Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2018 “Scelta” di Luciano Prosperi

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

Non voleva rinunciare al bambino! Troppo grande era stato, ed era ancora, il desiderio di essere madre. Amava il tenero agitarsi di quel corpicino, quel timido frullio di piedini, qua nella pancia. Era giunta anche ad accettare, con beata rassegnazione, le nausee mattutine che si esaurivano in un muto e singhiozzante conato.

Maria si agitò nel letto, quasi sperando che quei pensieri non appartenessero alla realtà ma a un incubo del dormiveglia: all’elaborazione di inconsce paure di castrazione materna. Il sonno svaporò in un’ansia strisciante che iniziò a crescerle dentro.

Dopo due aborti spontanei questa doveva essere la volta buona. Superata la fatidica soglia del quarto mese, il periodo più delicato per una donna.

Finalmente un figlio!

E il giorno prima, invece, l’inaspettata iattura, la terribile notizia.

 

“Mi dispiace, signora.” Nella mente di Maria le parole del vecchio ginecologo riesumarono tutta la tristezza che solo un buon amico poteva esprimerle.

Il sospiro di Giuseppe, suo marito, seduto accanto a lei nello studio, le era giunto chiaro.

“Che cosa possiamo fare?” aveva chiesto lui, la voce incrinata dallo sforzo di non urlare.

“L’esame ecofonico eseguito, e che ho anche registrato in cuffia, non lascia adito a dubbi. L’ecofonia … se volete … posso farvela sentire.”

 

Maria cercò di allontanare il bruciante ricordo di quel momento e si rivoltò sull’altro fianco; il respiro del marito le carezzò il viso. Cercò a tentoni la sua calda e rassicurante presenza, mentre una fragranza muschiata iniziò a solleticarle le narici: riconobbe subito l’odore caratteristico dell’eccitazione maschile. Probabilmente Giuseppe stava facendo un sogno erotico. Un sorriso di rimpianto, di cose quasi dimenticate, increspò le labbra di Maria. Era tanto tempo che non si univano: esattamente da quando aveva scoperto di essere incinta.

Allungò una mano per sfiorare il viso di lui che si riscosse e, nel sonno, le si accostò. L’odore di muschio crebbe d’intensità e un alone caldo la avvolse. Abbracciò il marito, con un montante desiderio di sciogliere fra le sue braccia quel grumo di dolore alla bocca dello stomaco.

Le parve di tornare indietro nel tempo, indietro a quel giorno in cui l’avevano fatto con tanto trasporto, come mai era accaduto. Fu subito certa, come solo le donne sanno essere, che il seme era andato a segno.

Le mani di Giuseppe, intanto, avevano iniziato a vellicarla. Il senso di calore aumentò, mentre la sua pelle reagiva ai tocchi sapienti. A ogni carezza un piacevole formicolio si irradiava dai punti che lui le sfiorava con le dita. Lui iniziò – ed era quello il loro segnale di desiderio – ad emettere un mormorio tenue, l’attacco della loro melodia amorosa. Quel suono labiale, leggero come lo stormire di fronde sfogliate dal vento, le solleticò le orecchie e le procurò una vertigine languida. Giuseppe la baciò: una pressione di labbra morbide. Maria avvertì il battito accelerato che saliva dal torace del marito: ne avvertì le vibrazioni, qua, sul petto incollato al suo, un tambureggiare lento e possente che le si irradiò giù giù, verso il ventre e su su verso il viso. I peli del torace di lui la solleticarono, simili al soffice sfarfallio di ali di farfalle. Intanto il forte estro di Giuseppe le colmò le narici, inebriandola con la sua fragranza maschile. La loro intesa sessuale era sempre stata ottima. Fin dal primo incontro, l’odore di lui era stato un formidabile attrattore, una calamita che l’aveva subito eccitata, procurandole piccoli brividi lungo la schiena.

E la sua voce: appena Giuseppe le aveva rivolto la parola, Maria ne era rimasta ipnotizzata. Una voce bella, potente e delicata al tempo stesso, dai toni ammalianti. Una voce che sapeva infondere emozioni ed esprimere sentimenti. Il tono seducente, ora pastoso, ora stentoreo, ora vibrante, pareva ammaliarla.

Voce ed odore l’avevano sedotta, fatta innamorare.

I ricordi del loro primo incontro furono soffiati via dalle mani leggere di Giuseppe che continuavano ad esplorare il suo corpo. Maria si lasciò andare,alle sensazioni che suo marito così sapientemente sapeva far montare in lei: quel modo di toccarla e di impulsare le sue zone erogene, il suo intenso profumo che ora stava assumendo un preciso sentore di sandalo.

Il desiderio di Maria si gonfiò come un fiume in piena, il suo corpo fiammeggiò, inarcandosi contro quello di Giuseppe. Dalla sua gola salirono note di piacere che si accordarono con quelle del marito.

Il movimento dei loro corpi, inizialmente lento, si tramutò in un adagio andante con moto, poi in un allegro, in un presto appassionato, e, alla fine, in un vivace maestoso e trionfante.

Fino all’acme che toccarono insieme.

