Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVII edizione 2018

Premio Racconti nella Rete 2018 “Sul terrazzo” di Luciano Prosperi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

Guardò giù.

Trenta metri più in basso le luci dei lampioni chiazzavano l’asfalto.

Un’altra folata di vento, che spazzò il terrazzo, lo fece rabbrividire. Da quando era salito, il vento si era andato infittendo: prima un refolo, quasi una bava leggera che lambiva le cose, poi, quatto quatto, aveva acquistato coscienza. Ora soffiava infiltrandosi mellifluo negli anfratti sottili, spostandosi flessuoso fra filari di antenne TV. Roberto poteva sentire, nel silenzio, il suo sussiegoso sussurro dominare la notte.

Per un istante, non più di un attimo, si pentì di non aver indossato almeno un golf.

Poi, su un lato del palazzo, due fari saettarono nel buio, seguiti da un’auto che, girando a destra, imboccò la via sottostante.

L’auto superò il primo lampione, decelerando. Poi superò il secondo ed il terzo, rallentando ancora.

Il lampeggiare rossastro della freccia segnalò l’intenzione di parcheggiare. Una retromarcia veloce, da scuola guida, e la vettura si fermò rasente il marciapiede.

Nessuno ne scese.

Inquadrata fra le punte delle sue scarpe, l’auto, un maggiolone giallo taxi, sembrava un giocattolo. Immaginò di incastrarla con le suole, spiccare un saltello ed adagiarla sul cornicione.

Le labbra di Roberto si incresparono in un sorriso mesto che il vento pungente gli raggelò sulla faccia.

“Non c’è niente di reale a questo mondo,” pensò. “La macchina potrebbe essere un modellino da collezione, questo cornicione il bordo di una piscina e il terrazzo alle mie spalle una pista da ballo.”

Alzò gli occhi, sperando di cogliere qualche stella, ma l’alone luminoso emanato dalla città si riverberava in alto, mascherando la volta del cielo.

9,8 metri al secondo, ricordò, è questa l’accelerazione di gravità. Dalle nebbie della sua memoria di matematico riemerse uno sprazzo dell’antica capacità di risolvere problemi.

“Per fare i trenta metri impiegherei 3,1 secondi. Neanche il tempo di intonare un’Ave Maria.”

Si morsicò le labbra.

“Ecco! Ancora queste incrostazioni da cattolico. Un ateo convinto che si impastoia in paragoni da parrocchia.”

Eppure, eppure, forse era proprio questa l’ultima barriera fra lui ed il grande salto: una remora clericale sulla condannabilità del suicidio.

Non gli era rimasto più nulla. A parte la scelta di buttarsi o restare, di vivere o morire. A parte questo gioco crudele (un gioco al massacro?) a cui si assoggettava ogni sera, ormai da trenta  giorni: saliva le scale, percorreva il terrazzo e si issava sul cornicione.

Da un mese, tutte le sere.

Libero arbitrio, libero arbitrio, libero arbitrio, libero arbitrio. La litania gli si incastrò nel cervello, un refrain fastidioso che non se ne voleva andare.

 

Il maggiolone riprese vita.

Il suono del clacson, improvviso inaspettato, perforò il silenzio, rimbalzando sulle pareti dei palazzi, arrampicandosi, su, per la facciata verticale.

Quel rumore penetrante lo colse di sorpresa.

Perse l’equilibrio.

Il corpo gli pencolò in avanti, mentre i tacchi delle scarpe si staccavano lentamente dal cornicione.

In un soprassalto di autoconservazione, inarcò la schiena, spostando il peso della testa all’interno del terrazzo.

“No, cazzo! Sono io a dover decidere. Non uno stupido clacson!”

Allargò le braccia, sfarfallando con le mani, piegando le ginocchia per abbassare il baricentro al livello del cornicione.

Le suole delle scarpe sfregarono il cemento, cercando di far presa. Inspirò violentemente, in un soprassalto di paura. Non voleva cadere, non adesso, non così, non contro la sua volontà, non in questo modo. Aveva controllato tutta la sua vita (almeno fino ad un anno prima) ed ora non poteva derogare alle sue regole.

Oscillò in avanti, poi indietro, poi di nuovo in avanti.

Una, due, tre volte, una pantomima da ubriaco che tenta di conservare la posizione verticale  ad onta dell’alcol che gli ottunde l’equilibrio.

Alla fine, disperato, dette un colpo di reni.

Un dolore lancinante gli salì su per le spalle, saettò per la spina dorsale, traversò la cervicale e si schiantò sulla nuca.

Le suole si arresero e mollarono la presa dal cornicione.

Cadde.

Lì per lì, annichilito dalle fitte alla testa, non capì da che parte stava cadendo. Il suo apparato vestibolare aveva perso la cognizione del sopra, del sotto, del fianco e del traverso.

“Ok, ragazzi, è finita”, concluse, iniziando a contare automaticamente fino a tre. “Appena un attimo, e il mio cervello si spappolerà a terra.”

Avrebbe sentito lo schianto del cranio sul selciato? Lo spezzarsi dell’osso frontale, quel crack penetrante che si avverte quando il dentista ti strappa un molare? Oppure sarebbe caduto di piedi, con le gambe che si insaccano nel bacino e il bacino nel torace e il torace inghiotte la testa e la testa esplode all’impatto? Avrebbe provato dolore? Oppure non ne avrebbe avuto il tempo?

Fra la luce e il buio ci sarebbe stato un attimo di coscienza del passaggio? Un’illuminazione di qualche verità, una qualsiasi?

 

Non fece in tempo a finire il pensiero che il suo didietro atterrò pesantemente sulle mattonelle del terrazzo.

Il cuore iniziò a martellargli nel petto, il sangue rombò nelle orecchie, le gambe infiacchite si rifiutarono di muoversi.

Riprese fiato, lasciandosi andare a respiri profondi, affamati.

Si massaggiò il sedere che, ad onta del vento, sembrava essersi appena scollato da una stufa.

Si rialzò, saggiando la forza delle gambe.

Raddrizzò le spalle, gonfiò il torace, scosse la testa.

Stavolta ci era andato proprio vicino. Troppo vicino. Il gioco stava prendendogli la mano. C’era voluto un clacson, uno stupido clacson per fargli capire che non voleva veramente esercitare la scelta definitiva. La sua era solo una macabra forma di autocommiserazione. Quell’onanismo mentale nel quale si era crogiolato tutta la vita. E masturbarsi, si sa, fa diventare ciechi.

Si rialzò, saggiando la forza delle gambe.

Raddrizzò le spalle, gonfiò il torace, scosse la testa.

Qualcosa gli gorgogliò nello stomaco, gli risalì su per la gola. Roberto iniziò a ridere. Una risata liberatoria, a pieni polmoni che lo scosse dalla testa ai piedi, facendolo tossire e tossire e tossire.

Fino alle lacrime.

“Devo smettere assolutamente di fumare. Fa male alla salute”, mormorò in mezzo alle lacrime.

Quando gli ultimi singulti si furono placati, Roberto fece spallucce e a passi misurati, lasciò il terrazzo senza neanche guardare in alto dove una stella, una sola, ammiccava felice di aver ingannato le luci della città.

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