Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVIII edizione 2019

Premio racconti nella Rete 2017 “Una stagione all’inferno” di Lorenzo Garzarelli

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2017

Walk by my side, and follow my dreams

And bear with my pride, as strong as it seems

Will you be there tomorrow.

 (Tomorrow, Europe)

*

Spesso incappo nel rovente ricordo dell’agosto del 1994: una Stagione all’Inferno, come la definivano le civette de La Nazione facendo capolino dai loggiati di Piazza del Comune. Quaranta gradi di afa e sonnolenta umidità per una Prato svuotata dal trambusto dei telai e dal brusio altalenante del mercato del lunedì; una città spoglia e sudata, amante stizzita per le scorribande versiliane dei cittadini, stordita dai berci dei venditori di cocomero ed i gravi gorgoglii del Bisenzio in secca, con il suo incedere acquoso che sdrucciolava fiacco tra i clivi della valle ed i fianchi del fiume, bucherellati dal verde spento del crescione e dalle piume cerulee di poche folaghe impettite.

Ci chiamavamo Ragazzi Perduti: una brigata di guastafeste in bermuda e Mountain Bike fluo, troppo indaffarati a cavalcare la giostra dell’adolescenza per far caso alla canicola che addentava le calcagna. Scegliemmo quel soprannome in onore di una pellicola horror con Kiefer Sutherland coprotagonista ed una cover post-punk di People are strange ad impreziosire la colonna sonora. Concordammo ruoli definiti, pari poteri decisionali ed un’unica regola da onorare con religioso rispetto: abbandonare i nomi propri in favore delle nostre iniziali, sia in pubblico che in privato. Vai a capire come mai. Forse per guadagnare in virilità tra le stanze fumose del Bar Coppini o magari perché il monosillabo conferiva alla combriccola un taglio da confraternita segreta di quartiere; fatto sta che nel giro ci conoscevano come O. (tu), L. (io), E., D.N. e D.L., gli ultimi due ribattezzati anche D.&D., mutuando l’acronimo del gioco in voga nel decennio dell’incessante proliferare di Blockbuster sulle note ruvide della musica grunge.

Disponevamo di due quartier generali: quello invernale, al caldo del soggiorno della nonna di E., accanto all’edicolante impomatato ed al fruttivendolo taurino come Rambo, che incuteva timore scaraventando dal bancone pesanti cassette di mandaranci ammuffiti; quello estivo, lassù, in vetta alla montagnola di’  campino di Via Baracca, da dove scorrevamo le diapositive del pomeriggio finché il proiettore non si inceppava nell’acquarello di uno sfumato imbrunire. Non esistevano missioni, obiettivi strategici, ideali superiori da perseguire, ci accontentavamo di un paio di pedali per seminare le bande di Via Tirso, di un mangianastri per dar sfogo ai sogni, delle braccia di un amico per risalire la corrente di una gioventù che pareva non voler sfociare nel mare grosso della vita. E talvolta, tra un calcio balilla infuocato e la fuga da un anziano imbufalito per le nostre maldestre marachelle, sgusciava dalle labbra l’incolpevole menzogna di un per sempre.

 *

Fine estate 1994

La Stagione all’Inferno arrancava vistosamente, si squagliava sotto i raggi acerbi di metà settembre che imbiondivano le frange scompigliate di una fitta schiera di alberi di Giuda.

– Fermatevi, ho una cosa da dirvi -, esordisti una volta superato il cancello dell’ex Convitto Cicognini, dopo l’ennesimo testa a testa con gli spettri che secondo le credenze laniere infesterebbero quell’inquietante maniero caduto in disuso.

– Che succede? Mica ci starai chiedendo aiuto per sbloccarti a Zelda? -, ribatté D.L. accordando una chitarra acustica color turchese, sua inseparabile confidente in legno.

– Certi problemi son per voi buoni a nulla -, sorridesti sornione. Già, il nostro “mago del Nintendo”; Santo Cielo come facevi ballare quel trabiccolo di fili e microchip luminosi.

