiore di dieci chilometri da casa.

– Certo che deve essere interessante avere un artigiano in famiglia. Prego, si sieda pure, vuole qualcosa da bere? Oggi fa un caldo.

Furono queste le parole con cui tutto iniziò.

L’autunno del borgo era pieno di umida solitudine, di nebbia evanescente e di rami spogli, esposti al freddo della pianura. Casa De Nittis, sospesa sopra quella coltre grigia, pareva in certe mattine un’astronave ferma lì solo per un rifornimento, in un’infinita sosta temporanea.

Già mille volte le mani di Oreste avevano registrato il profilo del seno di Vera e le sua labbra avevano codificato il sapore della sua pelle.

Erano giorni in cui Paolo era lontano, in quelle trasferte di lavoro che il suo nuovo mestiere di consulente informatico gli imponeva. Parigi, Budapest, Pechino. E poi ancora Bruxelles, Catania, Lisbona. Il mondo gli parlava degli stessi problemi ovunque lui andasse, ma li colorava in maniera diversa, quasi a farlo illudere del fatto che si trattasse veramente di avventure nuove e misteriose. Lui e la sua valigetta, in cui un computer conviveva con qualche paio di mutande, qualche pantalone di ricambio e un piccolo blocco note, in cui annotare appunti di viaggio e pensieri da spargere poi sul prato di casa nella bella stagione.

Un giorno un volo cancellato fece sì che la passione di Oreste e Vera smettesse di vivere nell’ombra.

Furono lacrime amare e notti di lontananza, schiaffi e parole in cancrena. Furono borse sotto gli occhi, recriminazioni e cose rinfacciate. Furono pane e veleno, dischi di vinile graffiati, vasi cinesi frantumati e odore di ricordi da cancellare.

Era Novembre quando Vera scoprì di essere incinta.

Vera, terza di quattro figli, era nata in una famiglia cattolica della provincia astigiana. Aveva ricevuto rigorosi insegnamenti sul significato della vita e del rispetto, entrambi conditi dalla paura del giudizio degli altri. Aveva studiato a Milano all’istituto europeo di design e aveva presentato una tesi sull’utilizzabilità delle forme naturali della pietra nell’arredamento.

Aveva conosciuto Paolo a una festa e gli aveva subito detto che la forma dei computer era solo una sintesi di forme già presenti in natura. Specialmente la sagoma piatta dei portatili le ricordava certe stratificazioni visibili in certe gole sulle Alpi.

Lui, tecnico, tanto tecnico, l’aveva ascoltata guardando i suoi occhi e le sue labbra e tutti i rami del diagramma del flusso logico dei suoi pensieri convergevano verso un’unica casistica finale, chiamata “cotta”.

Ci avevano messo poche cene a fare l’amore. La prima volta fu dietro un albero al Parco Sempione, una sera fatta di parole, vino, nebbia e sciarpe attorno al collo.

Poi era arrivata la convivenza, prima nella casa di lei, insieme ad altre tre studentesse, poi in un monolocale vicino San Siro.

Lui aveva iniziato a lavorare come sistemista in una fabbrica di macchine da imbottigliamento, mentre lei alternava serate da cameriera nei locali di San Lorenzo e collaborazioni con qualche studio di design e qualche arredatore.

Il matrimonio li aveva visti pronti a cambiare vita nel giro di pochi mesi e li aveva visti trascorrere notti a consultare annunci immobiliari della provincia di Asti, tra baci, risate e sogni che galleggiavano a metà altezza fra il monitor e il soffitto.

Casa De Nittis si era fatta trovare come un bambino che gioca a nascondino, ma che non sa ancora che bisogna nascondersi completamente; non basta non vedere chi ti sta cercando.

Il vecchio proprietario aveva messo su un giornale un microscopico annuncio controvoglia, costretto dalla moglie e dalla loro età avanzata. Era arrivato il tempo di affidare le proprie sere a un piccolo monolocale, magari vicino alla casa di uno dei figli, e iniziare quel viaggio che porta a familiarizzare con sensi di colpa e di invadenza, vuoti di memoria e pitali vuotati da altri.

La casa era piaciuta loro immediatamente quel pomeriggio in cui l’avevano vista. Vera aveva cominciato a saltellare sul prato dalla gioia e per poco non era caduta nello stagno. Paolo aveva fatto lo scettico, subissando il proprietario di domande sullo stato del tetto e degli impianti, alle quali il vecchio aveva risposto con i versi e i mugugni di uno scolaro a cui chiedano di ripetere una poesia che non ha studiato.

Era arrivato anche un mutuo. Avevano deciso di chiamarlo “Vincenzo” perché, visto che lo avrebbero alimentato per trent’anni, era un po’ come se lo avessero adottato.

Poi era arrivato Oreste.

La porta della sala parto si aprì e la prima cosa che Paolo e Oreste videro uscire fu la scarpa azzurra dell’infermiera, la prima cosa che sentirono fu la sua voce.

– Chi è il padre?

La prima cosa che fecero fu alzare entrambi la mano e vederla ridere.

Gionata pesava tre chili e settanta, aveva capelli neri e occhi neri, un sorriso luminoso e sfottente e nei suoi occhi si riflettevano le lacrime di Paolo.

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.