Racconti nella Rete®

Premio letterario Racconti nella Rete – XVI edizione 2017

Premio Racconti nella Rete 2013 “Sorelle” di Donatella Pisano

Categoria: Premio Racconti nella Rete 2013

Sedute allo stesso banco, riprese di fronte, lei siede alla mia sinistra e io le cingo le spalle col mio braccio. Indossiamo i grembiuli blu che ci ha cucito nonna, col colletto e il fioccone bianco. Io quarta elementare, lei terza. Portiamo entrambe i capelli lunghi ordinatamente raccolti in una coda. Il mio sguardo verso l’obbiettivo ha la solita espressione della “mammina” (sono una bambina abituata a prendersi cura della sorella minore), il suo invece ha quel guizzo sbarazzino e furbetto che purtroppo perderà negli anni. Il fotografo ci suggerisce di puntare l’indice sul libro davanti a noi ed io noto che la sua mano è piccola, fragile e le dita ancora un po’ tozze, con le unghie corte perché le rosicchia. Questo particolare mi fa provare una grande tenerezza per lei e, più che il resto, guardando la fotografia è il ricordo di questo particolare che ancora mi commuove a distanza di trent’anni.

“Sarebbe un’allieva migliore se ascoltasse le spiegazioni, invece mi zittisce ogni volta dicendo si, si, basta, ho capito, non c’è bisogno di ripetermelo, ho capito…” sta spiegando sorridendo scherzoso Maurizio, l’attuale compagno di mia sorella, mentre siamo tutti a tavola per il pranzo di Pasquetta. Si parla del mare, delle lezioni di vela e della testardaggine di Gloria. “Ma dai?” replico ironicamente, perché io lo conosco bene il problema. La sua presunzione di sapere già tutto. Oggi però mentre lui parla sto riflettendo sulle sue parole spostando l’osservazione su un piano prospettico più onesto. Infanzia e adolescenza passate a sentirsi “la sorella di”. Io l’ho sempre preceduta a scuola e al lavoro con risultati eccellenti e lei a subire il confronto continuo. Davvero però non ci ho mai badato anzi, piuttosto io ho sempre provato un pizzico di invidia per Gloria, intelligente quanto me, ma di gran lunga più attraente, sempre corteggiata, più furba. Un grande senso pratico, i piedi ben saldi a terra, è bella, elegante, determinata, non perde mai tempo. Rapida, concreta, curiosa, è amante della vita notturna e delle feste, magnifica ballerina. Io invece se fossi un disegno sembrerei una pigotta non particolarmente graziosa né aggraziata, appesa al filo di un palloncino gonfiato con i piedi che ciondolano a mezzo metro da terra: una sognatrice che con gran fatica impegna nelle incombenze quotidiane il poco senso pratico che le appartiene, tutto il resto è un gran poltrire, rimandare, giustificare e infine considerare che non-vale-la-pena-di.

“Gloria era un amore… ma Lara era bravissima a scuola” – sta ricordando nostra madre mentre al finale del pasto assaggiamo la crostata. Io mi sono sempre ben guardata dal rivelare invece la mollezza che mi infiacchisce e ho vissuto per anni con la convinzione di aver giocato sporco perché restare nella pole position della considerazione e degli affetti familiari grazie ai risultati scolastici non mi è mai costato più di tanto. Mentre gli altri continuano a chiacchierare muovo istintivamente lo sguardo alla mia gamba sinistra, là dove sottopelle è ancora visibile il segno nero della mina. Mi torna in mente l’episodio della sua pugnalata alla mia coscia con la matita appuntita e poi naturalmente quello del lancio delle forbici scagliate all’altezza dei miei occhi. Capace anche di momenti di imprevedibile e irrefrenabile crudeltà, mia sorella deve avermi odiato sul serio da ragazza.