– Non scherzare idiota. Roba di salute? -, prese improvvisamente campo la divisa spumosa da accalappia bimbe di D.N..

– No, per fortuna no. L’azienda ha trasferito il babbo a lavorare in Val D’Orcia, me ne vado da Prato ragazzi. Partiremo sabato, giusto il tempo di far valigia -. Parlavi con fare timido e discreto, quasi a volerti scusare con madre natura per aver calpestato l’ombra allungata di uno dei suoi cipressi, accudendo nel palmo quel gomito che un difetto congenito ti impediva di stendere oltre la vergogna di un misero angolo retto.

D’un tratto le sei corde, pizzicate con gentilezza da D.L., intonarono gli accordi di Tomorrow, fradici della cascata di feromoni che i pantaloni attillati degli Europe scatenavano tra le sottane delle fanciulle dell’epoca.

– E dov’è? Vicino Roma? -. Sfortunatamente il mio D in geografia prevalse sull’accenno di musica.

– E’ tra Siena e Grosseto. E menomale che sei un secchione -. Mi rassicurasti con un occhiolino complice, un impercettibile ammicco ed un rumoroso, scherzosamente punitivo buffetto sulla nuca. Tutto risolto campione.

– E chi se ne frega? Presto Mauro mi regalerà il Typhoon. Vi ci porto io, uno per uno.

– Certo E., come no. Mi piacerebbe vederti dopo centinaia di chilometri in scooter -, replicai sovrappensiero.

– Sei una mezzatacca L.! Fatti sotto! -, tuonò lui sfoggiando dei bicipiti innaturalmente sviluppati per l’età, che riempivano al limite dello strappo le maniche di una delle sue insostituibili t-shirt di Van Damme.

– Ma vai al diavolo, sfigato di un metallaro che non sei altro -. Partì uno spintone, ne ricevetti un secondo ed un terzo, volarono abbozzi di insulto ed in un battibaleno cominciammo a rotolare nella polvere, incastrati nella geometria instabile di una scazzottata simulata.

– Basta! – D.N., paonazzo, ci scagliò contro il flacone di Vix Sinex che aveva finito di spremere nelle narici. Viveva in costante crisi di astinenza da quel tossico miscuglio di mentolo e sconosciuta schifezza. – Uno del gruppo dice che se ne va, che forse non ci rivedremo e voi vi mettete a gingillare? Vergognatevi cretini!

Sul momento non percepimmo che il suo rimprovero avrebbe marcato il confine tra l’innocenza della giovinezza e la disillusione della maturità. Ci ritrovammo tristemente ammutoliti, irrimediabilmente abbacchiati, con il capo chino e le pupille incollate sui ciottoli del sentiero che ributtava sulla via principale, rurale scappatoia dal fazzoletto di terra che assisteva taciturno alla brusca inversione di rotta dei nostri destini. Passarono minuti senza che nessuno osasse fiatare; rimanemmo immobili ad ascoltare Joey Tempest che, ottenuto in prestito il timbro sporco di D.L., si domandava a gran voce se avresti camminato al nostro fianco, seguito i nostri sogni, se ci saresti stato l’indomani.

– Va beh, mica è un dramma. Esistono i treni, un giorno avremo perfino la patente. E poi tornerò per vedere come se la passa mia zia. Insomma troveremo la maniera di vederci -, tentasti di minimizzare.

– Puoi giurarci fratello! -, ringhiò la rabbia degli altri Ragazzi Perduti mentre formavano un girotondo per avvolgerti nella chimica di un abbraccio, come imperfetti atomi di idrogeno che, amoreggiando con l’ossigeno, si concedono il lusso liquido della perfezione.

Che errore madornale dare l’impressione di essere pronti per la vita.

Qualsiasi cosa essa sia.

*

Oggi, un pomeriggio

Urla di silenzio e plastica di sedie Kartell. Svesto il panciotto e sgancio i gemelli, polsini di camicia arricciati in segno di resa; sporgo il volto al di là della finestra che rimette su un Viale della Repubblica deserto, orfano dell’andirivieni di professionisti in carriera e tacchini da tribunale che vivacizza la noia dei mesi lavorativi. Fa un caldo equatoriale per via dell’impeto del sole, che con colpi ben assestati annichilisce le difese del deumidificatore rimpiattato in un angolo dell’ufficio. Come nell’agosto di venti anni prima, quando sguazzavo in una canotta sgualcita con il collo ancora intonso dallo stupro in seta del mezzo windsor.

