Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio Racconti nella Rete 2018 “Lanternino Lanternini” di Giampaolo Notarnicola

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2018

Sul fare della sera, sulla scrivania dell’architetto Dimitrio Palla, d’improvviso e senza comando, come viene alla luce un’idea bizzarra in una testa bizzarra, a pochi centimetri da Porta Pennino, s’accese Lanternino Lanternini.

Lanternino Lanternini, fiammante d’ultima generazione, aveva un animo guardingo ed era grandemente noto come figlio del buio; di quel buio che va dalla luce allo sfumato, sino al profondamente e profondamente pesto. Perché la sua testa, con gli occhi affilati che nulla lasciano intendere al caso, gli orecchi appuntiti per un solo sbuffo d’aria, la bocca che tace agli altri e non a sé, era un congegno perfetto che non necessitava d’interruttore: s’accendeva e si spegneva quand’era il momento, a suo dire, di fare o non fare luce, e sovente anche di giorno; ed appunto per questo considerato bizzarro.

“Eccolo, eccolo qui!” borbottò Dimitrio Palla, “Il grande anarchico ha deciso d’accendersi!” continuò a borbottare l’architetto, “La finestra ci da luce che Dio la manda, e questo, che non sono nemmeno le diciannove, s’accende e neppure dice A!” “Ah, che scimunitaggine… finirò per scimunire anche io!”Aggiunse ancora l’architetto, rivolgendosi a Lanternino Lanternini che non spiccicava una parola; e che perlopiù era impossibile da governare per la mancanza di interruttori e l’assenza di qualsivoglia tipo d’alimentazione. Così, Lanternino, s’accendeva, e non c’era verso alcuno di spegnerlo, era spento, e non c’era verso alcuno d’accenderlo; decideva lui; e all’apparenza senza valido motivo.

Ora avvenne, dunque, che s’era acceso a pochi centimetri da Porta Pennino.

Porta Pennino era un uomo-scrigno piccolo in tessuto, un’entità donata all’architetto Dimitrio Palla dal caro e trapassato padre. Custodiva nel suo bauletto panciuto pennini a pallino a punta fine e a punta tronca e tre boccette de “L’inchiostro delle memorie” da trascrivere e tramandare. E spesso, formicolando sulle quattro gambette che gli spuntavano dagli angoli, s’acquattava nelle periferie più desolate della scrivania, ora spostandosi di qua e ora di là, come a nascondersi a chissà quale furia oppure a catturare l’attenzione di chissà chi.

Dimitrio Palla accorgendosi di ciò riprese ad inveire più forte.

“E a quest’altro, cosa gli prende adesso?”

“Dimmi. Dimmi. Cosa ti prende?” ridisse fissando Porta Pennino; “Scappi da destra a sinistra, da sinistra a destra… per l’amor di Dio! Ah per l’amor di Dio! Ah per l’amor di Dio!” gridò di nuovo, “Finirò per scimunire!”

“Guarda. Guarda. Guarda bene. Sono fermo adesso!”s’accigliò deciso Porta Pennino. E Lanternino s’accese ancora, e più lucente di prima.

“È chiaro, è chiarissimo.”Riprese stizzito l’architetto.

“Cosa, ti è chiaro e chiarissimo…?” incalzò Porta Pennino, “Guarda bene, ti dico. Guarda. Guarda!”

E Lanternino Lanternini continuava ad accendersi, sempre più lucente.

L’architetto Dimitrio Palla era, invece, un uomo distratto, grande e di molto tondeggiante; tanto tondeggiante da volere evitare nella sua testa ossessionata angoli e asperità della vita. Ed il suo, prima d’essere un mandato etico, era perlopiù un mandato personale, narcisistico e di professione: nella sua testa avrebbe voluto costruire un grattacielo perfettamente sferico, così da abbracciare il cielo e la terra interi… come diceva lui! Peccato, però, che di questi altissimi e perfetti propositi, ne costruiva solo altissime e perfette contraddizioni.