Gloria ha avuto diverse storie personali. Un marito con divorzio, un compagno con una figlia e separazione, alcuni altri flirt con uomini più giovani, di pari età, senza figli o con figli. Credo per un bisogno estremo di appoggiarsi ad un fulcro o forse per il terrore di leggersi dentro una profonda solitudine. Ecco perché quando mi ha presentato Maurizio, separato con un figlio, mite, accomodante, educato, colto, ne ho avuto l’impressione che stavolta fosse quello giusto e ho tifato sinceramente per lei, perché davvero le voglio bene e mi piacerebbe vederla serena e questo nonostante non ci sentiamo quasi mai, non ci frequentiamo e ci riserviamo toni piuttosto asettici nelle conversazioni telefoniche, quasi sempre comunicazioni di servizio, evitando di rivelarci reciproche confidenze.

Così oggi mi ha sorpreso che mi abbia chiesto di andare a trovarla. È trascorsa una settimana dal pranzo di Pasquetta, siamo sedute nel tinello. In pochi minuti di un tempo sospeso e dilatato durante il quale la rivedo piccola mentre muove le mani con gesti infantili e perciò, se lei me lo consentisse, le cingerei di nuovo le spalle col mio braccio per proteggerla dal mondo, mi ha raccontato di come lei e Maurizio si sono lasciati, così, apparentemente all’improvviso, in realtà dopo un periodo di maretta passato a cercare di chiarirsi. Lui chiedendole tempo, lei rispondendogli che no, non crede nel tempo che cambia le cose, che se ha avuto un ripensamento è perché è probabile che voglia riprendere la storia con sua moglie. Mi parla sconfortata, ma composta, rassegnata e mentre la ascolto e mi dispiaccio sinceramente per lei mi tornano in mente le mie parole a tavola quel giorno quando i miei familiari, critici verso mio marito assente anche in quell’occasione, avevano chiesto come mi andasse con lui visto che il nostro rapporto era stato burrascoso nelle settimane precedenti. Avevo risposto che “… certo, è vero, io gli ho dato molto, ma anche lui ha dato molto a me. Sono cose che sappiamo io e lui. Siamo insieme da vent’anni; prima di mandare tutto all’aria voglio essere sicura di aver tentato ogni strada possibile… e poi… abbiamo una figlia, una ragazza che adora entrambi. Non voglio che soffra inutilmente…”. Maurizio, seduto accanto a Gloria, riflessivo, lo sguardo abbassato e il viso serio, aveva commentato che si, non poteva non darmi ragione, riteneva che il mio fosse un discorso molto equilibrato.

Improvvisamente mi sento male. Riavverto quella fastidiosa sensazione da “prima della classe”. Realizzo che forse stavolta l’ho combinata grossa davvero. Ormai siamo adulte, ma d’istinto lo sguardo vaga in giro per sincerarsi che non ci sia da qualche parte a portata di mano un’altra matita appuntita, non si sa mai. Ma che vado a pensare… e comunque no, sul piano della credenza – la ammiro anche perché è una brava cuoca – mia sorella tiene alcuni utensili da cucina: una bilancia, un robot, un ceppo con i coltelli da chef.

3 commenti »

  1. Bello! mi sono un po’ emozionata perchè sembra la mia storia: io potrei essere la pigotta e mi ricordo benissimo le piccole mani di mia sorella (che è ancora bella). Brava Donatella.

  2. Un racconto bellissimo che, secondo m, chi ha una sorella minore apprezza un po’ di più 😉 il rapporto che si crea d’amore conflittuale, di supporto e a volte di sopportazione, non si può spiegare..nè si può spiegare quell’amore che sarà sempre incondizionato.

  3. Amore incondizionato, scrive Sara Maria? Pare di sì, nonostante le invidie reciproche tra sorelle e quel finale zummato sul ceppo dei coltelli da chef. Piuttosto non credo che sia bastata la riflessione della sorella maggiore sul suo matrimonio per far scattare un ripensamento da parte di Roberto, compagno di Gloria. Io personalmente ho una sorella di un anno più grande di me, ma è come se fossimo gemelle: forse un anno solo di differenza non spiega tutta questo senso di protezione della “grande” verso la “piccola”. Un anno è veramente poco.

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