Socchiudo le tapparelle, sprofondo nel tessuto della Frau direzionale ed accendo la luce fredda di una Flos che sovrasta il monitor madreperla, minimal chic quel tanto che serve per non sfigurare al cospetto della Ligne Roset su cui poggia la base triangolare. Balena l’idea di un Bolero in sottofondo ma la preoccupazione che il suo regolare, concentrico crescendo sovraccarichi le tempie pulsanti immobilizza l’indice ad uno sputo dal display del lettore mp3.

Certi giorni, i giorni come oggi, somigliano alla leucemia: serpeggiano strazianti, insensati ed angoscianti, puzzano di sterco e vomitano bile. Sento formicolare le gambe per i postumi del viaggio di ritorno; un acquitrino di occhiaie imbriglia il rossore degli occhi, saturi dell’immagine di un’abbazia rustica frustata dagli schiaffi del vento, che solleva nubi sabbiose da un brullo piazzale della campagna senese. Uno stuolo di beninformati zampetta sugli scalini della badia, chi rassettando i boccoli per offrire il lato migliore, chi maledicendo le beffe della sorte e del creato intero. Un’esile figura di donna si stacca da un grappolo di comari agghindate alla buona, incamminandosi spedita nella nostra direzione. Noi siamo solamente in quattro. Non era mai accaduto.

– Piacere sono la moglie di Oscar. Sarebbe felice di sapervi qui.

– Piacere. Io sono Luca, loro Enrico ed i due Davide.

La regola è stata infranta: le nostre iniziali sono rimaste impigliate tra i rami degli alberi di Giuda che si intrecciavano in quel lontano pomeriggio di fine estate, dimenticato ai margini dell’universo, dello spazio, delle congetture.

– Mi dispiace conoscervi in una circostanza simile.

Intanto, scortati da una processione di baveri e tubini scuri che intasa il portico della chiesa, gli spigoli in mogano della cassa procedono all’indirizzo del carro funebre, meschina gola montana che attende di risucchiarti nel precipizio dell’oblio. Il portellone sbatte, il motore brontola indifferente, tua madre singhiozza disperazione; svendere una parvenza di autocontrollo non allenta la morsa dei crampi allo stomaco: é il tempo dell’altruismo, il tempo di lasciarti partire.

– Devo andare, ma più tardi vorrei farvi conoscere la nostra bambina -, balbetta la ragazza salutandoci con una debole stretta di mano.

Ci attardiamo a fantasticare su tua figlia, il settembrino sbocciato nella palude dello stesso ospedale in cui stavi sfiorendo come un’orchidea strappata al terriccio: lei salutava il mondo in una culla, tu lo congedavi da una barella. In occasione della sua nascita abbiamo conversato a lungo nonostante il male ti masticasse la voce ed il ronzio del respiratore si intromettesse come un moscone fastidioso; oltre le sbarre della terapia intensiva frullavano le ali di uno stormo di rondoni, ordinatamente incolonnato su rotaie immaginarie che promettevano il cobalto dell’infinito. Mi hai confidato il desiderio di non viziarla con futili regali; ambivi a donarle un padre premuroso ed accorto, in grado di spingerla verso le stelle sul tappeto volante di un’altalena o rincorrerla tra i prati senza che l’ingombrante fardello dell’ossigeno curvasse la schiena ad uncino: perché in fondo la monotonia del quotidiano è la conquista più faticosa ed appagante da ottenere. Adesso lo capisco. Dopo queste tue parole non abbiamo aggiunto altro. Non c’era altro da aggiungere, se non un incrocio di sguardi vacui, la carezza di una lacrima a sciogliere il salino delle palpebre ed una pressione sul pulsante della morfina per alleviare le fitte di quel laconico, ultimo arrivederci.