E finì, per l’appunto, ancor più per adirarsi.

“È chiarissimo.” Tuonò di nuovo. “È chiaro che… sì, è chiaro che…” e non terminò le parole che presto s’accorse…

Fissò Porta Pennino guardandogli il bauletto divenuto bluastro, e riprese ad imprecare: “Oh per l’amor di Dio! Perdio! Perdio! L’inchiostro. L’inchiostro delle memorie…”

Finalmente capì, e Porta Pennino ebbe una piccola smorfia di soddisfazione.

L’inchiostro delle memorie s’era riversato nella pancia di Porta Pennino.

Bisognava adesso salvare il salvabile; e Dimitrio Palla fece in fretta a sventrare il bauletto che forse non era tutto perso. Delle tre boccette ne restava integra solo una: “Le memorie del padre col figlio”.

Così, mentre Lanternino si compiva nel prodigio di fare luce, L’architetto afferrò la boccetta integra, il pennino a punta fine (per avere un tratto sibillino e raffinato) e cominciò finalmente a trascrivere:

“Abbia tu sempre il ricordo, caro figlio Dimitrio, di quella volta che con uno scappellotto sulla giovane nuca ti feci una carezza al cuore e al cervello: col tuo triciclo pretendevi, da ossesso, fare l’intero giro del mondo e viaggiare pure sui fili tesi dei panni stesi al sole oltre il parapetto del balcone. E abbia tu sempre il ricordo, anche di quell’altra volta che con una pedata nel sedere, caro figlio, ti feci un tantino più adulto: avevi preso a spiare dal buco della toppa la madre che faceva la doccia! E ricorda anche di quella volta che t’affogasti nella vodka e dicevi senz’ambagi di parlare coi marziani: dovetti strizzarti leggermente gli zebedei per dirti che il dolore e il coraggio sono le sole cose reali…”

Dimitrio Palla tirò su la testa, interruppe la trascrizione e stette per un attimo a pensare. Poi subito riprese a scrivere, e continuò e continuò sino alla chiusura:

“Ricorda dunque, ricorda, caro figlio, che sempre bene coi piedi per terra devi stare!”

La memoria si concluse così. L’architetto rinvenne per il tempo d’un battito di ciglia. Porta Pennino si fece sereno. E Lanternino Lanternini tornò a spegnersi assieme al suo mistero.

“Eccolo. Eccolo. Eccolo di nuovo l’anarchico.” Riprese a dire l’architetto. “S’è spento. S’è spento. S’è spento adesso che Dio non manda più luce! S’è spento adesso che devo lavorare al mio progetto, al mio grattacielo! Ah Perdio! Ah Perdio! Finirò per scimunire!

Intento nelle imprecazioni e nonostante la poca luce, Dimitrio Palla riprese la concentrazione e cominciò ad armeggiare scalimetro, goniometro, squadro, matita e compasso per dare al mondo il suo grattacielo-sfera, opera colossale che lo avrebbe portato alla ribalta mediatica. Già chiudeva per un attimo gli occhi che presto trasognava roboanti titoli di quotidiani: “Dimitrio Palla, l’architetto del secolo”, “Dimitrio Palla, il genio della sfera celeste”, oppure ancora “Il grattacielo-sfera: l’abbraccio di Dimitrio Palla al mondo intero”. Quando sul più bello, dall’altra parte della scrivania, nell’angolo opposto a quello di Porta Pennino e Lanternino Lanternini, come una spina lanciata nei fianchi, una voce stridula e indisponente cominciò a cantare :

“Glu, glu! Glu, glu! L’eschimese nell’iglù… glu, glu!”

Chi si permetteva di parodiare Rino Gaetano e canzonare l’architetto Dimitrio Palla per via del suo progetto stralunato, era Spinosa La Grassa.

Spinosa La Grassa era una donna di sana pianta, nel senso letterale delle parole. Una specie di cactus femmina coi fianchi molli e il sarcasmo finemente acuminato, un cecchino che dall’alto del suo vasetto mai mancava il bersaglio.

