Racconti nella Rete®

20° Premio letterario Racconti nella Rete 2020/21

Premio Racconti nella Rete 2013 “Insomnia” di Annamaria Vargiù

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2013

Gli occhi aperti fissavano il raggio di luce che, attraversando i forellini della persiana, si trasformava in mille bolle gialle sul soffitto. Quelle bolle rallegravano l’atmosfera livida da obitorio  creata dalla luce notturna fissata sulla porta d’ingresso.

Eternamente accesa.

Ormai aveva rinunciato da tempo a rigirarsi nel letto nel tentativo di trovare una posizione migliore che le conciliasse il sonno. Restava immobile, supina con gli occhi fissi al soffitto come un cadavere  a cui Atropo, la più crudele o dolce delle Parche, aveva reciso il filo della vita in un momento di stupore.

Quando era cominciata? Non ne aveva memoria. Da sempre.

Da bambina i racconti di sua madre sulla guerra appena passata, le creavano incubi dai quali si risvegliava terrorizzata e la sua camera si riempiva dei cadaveri ammassati sui carretti dopo un bombardamento. Dietro la porta poi, erano appostati crudeli soldati tedeschi pronti a irrompere per strapparla dal letto, portarla via e rinchiuderla in uno spaventoso campo di concentramento.

La luce del mattino la trovava così, inchiodata nel lettino con lo sguardo fisso sulla porta.

Il sei già sveglia? della madre era diventato una consuetudine senza risposta.

Altre volte, quando la guerra le dichiarava un armistizio, erano le urla della madre che aggrediva suo padre in preda  a uno dei soliti violenti attacchi di gelosia, che la paralizzavano. Allora niente cadaveri e soldati, ma sadiche matrigne che, come aveva sentito raccontare dalle compagne di scuola, si divertivano a torturare le figliastre con sistemi atroci e disgustosi. In classe era uno degli argomenti splatter preferiti dalle bambine, che si impegnavano a inventare sempre nuove forme di tortura per malcapitati orfani e figli abbandonati dalle madri.

Scarafaggi infilati su per i nasini innocenti, cantine buie e piene di topi popolavano allora le sue notti.

Altre volte a lasciarla sveglia era il brontolio dello stomaco rimasto vuoto perché mammina per punire il  presunto tradimento del marito, invece di urlare aveva buttato la cena nella spazzatura.

Qualche volta però mamma e papà passavano per la camera a controllare se stesse bene e vedendola ancora sveglia, cercavano di consolarla abbracciandola e cantandole una ninna nanna a cui, ancora adesso, non poteva pensare senza che le venisse da piangere.

E nonna nonna nunnarella

O lupo s’ha mangiata a pecorella

Ohi pecorella mia come faciste

Quanno ‘mocca a lu lupo te vedisti?

Chiudeva gli occhi, in preda alla tristezza più totale e lacrime silenziose le rigavano il volto. Fingeva di dormire per non vedere più la pecorella sbranata dal lupo.  Ma la domanda continuava a tormentarla, come si era sentita la pecorella in bocca al lupo?

Sola, disperata, abbandonata.

Arrivò il momento della prima comunione e finalmente le notti si popolarono di vestiti bianchi tutti pizzo e merletto, di confetti, bomboniere e regali fantastici. Rimaneva sveglia per ore a immaginare il modello che le piaceva di più, la coroncina da principessa sulla sua testolina che finalmente avrebbe sentito le mani del parrucchiere per farle boccoli e ricci, e non per tagliarle i capelli infestati dai pidocchi presi a scuola o diventati troppo lunghi per essere pettinati con facilità dalla madre.

Durò poco.

Seppe che avrebbe messo il vestito già indossato da sua sorella prima e da sua cugina poi, che la coroncina non era da principessa, ma una semplice ghirlanda di fiori bianchi di stoffa, un po’ ammaccati a furia di stare chiusi sul fondo della scatola, soffocati dal sottogonna di tela inamidata.