Ora tutt’intorno è buio pesto. Brancolo in un rifugio di scartoffie e preziosi arredi che non scalda, non conforta, non ripara. Adocchio il quadro appeso tra un arazzo di broccato e l’ostentazione di un magna cum laude: dalla cornice si affacciano la marmitta del mio SR truccato, lo spavaldo ciuffo rame di Enrico, il riflesso dei Ray Ban a goccia di Davide N., la giubba in stile Maverick indossata da Davide L.. Mi imbatto nel tuo sorriso scanzonato per il brio delle sedici primavere, che ipnotizza come riesce al cielo terso con la corolla del girasole. Tremo più di un bimbo disorientato nel regno degli orchi: le prospettive variano, gli orizzonti si annebbiano, il vuoto a perdere del senso di colpa trabocca. La pece del dolore liquefà il petto. E mi rendo conto che senza te, amico mio, per noi Ragazzi Perduti una Stagione all’Inferno è appena iniziata.

40 commenti »

  1. Lorenzo, bellissimo tenero toccante racconto, con delle metafore meravigliose. Ho ripensato ai ragazzi di Stand by me e a quanto sia difficile crescere, vivere e morire. Sei bravo a scrivere quanto lo sei a leggere i testi non tuoi.

  2. Una sarabanda d’immagini, colori, suoni, da cui zampillano le emozioni calde e urgenti dell’adolescenza. Suggestioni da pop art, mi viene in mente Keith Haring, ma anche la tenerezza senza retorica che abbraccia il dolore di crescere. Bello 🙂

  3. Lorenzo, mamma mia ma quanto sei bravo!! Non ho parole! Tu invece le hai tutte e sono tutte giuste, come note nello spartito.
    Scrivi in modo fantastico, crei storie, emozioni, con il tuo consueto swing, blues o rock, dai ritmo e vita ai personaggi lì accompagni e li sostieni.
    Ma c’è di più Lorenzo, sei un raro esempio di scrittore-lettore, e credimi, non è cosa da tutti. I tuoi commenti sono sempre profondi e colgono il punto, si il punto è solo quello che ti fa capire che hai capito. Grazie

  4. Meraviglioso racconto, stile raffinato e avvolgente, attraverso il quale fai scivolare il lettore nella tortuosa spirale della vita. complimenti!

  5. Paola,

    tu dici di me, ma anche i tuoi commenti sono da far accapponare la pelle.

    Con il richiamo a Stand by me, poi, mi hai fatto un regalo bellissimo.

    Tra l’altro, nella versione cinematografica Kiefer Sutherland ricopriva il ruolo di coprotagonista: proprio come in Ragazzi Perduti. Guarda i casi della vita :-).

    Ti ringrazio tantissimo.

  6. Bellissimo finale. Se posso permettermi una piccola critica: a volte le metafore sono superflue (nella parte iniziale e centrale), ma è soltanto una mia impressione… alla fine l’ho letto d’un fiato. Bravo e tanti auguri.

  7. Lorenzo,

    Garzarelli,

    sto cercando di imitare il tuo modo, irriproducibile, di commentare. Vorrei essere contagiata dalla Lorenzite, un potente virus, dal quale già altri commentatori sono affetti, e che è molto contagioso perché sono convinta che l’atmosfera rilassata e di estremo rispetto sia anche responsabilità tua che te ne sei andato in giro per il sito avendo innumerevoli contatti e dispensando commenti con una bontà d’animo disarmante.

    Ora penserai che sto commentando il commentatore perché il racconto non mi piace. E invece no!

    Trovo che con il tuo stile personalissimo tu abbia volontariamente iniziato il racconto con un ritmo un po’ più lento, mantenendo un ermetismo che induce domande e desiderio di risposte. Poi il ritmo accelera, come nella musica che tanto ami, ed ecco che CLAK, togli il sigillo e ne esce un caleidoscopio di emozioni, ricordi, pensieri, immagini, metafore che investono chi quel vasetto attendeva che fosse aperto. E allora tutto si svela, si capisce e si partecipa; sì, mi sono sentita partecipe. Ho avuto alcune risposte ma ci sono “perché” che capiremo più avanti, quando ritroveremo le persone care che per ora sono andati in un’altra stanza, semplicemente di là.