“Glu, glu! Glu, glu! L’eschimese nell’iglù… glu, glu!”

“Glu, glu! Glu, glu! L’eschimese nell’iglù… glu, glu!”

Continuava a cantare. E l’architetto non mancò di nuovo di saltare su tutte le furie.

“Ah… aaah… aaaaah perdio! Ci mancavi solo tu adesso. E dimmi, dimmi, tu, cosa vuoi?”

“Ecco, dunque… vorrei un vasetto nuovo tempestato di pietre preziose, un terriccio morbido e di prima qualità che m’accarezzi le radici, e un principino azzurro con scintille d’aculei che m’abbracci scoppiettante pure nel dolore…” rispose con tono irrisorio Spinosa La Grassa, mentre la sera si faceva di tanto in tanto più buia.

“Sveglia. Sveglia. Sveglia Architetto! Sveglia. Sveglia. Glu, glu! L’eschimese nell’iglù” diceva, continuando a farsi beffa di Dimitrio Palla.

“Cosa vuoi che serva a me, architetto! Guarda qua, piuttosto…” e fece segno alla sua destra.

Nel frattempo Lanternino Lanternini con due balzi aveva raggiunto la parte opposta della scrivania, e proprio alla destra di Spinosa La Grassa, all’improvviso, aveva deciso di riaccendersi. L’architetto voltò di poco la testa, guardò, e si accorse di Lanternino.

“Ah, e che novità è questa?” disse disturbato, “Ci ho fatto l’abitudine, sai? Si sposta di qua e di là, s’accende di qua e di là… di là e di qua… quando e come… come e quando dice lui!”

Lanternino senza la benché minima esitazione raccolse tutte le sue forze, sforzandosi, appunto, di farsi ancora più luminoso…

“Luce! Luce!” aggiunse Spinosa la Grassa, “E chissà che l’eschimese metta la testa fuori dall’ iglù… glu glu!”

Dimitrio Palla si lasciò cadere le braccia sconcertato, quando sul più bello s’accorse che un riflesso giallo gli attraversò gli occhi e che una voce sottile sottile di bambina diceva: “ Acqua… acqua…”

“Oh perdio! Oh perdio! Margheritina, Margheritina la Bella…” disse quasi con l’anima in pena l’architetto, guardando con attenzione alla destra di Spinosa la Grassa e ai piedi di Lanternino Lanternini.

Era Margheritina la Bella, un piccolo fiorellino in un vasetto minuto donato all’architetto dalla sua giovane figlia con la promessa di tenere sempre viva la piantina come segno della linfa vitale che scorre di padre in figlio. E la poverina, ormai, aveva quasi fatto le grinze sui petali per la dimenticanza dell’architetto.

Dimitrio Palla, finalmente, s’affrettò col cuore in gola a prendere l’annaffiatoio dal ripostiglio, e per ogni goccia d’acqua che versò nel vasetto, Margheritina la Bella, tornando via via più viva, disse grazie.

Spinosa la Grassa giunse le mani come in preghiera, voltò gli occhi al cielo e con il consueto sarcasmo di chi la sa lunga disse ancora: “Ah, e che luce sia! Glu glu!” ma nel frattempo Lanternino aveva raggiunto di nuovo il suo abituale posto sull’altro lato della scrivania, andando piano piano spegnendosi.

Dimitrio Palla versò l’ultima goccia, e non fece in tempo a posare l’annaffiatoio che presto tornò col pensiero all’ossessione della sua grandiosità, del suo lavoro, del suo successo, del suo progetto fuori senno; e non fece in tempo nemmeno a mettere un altro passo per riprendere gli attrezzi del mestiere che presto nello studio dell’architetto calò la notte più scura.

Per pochi minuti, tutto s’arrestò, e tutti rimasero sospesi nel nero silenzio.

Poi ci fu a poco a poco un leggero spostamento dell’aria, un sibilo che fiatava, poi un suono aspro, e poi nitidamente un’altra voce di donna che agli orecchi dell’architetto fu subito molto chiara e di grande conoscenza.