Si ritrovarono abbracciati e ansimanti, mentre il piacere si smorzava in lente ondate di riflusso. Tutta la stanza era ormai permeata del loro odore.

Stettero così, immobili, sfiorandosi le guance con tocchi gentili, intrecciando le mani ed emettendo sommessi mugolii di soddisfazione.

“Sta facendosi giorno”, osservò Giuseppe.

“Sì”, rispose lei. “E’ leggero il tocco del sole. Avverto i suoi raggi qui sul braccio.”

Si alzarono e misurarono i due passi che sapevano dividere il loro letto dalla vetrata. Quel piccolo rito era familiare: accogliere sulla pelle il sorgere del sole. Studiare il suo calore emergente, sentire l’epidermide scaldarsi gradualmente.

La memoria di Maria riandò al colloquio con il ginecologo.

 

“Sì”, aveva risposto. “Ci faccia sentire l’ecofonia.”

Il medico aveva trafficato con i suoi strumenti. Poi nell’aria si era diffuso un rapido tunf-tunf-tunf, come il soffio frettoloso di un piccolo treno in partenza.

“Questo è il cuore del bambino. Bello, no?” Un attimo di sospensione. “Ora passiamo all’apparato vocale.”

Altro trafficare di manopole. Alle loro orecchie era quindi giunto un suono argentino, gridolini e schiocchii di labbra minute, appena formate. Maria si era portata una mano sul grembo.

“Ho auscultato tutti gli altri organi: sono uno più perfetto dell’altro”, aveva proseguito il ginecologo, cercando a tentoni la mano di Maria fino a trovarla e stringerla fra le sue, in un gesto consolatorio. “La loro morfologia rientra nella normalità ed anche lo sviluppo si prevede regolare. Tutto meno … gli occhi. Ecco … potete … sentirli.”

Un fruscio veloce, simile all’agitarsi di un ventaglio sventolato nervosamente, poi un attimo di silenzio ed una nuova serie di fruscii, una pausa ed ancora quel fruscio.

“Cos’è?” La voce di Giuseppe colma di una curiosità ansiosa.

“Gli occhi. E’ il suono degli occhi di vostro figlio.”

“Ma gli occhi non emettono suoni!” aveva protestato lui.

“Sì, quando sono aperti e le palpebre si chiudono e si aprono per umettarli.” Il medico aveva sospirato. “Vostro figlio, diversamente da tutti noi … Noi uomini intendo dire, avrà occhi diversi. Probabilmente potrà … vedere.”

Incomprensione, ecco qual era stato il primo sentimento di Maria.

“Vedere? Che significa? E’ un verbo che non conosco. Vuol dire che sarà anormale? Come chi non possiede il senso tattile o non può udire o parlare o annusare o … gustare? Sarà incompleto?”

La voce di Maria pronunciò strascicando le ultime parole. Non riusciva a compitare bene le sillabe che uscivano a stento, quasi strisciando, dalla gola.

“No. Assolutamente no. Anzi sarà più completo di tutti noi. Ecco: avrà un … un senso in più. Sarà perfetto,” disse il ginecologo. Il tono era soddisfatto, la voce suadente. “Gli scienziati, da molto tempo, hanno scoperto che esistono delle onde, dette elettromagnetiche. Ogni oggetto del nostro Universo emette tali onde, e gli occhi della nostra specie sembra siano nati per captarle e fornirci la posizione e la forma di tutto ciò che ci circonda. Solo che sono rimasti ad uno stadio embrionale: non si sono evoluti. Nessuno ha mai saputo fornire una risposta a questa stranezza. Noi abbiamo sopperito alla loro mancanza con un formidabile potenziamento degli altri sensi, in particolare il tatto e l’udito.”

I coniugi non afferrarono completamente la discettazione scientifica del medico.

“Andate e non vi preoccupate. Va tutto bene. Ci rivediamo il prossimo mese.”

 

La donna, supina sul letto, avvertì l’appesantirsi del respiro del marito. Lei non riusciva a riafferrare i fili del sonno.

”Sarà un diverso e come tutti i diversi verrà additato come una mostruosità. Gli altri lo tratteranno come un paria. Se l’immagine del telepate che denuda le menti altrui, fa paura, lo stesso effetto genererà chi potrà vederne i corpi e giudicarne l’aspetto.” Questo pensava Maria con tristezza.

E poi: quale donna avrebbe accettato di essere vista, di esporsi allo sguardo critico di un maschio?

No. Non poteva permetterlo.

Lacrime calde le sgorgarono dagli occhi. Un fenomeno che capitava solo ai neonati, quando emettevano il loro primo singhiozzo e poi piangevano per la nuova vita.

Quello di Maria fu un pianto lungo, silenzioso, intervallato da dolorosi singulti che le scuotevano il corpo e l’anima.

Poi toccò una spalla del marito.

“Sei sveglio?”

“Sì”, rispose Giuseppe.

“Amore mio, ho deciso. Mi dispiace tanto, ma ho deciso.”

“Sono qui,” affermò lui con voce roca.

“Domani vado ad abortire. Ci ho pensato tanto …”

“Non aggiungere altro. Capisco.”

Le baciò la fronte e l’abbracciò.

Forte.

 

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