    Bravissimo Lorenzo, sei proprio bravo.

  8. Grazie a tutti!

    @Vincenza: il parallelismo con la pop art mi rende molto orgoglioso, anche perché adoro Haring. Sei gentilissima!

    @Gianluca: Gianluca! E adesso come replico a parole così belle? Intanto grazie per l’attestato di stima che mi hai riservato; stima che, ti assicuro, è assolutamente reciproca. Quanto alla mia “capacità di lettura”, direi che io (come tutti in questo sito) sono stato molto facilitato dall’altissima qualità dei racconti in gara. Quando un elaborato è ben scritto e congegnato, “cogliere il punto”, per dirla con parole tue, è molto più semplice. Grazie davvero.

    @Antonella: sono molto soddisfatto del tuo apprezzamento sullo stile che ho scelto: riconoscermi il merito di aver saputo coinvolgere il lettore è un complimento meraviglioso. Grazie!

    @Michele: grazie per aver apprezzato il finale ed il ritmo della narrazione. Quanto alle metafore, si tratta effettivamente di una figura retorica di cui faccio largo uso. Nei prossimi racconti terró a mente il tuo prezioso consiglio per cercare di calibrarla al meglio questa scelta stilistica. Grazie per il commento e per l’attenta lettura.

  9. Scusate il refuso (“calibrarla” invece di “calibrare”) :-)!

  10. Ciao Lorenzo, voglio farti i complimenti anch’io per questo tuo racconto che mi ha catapultato negli anni ’90 evocando ricordi sopiti. Il tuo stile personalissimo, che avevo già apprezzato negli altri due racconti, trova qui una sintesi, mi pare. Insomma un bellissimo racconto.
    Approfitto, sulla scia di Marcella, per ringraziarti per i tuoi commenti agli altri racconti che mi hanno accompagnata in questo viaggio collettivo tra scrittura e lettura. Credo che la tua sensibilità di lettore si rispecchi nella tua prosa. Un caro saluto e grazie ancora!

  11. Trovo che le descrizioni dei personaggi e delle scene ti fanno sentire l’atmosfera anni 90 in cui si svolge la storia inizialmente, i riferimenti sono azzeccatissimi! Il dramma finale anche è descritto in modo affatto scontato, con espressioni ben calcolate. Complimenti per l’uso che fai delle parole, bellissimo racconto!

  12. Carissimo amico mio Lorenzo, sono Salvatore Vitale.
    Stasera, con calma, ho riletto questo tuo racconto. Ti esprimo quello che mi ha “comunicato.
    Si tratta di un racconto scritto in modo moderno, “giovanile” “figlio” della vostra generazione, più giovane, sicuramente della mia.
    Ma, devo dire , che anch’io mi ci ritrovo appieno, perché , senza ombra di dubbio, abbiamo “creduto” e “Lottato” per un’ “IDEA”,un IDEALE, quale che sia.
    Il tuo racconto non è melenso, al contrario, è duro, realistico e, soprattutto non “cade” nel sentimentalismo.
    Io l’inglese lo mastico poco,ma leggendo , ho capìto il prologo iniziale.
    Caro amico mio Lorenzo, confermi , a te stesso , di essere uno scrittore, non perché sei un professionista, ma perché scrivi con il “Cuore” e con l'”Anima”-
    Arrisentirci, Salvatore Vitale. Ciao

  13. Grazie!

    @Marcella: se a te farebbe piacere essere contagiata dalla “Lorenzite”, io vorrei essere affetto da “Marcellite” :-). Ti spiego perché. La tua recensione sul racconto è PERFETTA! Sono onorato! Il testo, infatti, si compone di due tronconi: uno (prima e seconda parte) che veleggia nel “mare calmo” dell’adolescenza, scandito da una prosa contenuta; un secondo (terza parte), che si confronta con la disillusione della maturità, caratterizzato da un ritmo più serrato e, passami il termine, “soffocante”. Perciò grazie, grazie davvero, dei complimenti e di avermi dedicato anche solo una piccola parte della tua indiscutibile capacità critica.