Dimitrio Palla s’avventò goffamente nell’aria, cercò a tentoni nel buio di afferrare qualcosa sulla scrivania, agitava le braccia nell’oscurità, ma tutto già da tempo gli era sfuggito di mano. Stette, così, per un attimo, sul punto di reimprecare contro Lanternino Lanternini, quando questo decise autonomamente, data la situazione, che si trattava d’un caso sul quale fare nuovamente luce.

Lanternino s’accese. Tornò la luce nella stanza. E sulla scrivania, dalla fotografia nella cornicetta variopinta apparve anche Ninetta Brutta Cera, donna dallo sguardo inquisitore, sergente di ferro che stava sgolandosi per richiamare alla rettitudine il marito. Ma si trattava, in realtà, di una splendida donna, donna anch’ella dimenticata nel personale buio dell’architetto.

“Ninetta, Ninetta!”Esclamò con pentimento Dimitrio Palla. E la sua preoccupazione crebbe come una malattia quando s’accorse che sul campo di battaglia della sua scrivania, Ninetta Brutta Cera, come la chiamava lui, capeggiava alle sue spalle Porta Pennino, Spinosa la Grassa, Margheritina la Bella ed una masnada di altri oggetti animati, ognuno col proprio personale grido di ribellione contro l’architetto.

A fare luce sullo scenario c’era sempre Lanternino Lanternini, animo guardingo dagli occhi ben affilati che già sapeva cos’altro stava per accadere…

Dimitrio Palla tenne stretti i pugni, e per suonarsi la carica se li sbatteva al petto come uno scimmione; poi con un piglio deciso andò incontro a Lanternino. Giuntogli ad un palmo di naso disse:

“Andiamo. Andiamo Lanternino. Ho capito!”

E prese con impeto Lanternino Lanternini mettendoselo su un fianco e sotto un braccio come chi porta a spasso una piccola creatura o una coscienza immacolata.

Poi, presto, uscirono dallo studio e cominciarono a brancolare per strada nel cuore della notte.

Dimitrio Palla sfruttò la luce di Lanternino, che aveva deciso di starsene ancora luminoso, e ad ogni passo che metteva muoveva la testa e scrutava con attenzione a destra e a sinistra, in basso e in alto. Guardava ai piedi di un albero e non ci trovava niente, poi sotto una foglia, dietro un sasso, nel pelo d’un cane, dietro un muretto, sotto le ali di una zanzara, ma niente, niente di niente. Non ci trovava niente.

Lanternino Lanternini non si sorprese più di tanto, e nonostante avesse una bocca dedita a tacere agli altri e non a sé, e nonostante ne conoscesse già le risposte, decise che era giunto il momento di consegnare alla luce anche la sua voce, e chiese:

“Dove andiamo Dimitrio?”

“Andiamo! Andiamo! Andiamo alla ricerca dell’uomo!” rispose.

“Questo lo avrebbe detto anche Diogene!” disse Lanternino. “Cosa cerchi Dimitrio?” chiese ancora la fonte luminosa.

“Cerco me stesso!” rispose con tono lapidario Dimitrio Palla, continuando a guardarsi attorno con grande attenzione.

Così a Lanternino Lanternini non restò che allungare un piccolo sorriso.

Poi guardò la luna che vigilava alta nel cielo, e le schiacciò soddisfatto un occhiolino.

Finalmente di lì a poco si sarebbe fatto di nuovo giorno.

 

3 commenti »

  1. Originale e divertente racconto di atmosfera Disneyana. Bella personalizzazione degli elementi che assediano e trascinano il riluttante protagonista fuori dalle sue abitudini, dai suoi sogni e dai suoi schemi. Bravo!

  2. Giampaolo Notarnicola, quello che scrive prende vita, sembra di assistere a Fantasia della Disney, bravo!

  3. Grazie a Marco Floridia e Aldo Menghevoli, e ricambio l’aprezzamento per le vostre narrazioni.

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