Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVII edizione 2018

Premio Racconti nella Rete 2016 “Bambola” di Giulia Pedonese

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2016

Arrivò al campo una mattina che pioveva. Camminava strano, con il passo di chi non ha casa e non gliene importa più di tanto, e aveva gli occhi di un altro pianeta. Per la curiosa inerzia della gente, fu subito nota come Bambola.

La sistemarono in una tenda alla bell’e meglio, da sola, perché nessuno aveva chiesto di lei e lei non chiese la compagnia di nessuno. Aveva con sé soltanto una bambola col vestitino pulito e netto, scampato al diluvio, le lentiggini dipinte sul viso e un paio di trecce di lana marrone. A guardarla bene, sotto il nasino a punta, sbucava l’ombra di una bocca rosa che lei si divertiva ad aprire e chiudere come per fargli il solletico.

-Non sei un po’ grande per queste cose?
-Quali cose?
Aveva guardato l’impiegata dell’anagrafe con una lucidità allarmante. Attraverso i suoi sapienti occhiali la vecchia pensò che, di tutte le stranezze che le sfilavano davanti, una ragazza di al massimo sedici anni con una bambola di pezza, in fondo, non era la peggiore.
-Hai parenti, amici, conoscenti?
-No.
-Bagagli?
-No.
Compilando la scheda, la matita a un tratto si spuntò. L’impiegata, che in un altro momento avrebbe lanciato improperi dell’altro secolo, fissò il foglio dove un attimo prima c’era la riga continua e fluida del lapis; le tornò in mente la treccia di una bambola e il vestito a pois con la mantella rossa con tanto di cestino: la cappuccetto rosso di quando aveva quattro anni e che una mattina, svegliandosi, non trovò più. Corse difilato dalla mamma, che rispose tranquillamente ‘l’ho buttata. Te ne farò un’altra’. Si riscosse, guardò la ragazza con un accenno di tenerezza e si accorse che aveva gli occhi di un altro pianeta. Poi domandò:
-nome?
-Lily.
-Anni?
-Ventuno.

L’impiegata dell’anagrafe si bloccò ancora, ma la matita stavolta non si era spezzata. Fulminò Lily con lo sguardo e cancellò i suoi occhi di un altro pianeta. Posò la matita con tutta calma e con una mano sola, a cinque dita, distrusse il modulo di assegnazione mentre diceva un -si accomodi – pieno di stizza. I presenti si domandarono cosa avesse potuto fare di così grave una ragazza di al massimo sedici anni all’impiegata dell’anagrafe, che si era addirittura alzata per indicarle l’uscita.

Senza fare una piega, Lily se ne andò. La vecchia tornò a sedersi sul suo scanno come sessantacinque anni prima si era seduta sul letto ad aspettare, ma l’altra bambola non era arrivata, né il giorno dopo, né mai.

Così si era beccata la tenda e il nome di Bambola, anche se non pareva farci caso. Si aggirava tra le baracche tenute su da fascette di plastica, cercando di cacciare qualche topo per la cena. Ogni giorno passava un camion carico di cibo liofilizzato e se ne andava la sera carico di immondizia. Ogni tanto il camionista si affacciava dal finestrino gridando: -Bambola!- mentre il camion sterzava lungo la via del bosco, spruzzando di fango la sua tenda.

Lily non ci badava. Il suo carattere serio e la sua stirpe nordica l’avevano abituata a ben altri freddi che non fossero le occhiate di un’umanità ostile. Veniva dall’est e viaggiava da sola. Il diluvio l’aveva trovata sulla via di casa, quando da lontano si poteva già vedere la Manica. Aveva perso tutto: le calze di ricambio, il vestito buono, lo zaino e il bollitore, ma, in fondo, aveva preso l’imprevisto come l’opportunità di vedere un pezzo di mondo sconosciuto e che le ricordava tanto i campeggi estivi. Anche lì c’erano baracche e tende e bambini che si lavavano nudi nei secchi, e panni stesi ad asciugare prima che fossero del tutto puliti, per non consumare troppo il sapone di marsiglia. Anche allora aveva la sua bambola e la vestiva con la sua coperta, la sera, davanti al fuoco, quando il cibo non mancava e si arrostivano i marshmallow.

Poi, una sera, mentre era di ritorno alla sua tenda con tre furasacchi legati per la coda, Lily sentì un sasso rimbalzare sulla lamiera. Si fermò e vide l’ombra del camion dei rifornimenti dietro i primi alberi del boschetto. Riprese a camminare. Un altro sassolino rimbalzò sulla baracca di destra, senza che la consueta nuvola di bambini volasse tra le pozzanghere, nell’ultimo gioco della sera. Sapeva di non doversi voltare. La tela blu del camion ormai riluceva tra i rami secchi e le incandescenze del crepuscolo. Impercettibilmente, Lily portò una mano dietro la schiena e strinse un piedino della bambola, che teneva legata alla cintura come le maman africane si portano nei campi, sotto il sole subsahariano, i loro bambini color del buio.

-Portatela, Mark, potrebbe farti il woodoo.

-Le bambole woodoo somigliano alle vittime, imbecille!

-Appunto, vedi come ti stanno le trecce!

-Prendi quei topi che ti ha lanciato sul muso, piuttosto, che sono buoni.

-Dai su, muoviti che ci hanno sentito…

-Tanto meglio. Noi portiamo a questa gente del cibo e puliamo via la loro merda. Scommetto che se anche quelli dell’amministrazione lo sapessero, ci darebbero ragione. Ce n’è da metter su un bel traffico di puttane.

-Scherzi? Quella della terza divisione ha messo su casa che è un gioiello, è riuscita anche a coltivare fiori. Te la sbatti un paio di volte e ci fa da mezzana.

-Sicuro come l’oro- disse Mark tirandosi su i pantaloni.

-Questa la prendo io. E tu, tesoro, cresci.

Uscirono, sputando in terra. Tornando verso la città, Mark lasciò il suo amico all’angolo tra la strada sterrata e l’inizio dei primi ruderi. Percorse un lungo rettilineo, svoltò sotto un cavalcavia da cui pendevano braccia di borragine e parcheggiò. Una volta a casa, Christie, la sua bambina, fu felicissima della bambola e la tenne stretta per tutta la cena. Poi se la portò nel letto e, il giorno dopo, a scuola.

Fu sorpresa, tornando a casa, che un amico di suo padre le offrisse un passaggio. Non lo aveva mai visto prima, ma le aveva suonato il clacson e aveva sorriso come se la conoscesse. Aprendo la portiera, l’aveva invitata a salire e aveva gridato:

-Bambola!

 

3 commenti »

  1. Probabilmente Sì, chi conosce la cattiveria degli uomini non può che avere occhi di un altro pianeta. Bello, tante cose delineate in pochi tratti,l’ho dovuto rileggere per raddrizzare la trama nella mia mente ma poi mi è apparso nella sua cruda realtà.

  2. Questo secondo me è un racconto vero. Vero nel senso che non si limita ad una descrizione di ambienti e pochi fatti messi in croce, no, ha una trama, dialoghi. Tiene viva la curiosità dall’inizio alla fine.
    Uno dei piu belli che ho letto fino ad ora.
    Complmenti

  3. […] Racconto in concorso per Racconti nella Rete 2016 […]

Lascia un commento

Devi essere registrato per lasciare un commento.