    @Ivana: con tutti questi complimenti mi fate arrossire. Sono io che ringrazio te, come tutti gli altri magnifici “compagni di viaggio”, per avermi dato l’occasione di conoscere una realtà di vita, ancora prima che di scrittura, così variegata, affascinante e stimolante.

    @Ambra: in effetti chi ha vissuto gli anni ’90 non può che essere rimasto marchiato dal loro fuoco. Sono veramente felice di averti fatto rivivere, anche solo per un attimo, la loro inimitabile atmosfera.

    @Salvatore: Salvatore! Amico mio!!! E’ sempre un onore leggere i tuoi commenti, che rappresentano per me una grande fonte di stimolo. Ti mando un fortissimo abbraccio. A presto!

  14. leggendo il tuo racconto ho risentito nelle orecchie le chitarre distorte dei Nirvana, le fughe di notte e l’eco dei segreti antichi della giovinezza. Quella brutta e rapace, quella fumosa e fuori controllo che abbiamo vissuto noi, prima dell’avvento del nuovo millennio.

  15. Ciao Lorenzo,

    Mi piace molto l’intertestualità del racconto. Una strizzatina d’occhio anche quella del personaggio che va via (come Rimbaud in Africa?).

    Ho una sola domanda. Dal tuo punto di vista, in questa frase, a livello esterno, parla Rimbaud o Verlaine?

    “Che errore madornale dare l’impressione di essere pronti per la vita.

    Qualsiasi cosa essa sia”

  16. Bellissimo racconto, pieno di suggestioni, immagini, ricordi ed emozioni. Denso e lieve allo stesso tempo, commovente senza essere melenso.
    Ho apprezzato molto anche lo stile, elaborato ma mai artefatto. Complimenti Lorenzo, un lavoro davvero notevole!

  17. Grazie Chiara, Antonio e Sara!

    @Chiara: in effetti quelle maledette chitarre distorte ci hanno reso tutti un po’ più ribelli, volenti o nolenti :-)! Grazie mille per il tuo apprezzamento.

    @Antonio: intanto non sai quanto piacere mi faccia che qualcuno abbia notato l’assonanza tra il titolo del racconto e la famosa opera di Rimbaud. Ovviamente si tratta solo di un innocente gioco di parole; lungi da me lo scomodare un simile genio della metrica. Per risponderti, vedrei bene la frase sia pronunciata sia da Rimbaud (data la sua “teoria della veggenza”), che da Verlaine (vista la vena malinconica spesso ricorrente nei suoi testi). Ai posteri l’ardua sentenza :-). Grazie ancora!

    @Sara: sei gentilissima! E mi fa veramente piacere che il risultato non sia melenso: ti assicuro che, scrivendo, temevo una cosa simile. Grazie davvero!

  18. Lo stile generale del racconto è ricco e denso di immagini e oggetti. Ma la frase che ne delinea e riassume il senso (già evidenziata da altri commenti prima di questo: “Che errore madornale dare l’impressione di essere pronti per la vita. Qualsiasi cosa essa sia”) si evidenzia secca e isolata nel flusso dei ricordi, come un’incisione. Un contrasto ricco di significati, che ho molto apprezzato.

  19. Caro Lorenzo, appena ho letto il titolo del racconto ho deciso che avrei dovuto leggerlo a tutti i costi. Infatti sono alla fine del quinto anno del Liceo Linguistico e conosco, anche se non in modo approfondito, “Une saison en enfer” di Rimbaud. Tra l’altro ho notato che in un commento hai risposto ad Antonio che ha notato la corrispondenza tra il titolo e l’autore francese. Quanto al racconto lo trovo magnifico. Adoro il tuo stile che dona importanza ad ogni parola e trovo bellissime le metafore che utilizzi. Grazie a te ho finalmente creato un’immagine chiara degli anni ’90, che io non ho vissuto (essendo del 1998), ma di cui ho molto sentito parlare. In bocca al lupo

  20. Grazie Riccardo e Aurora!

    @Riccardo: sei stato acutissimo: hai colto in pieno una delle chiavi di lettura, forse la più importante, del racconto. Grazie mille.