L’entusiasmo diminuì ma non si spense. Ricevette il colpo di grazia quando cominciò il catechismo.

I racconti delle amichette erano romanzi rosa a confronto di quelli delle dolci suorine. Le porte dell’inferno si spalancavano ogni sera nella saletta della sagrestia dove si teneva il corso per diventare bravi bambini degni dell’ostia.  Diavoli scatenati tormentavano anime che avevano osato dire bugie, rubato soldi dal borsellino della mamma, fumato sigarette di nascosto o spiato qualcuno che si spogliava. I tormenti peggiori, tutti presentati sul muro con efficaci diapositive  a colori (una rarità per l’epoca), erano però riservati a quelli che avevano osato bestemmiare o addirittura masticare l’ostia!

Da quel momento la cameretta di notte diventò un girone infernale. Quello che le procurava maggior angoscia, che le stringeva la bocca dello stomaco e le bloccava il petto togliendole il respiro era il pensiero di toccare l’ostia con i denti. Come avrebbe fatto quel giorno? Come sarebbe riuscita a ingoiare quella cialda appiccicosa che si attaccava al palato e che rischiava di soffocarla ogni volta che faceva le prove con quelle non benedette?

Fu un periodo di terrore che quasi oscurò quello nazista.

Il giorno tanto atteso con tenaci e orrende notti di veglia arrivò e tutti scambiarono il suo panico per emozione mistica. Quando il prete le avvicinò sadicamente l’ostia alla bocca temette di svenire ma si fece forza e,  abbassata la testa, nascose il volto tra le mani, si concentrò e ingoiò tra mille difficoltà e acrobazie della lingua il temuto disco bianco.  Tutti l’ammirarono per il raccoglimento nella preghiera  e la serietà, inusuali in una bambina della sua età.

Per poter sopravvivere all’ Ade creò uno stratagemma. Le avevano detto che la Madonna è una madre buona e pietosa e che la sua intercessione faceva perdonare anche peccati gravi, allora la sera, quando gli occhi non volevano saperne di chiudersi, immaginava di essere presa tra le braccia e cullata da quella madre che non raccontava storie di guerra né cantava ninna nanne paurose. Si rasserenava e riusciva a chiudere gli occhi per qualche ora stretta in quell’abbraccio immaginario.

Finalmente arrivò l’adolescenza e le notti furono dedicate a sogni ad occhi aperti di amori e principi azzurri.  Nella buia solitudine attori bellissimi le facevano una corte sfrenata, calciatori famosi le dedicavano il gol vincente, cantanti dalle voci suadenti scrivevano canzoni d’amore per lei.

Erano fantasie che le procuravano uno stato di grazia, le dipingevano il sorriso sul volto e causavano un piacevole batticuore.

Poi arrivò il suo principe azzurro.

Fu il periodo insonne più turbolento della sua vita. Gli ormoni contribuivano a creare agitazione e, unendosi alla fantasia, davano vita a notti peccaminose. Di tanto in tanto qualche diavolo veniva a punire le oscenità immaginarie, ma ormai non le faceva più paura. Aveva smesso di credere a demoni e madri consolatrici.

Credeva però ancora nell’amore, nella tenerezza.

Sognava notti abbracciata serena al suo uomo, addormentata dopo l’amplesso con la testa appoggiata nell’incavo della sua spalla. Occhi chiusi e sonno senza sogni, libero, ristoratore, rinvigorente.

Capì presto che neanche i sogni belli si avverano, come nessun nazista aveva mai sfondato la sua porta, neanche nessun abbraccio di tenerezza era arrivato dopo l’amplesso. Un bacio sfuggente e la schiena voltata, poi un sonno pesante come il respiro. Non il suo naturalmente, ma quello del suo principe azzurro.

Si scoprì incinta. Fu un momento di pura felicità.