    @Aurora: Non so se sei stata più fortunata o sfortunata a non vivere gli anni ’90 :-)!!! Scherzi a parte, é un sollievo vedere che in quinta superiore esistono ancora (rari) esempi di amanti della letteratura; quella francese, per di più, è affascinantissima. Grazie per le tue parole.

  21. Lorenzo… che bello leggere del Bar Coppini (intendi quello in centro, vero?)

    L’idea generale del racconto e’ ottima. Personalmente ho apprezzato molto la prima parte, carica ma ruvida. L’ultima parte invece l'”asciugherei” un po’: sei bravo con le parole ma forse la profusione di aggettivi mi ha un po’ distolto dal naturale srotolarsi del racconto.

    Comunque, come ho detto, bellissima l’idea. I ricordi di noi ragazzini scavezzacollo, se ben scritti, hanno un fascino incalcolabile.

    In bocca al lupo!

  22. Ombretta,

    che fortuna trovare qualcuno delle mie parti!

    Se nel centro di Prato includi anche Via Bologna, direi che si tratta proprio del Bar Coppini a cui ti riferisci.

    In ogni caso, poco conta: ogni “scavezzacollo” che si rispetti ha un proprio, personale Bar Coppini :-).

    Grazie e crepi il lupo!

  23. “Tremo più di un bimbo disorientato nel regno degli orchi: le prospettive variano, gli orizzonti si annebbiano, il vuoto a perdere del senso di colpa trabocca. La pece del dolore liquefà il petto. E mi rendo conto che senza te, amico mio, per noi Ragazzi Perduti una Stagione all’Inferno è appena iniziata.” Ho apprezzato molto il tuo racconto, tanto da “caderci dentro” , hai saputo, e purtroppo parlo per esperienza, dipanare le tante emozioni anche contraddittorie che si scatenano nel momento in cui si perde un amico e si diventa consapevoli di aver perso la “leggerezza” della nostra infanzia. Veramente bello questo racconto.

  24. Caro Lorenzo, ho aspettato un po’ prima di leggere questo racconto, perché, subito colpita dal titolo, volevo farlo con calma.

    Il commento che ti avevo precedentemente lasciato non rende giustizia (mi accorgo) all’impressione che la tua scrittura mi ha lasciato. Trovo che “Il silenzio della chitarra” sia forse ancora più riuscito, sul piano drammatico e nel controllo del linguaggio: ma quel che conta è che – ovunque – tu possiedi il dono raro dell’immediatezza, del parlare “al cuore”. E poi, trasmetti sempre significati importanti, che intercettano l’esperienza e gli interrogativi di ognuno di noi: anche questa, credo, è una virtù non da tutti!
    Passando a questa storia. L’ambientazione negli anni ’90 mi suscita solo ricordi sfocatissimi, ma l’ho molto apprezzata. E in ogni caso, la sospensione fra un “accingersi alla vita” e il momento in cui questa vita si spegne (che cosa ci sarà stato in mezzo?…) è un tema profondamente poetico e suggestivo, a prescindere dal contesto.
    Nel raccontare la vicenda, un altro autore sarebbe forse caduto in uno stile secco e hard-boiled; a maggior ragione mi è piaciuto, invece, il tuo insistere sulla complessità della lingua, con metafore ricche ma sempre sincere.

    Insomma, complimenti davvero Lorenzo, e un grande “in bocca al lupo”!!

    PS: se ogni tanto mi permetto qualche sottigliezza nel commentare, lo faccio unicamente per abitudine alla lettura, non certo per presunzione di competenza 🙂

  25. Bellissimo racconto Lorenzo, di quelli dove a parlare sono i sentimenti. L’adolescenza che ci rimane dentro e che capiamo solo dopo, quando è tardi. Inoltre il tutto è impreziosito da una scrittura assolutamente matura, che permette di godere appieno delle immagini che si susseguono evocative. L’avessi scritto io, forse avrei evitato il prologo sciogliendolo in “fine estate 1994” ma questo l’hai scritto tu… ed è un’altra cosa. Complimenti davvero.