La gravidanza non le fece mancare neanche uno dei suoi disturbi. Nausea, vomito, voglia continua di urinare, pesantezza di stomaco, di gambe, di testa…di tutto le fecero buona compagnia nelle lunghe notti dei nove lunghissimi mesi.

Ma arrivò la gioia del bambino: tutto sua madre! La notte piangeva come un forsennato e di giorno riposava beato, lei però non poteva riposare di giorno, va bene non potevano somigliarsi in tutto!

Il tempo passò e il respiro pesante del marito si trasformò in un possente russare.

Ben presto si decise  a non rimare ad ascoltare quei sospiri profondi, quelle sinfonie da trattore a scoppio che le comunicavano il ristoro di un altro, allora cominciò ad alzarsi nel cuore della notte, ad andare nel soggiorno e a sopportare immagini grigiastre che uscivano semimute dallo schermo.

Decise che era meglio leggere e allora passò finalmente notti in compagnia di persone interessanti e ora decideva lei se dovevano farle paura, farla piangere o volare. Esplorò terre lontane, volò su draghi e thestral, abbracciò pirati e sentì la morte raccontare in prima persona, conobbe addirittura un amico immaginario che aveva salvato il suo bambino creatore, da un rapitore.

Furono notti insonni bellissime. Quando la luce del giorno arrivava ne era infastidita, doveva lasciare il suo mondo di carta per rientrare in quello reale più deludente e più crudele di  Vlad, lui almeno era diventato vampiro per amore della sua Elisabeta. Vagava di notte come lei in cerca di amore e di vita, non era diventato un indifferente, banale omuncolo appagato da una birra e dalla partita della squadra del cuore.

Il figlio ormai adulto le aveva fatto il regalo più bello della sua vita, un lettore di libri digitali.  Leggero, facile da usare e da poter riempire con una biblioteca intera. Ora la notte con il suo silenzio e le lunghe ore di solitudine era il momento più atteso  della giornata.

Una notte, mentre era in compagnia di Rieux e Castel che stavano scoprendo che le morti a Orano erano dovute alla peste, si sentì male. Pensò di essere diventata ipocondriaca, di farsi influenzare dall’argomento del libro di Camus, ma all’improvviso tutto scomparve e precipitò nel nulla. Quando riemerse si accorse di non poter muovere il braccio destro e di non poter esprimersi come voleva. Le parole venivano formulate nel suo pensiero, ma ne uscivano scomposte e sminuzzate come carne da un tritatutto. Il figlio le disse che aveva “dormito” due giorni di seguito, le chiese anche se fosse contenta di aver recuperato il sonno perduto. Chissà perché tutti si sentono in dovere di fare gli spiritosi con chi sta male, come se la leggerezza delle parole alleggerisse anche la malattia, non immaginano che nei momenti bui si vorrebbe solo accoglienza e comprensione, invece no, battute sceme per sdrammatizzare.

Avrebbe voluto rispondergli che non se n’era accorta, che quel sonno era uguale al nulla, un abisso nero senza fondo e senza memoria, che non era di quel sonno che aveva bisogno, ma ci rinunciò scoraggiata dall’umorismo idiota che la circondava e dalla difficoltà di fare andare d’accordo le lettere delle parole.

Rinunciò a provare a parlare, e ovviamente con la sensibilità che contraddistingue i familiari degli ammalati, i suoi decisero anche che non era più in grado di leggere, perché se non poteva pronunciare le parole sicuramente non aveva neanche  la capacità di riconoscerle su una pagina.

Naturalmente non era così, ma non poteva comunicarlo.

Per il suo bene fu messa in una casa di riposo, dove si potevano prendere cura di lei ventiquattro ore su ventiquattro , scoprì presto che era veramente così.

Sorvegliata a vista, anche la notte.

L’avevano messa in una stanza con un’altra madre di figli amorevoli che volevano fosse seguita anche lei ventiquattro ore su ventiquattro e che ne passava 12 a russare come una sega elettrica col singhiozzo. Quando qualche notte, aveva tentato di alzarsi per andare nel soggiorno e sottrarsi alla tortura, era stata subito riacciuffata dall’infermiera e riaccompagnata a letto.

Era riuscita a impadronirsi di una rivista di gossip e a portarsela in camera, gliel’avevano permesso pensando che le fotografie potessero essere uno stimolo per esercitarsi a parlare.

Qualche volta,nel buio livido, era riuscita ad alzarsi dal letto e ad andare in bagno così, seduta sul water, leggeva di modelle, attricette e calciatori. Dopo un mese però sapeva a memoria tutti gli articoli.

Rinunciò ad alzarsi.

Prese a girarsi e a rigirarsi nel letto in cerca di una posizione che l’aiutasse, ma non la trovò.

E ora era lì a guardare le bolle gialle di luce sul soffitto, mentre la sega elettrica sul letto accanto continuava a ronzare.

In fondo alla stanza vide tre figure di donna, diafane, una era intenta a filare, un’altra avvolgeva sul fuso quel filo un po’ rozzo e  l’ultima era pronta con un paio di forbici.

Allora capì, ecco perché tutta la sua vita le era apparsa in quel momento, anzi tutte le sue notti le si erano presentate. Sorrise rivolta a quelle donne, solo  la terza la guardò e ricambiò poi alzò le forbici e in un attimo tagliò il filo.

Finalmente chiuse gli occhi e si addormentò.

 

22 commenti »

  1. Un racconto molto bello, che si legge tutto d’un fiato. Complimenti. Si dice che le notti insonni sono quelle che si ricordano di più….che vita! Poetico il finale.
    Silvia

  2. Racconto insieme triste e poetico, dove la lettura è una via di fuga da una vita insonne. Ben definito il personaggio della protagonista, meno gli altri (sopratutto marito e figlio) .
    Ora vado a leggere qualcosa…

  3. Complimenti ad Annamaria per la pubblicazione di questo suo bel racconto.
    Si legge d’un fiato e ti conduce per mano attraverso l’esistenza della protagonista che è alla continua ricerca di un pò di luce. Ma come accade spesso ci si scontra con la realtà e allora si è spinti a crearsi un posticino tutto nostro dove rifugiarsi.
    E il tutto è raccontato in maniera così lieve, delicata e struggente.

  4. Grazie a Silvia e Sabrina per aver letto e commentato. Per Sabrina gli altri personaggi sono “ombre” nella notte, per questo motivo non caratterizzati.

  5. Veramente da brivido, un racconto tristissimo dall’inizio alla fine.
    Mi hai fatto piangere. Scrivi così bene che il racconto mi è entrato nelle vene.
    Complimenti Anna! Spero di leggere tanti altri tuoi racconti!

  6. Un notturno, un incedere triste e inesorabile verso l’esito finale, verso Atropo e le sue forbici fatali. E’ come se la protagonista rielaborasse continuamente la vita reale nei suoi sogni, per capire, per svelarne i segreti . Bello il modo in cui è narrato il trascorrere del tempo e l’avvicendarsi delle età. Complimenti!

  7. Anch’io mi associo al coro degli elogi. Questo racconto mi è piaciuto molto, anche se ho trovato qualche passaggio un po’ esagerato. Ad esempio mi sembra poco credibile che , all’ora della nanna, alla bimba vengano narrate storie sugli ebrei e i campi di concentramento, per quanto la madre possa essere poca accorta. Ed anche il cateschismo, per quanto impressionante con le sue storie di demoni e supplizi (vero), non credo possa creare i traumi descritti. Però questa esagerazione non mi ha disturbatra ai fini della lettura, grazie allo stile fluido e coinvolgente e al finale bellissimo.