  26. Grazie Anna Rosa, Giada e Massimiliano!

    @Anna Rosa: come darti torto? Senza scadere nello scontato, è proprio vero che certe perdite portano via anche una parte di noi. Sono felice che tu sia rimasta coinvolta dal racconto. Grazie mille.

    @Giada: a scanso di equivoci: leggo sempre con partecipazione ogni tuo commento, che trovo professionale, profondo ed indubbiamente umile. Insomma, non temere, le tue parole non rivelano mai una “presunzione di competenza”, ma solo una grande, grandissima passione per la scrittura e la lettura. Quindi grazie, grazie davvero per aver apprezzato il racconto, crepi ed in bocca al lupo anche a te!

    @Massimiliano: parole sante le tue: si è sempre in ritardo nel comprendere la magia dell’adolescenza. Si può solo sperare che il risveglio nella realtà non sia troppo brusco. Grazie per le bellissime parole.

  27. Veramente stupendo: “le prospettive variano, gli orizzonti si annebbiano” interpreta perfettamente il senso di smarrimento lasciato da un amico che se ne va troppo presto… è sempre troppo presto. Complimenti!

  28. Maurizio,

    é e sarà sempre troppo presto, hai assolutamente ragione.

    Grazie per lo splendido commento.

  29. Un linguaggio incisivo per descrivere il ricordo dell’ universo adolescenziale
    e il passaggio delicato verso la maturità. Un racconto che avvince il lettore
    in un crescendo di sensazioni . Emozionante l’epilogo dell storia, di forti valori racchiusi
    in una vera , profonda amicizia. Bravo, complimenti !

  30. Beh! Mi hai fatta rimpiangere di non far parte della vostra metà del cielo: bellissima gioventù, matta e spericolata, che incede con passi da padrona. E tu la racconti con uno stile levigato ed elegante. Uno lessico talmente prezioso e attento al particolare che fonde anche la discontinuità temporale sulla quale si snoda il racconto e la trascende. Complimenti Lorenzo!

  31. Grazia,

    mi fa molto piacere che tu abbia apprezzato.

    Grazie mille!

  32. Simona,

    anche se “non hai fatto parte della nostra metà del cielo”, sono convinto che la tua sia stata altrettanto appagante: in qualsiasi tempo, la spensieratezza della gioventù è ineguagliabile!

    Grazie per aver apprezzato il racconto e per i bei complimenti che mi hai riservato sullo stile.

  33. Complimenti per lo stile e per il linguaggio, un racconto che si divora e che lascia storditi il giusto. Bello!!

  34. Elisa,

    sono felice che tu abbia “divorato” il racconto, mi dà grande soddisfazione!

    Grazie mille!!!

  35. Il meglio è già stato detto tutto. Sono arrivato tardi a leggere di questa stagione all’inferno appena iniziata. Il massimo dei complimenti può essere non avere parole? Grazie Lorenzo 🙂

  36. Ugo,

    “non avere parole” non solo è il massimo dei complimenti, ma anche il più gradito. 🙂

    Grazie mille davvero.

  37. Davvero bello questo racconto, pieno di temi leopardiani! “Come passata sei, Cara compagna dell’età mia nova, Mia lacrimata speme!”.
    Conosco i luoghi di cui parli e sono rappresentati davvero con efficacia.

  38. Grazie mille Alberto!

    Bella questa reunion di Toscani :-).

  39. O come feci a unlegge sto popò di capolavoro ai su’ tempi? Boh, doeho esse proprio rincoglionita oh yeahhh! Ganzo! Pe i’caldo comunque Firenze gli è più carda .

  40. Laura!

    Vedo solo ora il tuo commento.

    Sei sempre troppo buona con me: grazie!

    E sì, “pe’ì cardo” voi fiorentini siete messi molto peggio di noi pratesi!!! 🙂

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