  8. Grazie a tutti per i commenti. @Giovanna, le storie di nazisti non venivano raccontati all’ora della nanna ma erano i racconti di una madre traumatizzata dalla guerra appena finita, per quanto riguarda il catechismo si vede che sei giovane e non hai “subito” i racconti e le immagini orribili e spaventose che ci riservavano le dolci suorine per indottrinarci (esperienza personale!)

  9. *raccontate (le storie di nazisti) Chiedo scusa per l’errore

  10. Mi trovo in accordo con Giovanna, alcuni punti sono un pò troppo enfatizzati, ma sono passaggi che rendi comunque molto agevoli grazie allo stile e al modo di concludere. Mi è piaciuto molto. Matteo

  11. Grazie, Annamaria, per “si vede che sei giovane” perché non lo sono. Ho fatto comunione e cresima insieme, pensa un po’! Il più delle volte si giocava e si disegnava. Molto all’acqua di rose, per fortuna. Comunque nanna o non nanna, trauma o non trauma, come si fa a raccontare certe cose? Che mamma sciagurata!

  12. Appena terminato: molto suggestivo e coinvolgente come tutti gli scritti di Annamaria. L’insonnia viene rappresentata in modo molto efficace sottoforma di incubo, quale veramente e’….

  13. La prima cosa che mi è venuta da pensare, in quanto soggetto affetto da insonnia patologica quanto meno dalla metà degli anni ’80, è stata: forse esiste qualche differenza di fondo tra l’insonnia maschile e quella femminile. Non ne sarei certo, ma è possibile che i demoni che vengono involontariamente evocati in certi momenti rappresentino problemi diversi per uomini e donne perché magari diversa è la natura degli oggetti delle nostre ansie, dei nostri desideri, del nostro nervosismo. In molti profili psicologici si fa sentire nei momenti di veglia involontaria il rapporto con la sorgente dell’autorità, dalla quale spesso provengono i motivi quotidiani delle più comuni e diffuse forme di insonnia. Forse negli uomini questa sorgente assume più spesso forme che hanno a che fare con il mondo del lavoro, dato che ci è stato insegnato che lì dovrebbe radicarsi la nostra identità sociale; nelle donne, forme che hanno maggiormente a che fare con la rete dei rapporti familiari, resa quasi sacra dalla nostra tradizione (ottimamente rispolverata da Annamaria nell’episodio del sacerdote che, per la solennità del suo gesto, si trasfigura agli occhi della bambina in figura mostruosa e quasi cannibalesca, dato che dal suo potere dipende l’ingresso nella comunità degli adulti per mezzo dell’ingestione di qualcosa cha rappresenta pur sempre un corpo). Ma il modo in cui il cerchio della vita si chiude nel punto in cui era iniziato ci ricorda, ricorda a noi tutti, che in fondo queste sono costruzioni sociali che lasciano il tempo che trovano, destinate ad essere soppiantate da altre con il loro carico di presunta serietà, mentre in realtà nei momenti decisivi non c’è distinzione di sesso e ognuno di noi – uomo o donna, giovane o vecchio – è heideggerianamente solo, né potrebbe essere altrimenti.

  14. Una storia molto suggestiva, la vita di una donna, i suoi sogni le sue paure. Un intreccio dove il sottile confine fra la vita e la morte viene percepito in modo quasi fisiologico, sereno, magico…e il fascino della vita e anche della morte sembra che abbellisca le emozioni, dipingendole a tinte forti, come il riso e il pianto. La storia di una donna, scritta da una donna: trapela e si legge, tra le righe, un animo sensibile e gioioso aperto alla gioia e al dolore alla tempesta e al sole. Alla vita, insomma.

  15. Un bel racconto originale: la vita di una donna attraverso gli incubi, i sogni e i desideri vissuti nelle notti insonni, partendo da quelli di bambina, sino all’ultima notte. Particolare anche i passaggi che riguardano la nascita per la passione della lettura e una chicca la filastrocca in dialetto. Non trovo questa storia assolutamente triste, anzi alterna bene realtà a fantasia ( chi ha vissuto la guerra ha tramandato ai propri figli l’arrivo dei tedeschi come un incubo e soprattutto nel passato la Prima Comunione veniva vissuto come un evento carico di attese e misticismo in effetti). Forse in alcune parti un po’ ridondante, ma nell’insieme ben scritto e d’effetto.
    Complimenti Annamaria

    marco

  16. Grazie a tutti eper i commenti lusinghieri. Marco ho letto il tuo racconto e mi accingo a commentare.

  17. L’ho letto, iersera, d’un fiato. Di nuovo stamattina lentamente. Le donne “corrono con i lupi” e le tue parole, Annamaria cara, in cor raggiano. Grazie

  18. Davvero originale, ultimo paragrafo poetico e suggestivo con la figura delle Parche già presenti all’inizio. La ninnananna napoletana della pecorella fu cantata anche a me! Ma da bambina non diedi peso al significato così tetro in effetti!

  19. I miei genitori sono emigrati in Sudamerica appena finita la guerra. Fino a quando non ho avuto diciassette anni per me l’Italia era, stando ai racconti loro, una terra antica, esotica e lontana, castigata da una storia fatta di guerre, preti ed invasioni. Per fortuna il sole e l’allegria dei tropici mi salvarono dagli incubi patiti dal tuo personaggio. Complimenti!

  20. Una vita raccontata attraverso l’insonnia, davvero un’idea originale, e sviluppata con maestria. A renderla così viva poi è soprattutto l’attenzione per i dettagli. Quella che mi ha colpito di più è la parte che descrive come si sente la protagonista dopo l’ictus (almeno credo si tratti di ictus, ma chiedo venia se sbaglio), in balia di familiari e personale sanitario, tutti con la pretesa di sapere cos’è meglio per lei, finendo così per trasformarsi in carnefici.
    Davvero intenso. I miei più sinceri complimenti, Annamaria

  21. Il racconto è la biografia di una donna dagli anni dell’infanzia alla morte. La cultura accompagna l’insonnia della protagonista o meglio la protagonista sfrutta i momenti di insonnia per erudirsi e utilizza tutti gli strumenti utili e tutte le letture possibili. Cogliamo le immagini dell’Italia con i fantasmi della guerra passata e le pratiche religiose di sempre. Nelle terre di Brianza c’era il ricordo di “Pippo” un aereo che disturbavano il sonno notturno della gente con le bombe e si registra l’alto tasso di alfabetizzazione. E’ il tempo d’inizio del ciclo delle trasmissioni “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi e la protagonista supera il maestro.
    E’ il momento dell’amore, del compagno, del figlio: le tappe della vita. Poi la malattia (la casa di riposo) e la morte. Libera nell’esprimersi, sciolta e a tratti ironica, la protagonista non ha rimpianti e si affida alla donna “pronta con le forbici.”
    Interessante.
    Ciao.
    Emanuele.

  22. Ho letto tutto quello che ha pubblicato Annamaria Vargiù ed ogni volta resto affascinata dal suo modo semplice, ma nello stesso tempo molto avvincente ed erudito di raccontare le cose. L’autrice attraverso le paure, le angoscie e le aspettative della protagonista del suo racconto ci porta a conoscenza di alcuni metodi di insegnamento che nell’immediato dopoguerra erano piuttosto comuni, ma che oggi farebbero inorridire psicologi e benpensanti. Infondere paura nei bambini dell’epoca era il sistema più semplice che genitori ed educatori avevano a disposizione per ottenere ubbidienza ed insegnare loro i valori della vita (non per esperienza personale, ma dai racconti di mia nonna, mamma e zie).
    L’autrice passa con grande abilità dalle brutture della guerra alla moderna tecnologia.
    Il messaggio che ho recepito da questo racconto è che tutti dobbiamo trovare un interesse che possa esserci di aiuto nei momenti di difficoltà e la lettura è senza dubbio uno dei migliori! Complimenti!

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